Categorie

Elenco articoli con tag:

ricordi

(31 risultati)

Speciale Aqua / Era il vedere

Era il vedere era il guardare a legarmi qui, i riflessi sulla laguna le finestre fino all’acqua l’acqua fino alle ginocchia.   Poi è divenuto odore, il tanfo della bassa marea le alghe ghiacciate umido negli armadi.   Oggi sono gli abbracci, ai campi dell’ultimo saluto ai muri scena di sempre alla cenere nella laguna cercando le tue mani, i tuoi occhi. La polvere dei ricordi. 

Un ritratto / Michele Mari, il ritorno del Demone

La porta socchiusa è logora, macchiata; la maniglia, in basso, annerita di ruggine annosa. Dall’apertura sporgono le dita di una mano: le dita della persona che sta entrando. Una persona? Quelle dita sono deformi, raggrinzite e bitorzolute, la pelle scorticata d’un rosso violaceo e malsano. Quelle dita non hanno unghie. Il Demone attende il momento di ghermirci. Ci si ricorda della scena famosa di Shining: Jack Torrance (Jack Nicholson) fa toc toc alla porta del bagno in cui s’è rifugiata, in preda al terrore, la moglie Wendy (Shelley Duvall): «Wendy? Sono a casa, amore… cappuccetto rosso? Su, apri la porta… non hai sentito il mio toc toc toc? Sono il lupo cattivo!». Per poi mettere mano all’ascia. Il lupo cattivo, come ben sa chi conosca le statistiche sui fatti di sangue che per lo più si producono all’interno dei nuclei famigliari, non è un’entità estranea. Non viene da fuori. Il mostro, il demone, è una voce di dentro. Quello che perturba, che perseguita, non ci invade; è dentro casa, è la nostra stessa casa anzi (l’ambiguità, più precisamente la preterizione, del termine Unheimlich non può essere resa dalla canonica traduzione italiana del termine freudiano). Quel mostro...

Noi gli ebrei e anche gli altri / Aldo Zargani, In Bilico

Aldo Zargani è legato per noi a un libro indimenticabile, Per violino solo. La mia infanzia nell’aldiqua, un libro struggente, nutrito di umorismo raro nelle nostre lettere, tragico e delizioso, che ha avuto un successo che ha valicato le frontiere del nostro paese. In Bilico (noi gli ebrei e anche gli altri), Marsilio 2017, sta in parte nei suoi immediati dintorni e in parte si allontana perché lascia l’infanzia e ci introduce nelle storie da adulto dell’autore. Per entrare in questo suo mondo nulla di meglio che partire dal suo microcosmo, un brevissimo racconto che s'intitola “Berlinesi”, che potete leggere qui.     La prima parola che mi viene per definire i sentimenti che mi ha suscitato è commozione, una commozione che apre a un grumo di oscurità e insieme a lampi di comprensione non razionale. Tutto è raccontato per bene in un ottimo italiano narrativo, sino a quello finale folgorante (probabile stravolta reminiscenza deamicisiana), che apre sul passato in una sorta di ossimoro che oppone l’infamia al pianto, ma insieme lo genera. Ma come possono essere infami quattro innocenti? E come un infame può piangere la sua infamia? La parola infamia raduna...

Brian Friel tradotto da Daniele Benati / Il gran teatro delle illusioni

Brian Friel (1929-2015) è stato uno dei più grandi drammaturghi di lingua inglese, le cui opere sono state regolarmente rappresentate nei maggiori teatri del mondo, quasi sempre partendo dall’Abbey Theatre di Dublino, per poi approdare al London’s West End e a Broadway. Dopo i primi successi in Irlanda, il pieno riconoscimento internazionale arriva con Philadelphia Here I Come (1964), a cui seguono, tra le altre, Lovers (1967), The Freedom of the City (1973), Faith Healer (1979) e Translations (1980). Dal suo Dancing at Lughnasa, del 1990, vincitore di tre Tony Awards tra cui miglior opera, il regista Pat O’Connor ha tratto il celebre film omonimo, con Meryl Streep. Friel è stato il fondatore, insieme all’attore Stephen Rea (vi aderirà poi anche Seamus Heaney), della Field Day Theatre Company, una compagnia di teatro itinerante che si proponeva di creare uno spazio di unità per gli irlandesi, in risposta alle lotte intestine tra cattolici e protestanti, repubblicani e unionisti che hanno insanguinato l’isola fino ad anni recenti.   È uscita ora per Marcos y Marcos la raccolta di racconti Tutto in ordine e al suo posto, traduzione e cura di Daniele Benati, autore anche di una...

Un ricordo / Gianni Scalia. Dionisiaco anche negli errori

In quel periodo il nome che era meglio non fare a casa di Gianni era quello di Franco Fortini, suo acerrimo nemico accademico. Credo che avesse osteggiato la sua nomina a professore di alto livello ma è questione che non so e non voglio definire più esattamente. Non conoscevo il lato accademico di Gianni, sono stato suo allievo de facto anche perché vicino di casa. Da via dello Scalo a via Riva di Reno erano cinque minuti a piedi. Salivo da lui e mi accomodavo tra i libri, che erano l’unico mobilio del grande appartamento. Non c’erano mobili in quella casa, e se c’erano erano coperti di libri, a decine e decine di migliaia, fino al soffitto e dovunque. Era in causa con il condominio per seri pericoli di crolli, tanto che il comune gli aveva offerto una sistemazione altrove.   Non conoscevo Fortini di persona, ma lo avevo letto, e mi era capitato di incontrarlo insieme ad altri aspiranti scrittori. Questo è il ritratto di Gianni Scalia e non voglio fargli il torto di inserirci surrettiziamente quello di Fortini! Ricordo però che pensai: “Ma caro Gianni, proprio Fortini dovevi sceglierti come nemico?!”. Di Fortini in realtà non saprei dire proprio nulla. Mi era sembrato...

W o il ricordo di infanzia di Georges Perec / Testimoniare l’assenza

Georges Perec è testimone che non ha visto nulla: scrivere W o il ricordo di infanzia è per lui il tentativo di ricostruire un’esperienza mancata, di dare nome a un’assenza: un padre morto in guerra, una madre scomparsa, deportata ad Auschwitz nel 1943.   “Come posso schiarire questa bruma insensata in cui si agitano ombre?” è la frase di Raymond Queneau posta in esergo. La letteratura sembra essere la risposta, l’unica possibilità per un testimone cieco: soltanto le righe che le parole disegnano. Il vero è sottoterra; scrivere è cercare di trattenere qualcosa, lasciare tracce e segni: “scrivo perché abbiamo vissuto insieme, perché mi hanno lasciato dentro il loro marchio indelebile, con la scrittura come unica traccia: il loro ricordo è morto alla scrittura; la scrittura è il ricordo della loro morte e l’affermazione della mia vita”.   Nel 1967, a Venezia, Georges Perec ritrova alcuni disegni dimenticati di una realtà immaginata verso i dodici anni: macchine da guerra, uomini sportivi con tute da ginnastica bianche e una grande W stampata sulla schiena. Due anni dopo, in una lettera a Maurice Nadeau, espone il progetto di un’autobiografia articolata in più libri di...

Ti scrivo. Martiri e santi

Caro Pier Paolo (perché ti chiami così non lo so, ma è la formula che mi viene istintiva), ciò che mi lega e mi legherà per sempre a te è l’amore. Ma non l’amore per te. E un numero spropositato di quei ricordi che nei decenni risultano indelebili, dunque passaggi cruciali della vita, nitidi in ogni dettaglio, fisico ed emotivo, come si trattasse di cose successe poche ore fa. Per esempio, avevo solo 11 anni quando un giovane prete che amavo e che mi amava – ma nessuno dei due ha mai trovato il coraggio – mi ha parlato del Vangelo secondo Matteo, che io avrei visto solo molti anni dopo. Un film che lo aveva turbato, venendo da un non credente e da uno come te, “uno di quelli”. Ancora adesso ricordo con assoluta esattezza le sue parole, e dove eravamo, e la sua emozione, e la mia, e che luce c’era quel giorno in piazza, e tutto il resto. Il film mi importava solo perché era stato significativo per lui, per il mio amico prete, e perché me ne aveva reso partecipe, io, un bambino che si sentiva già grande e non lo era, ma credeva di esserlo ancora di più poiché un...

Ti scrivo. Dal paese di Silvio D'Arzo

Sono trascorsi quarant’anni dalla notte tra il 1° e il 2 di novembre in cui Pier Paolo Pasolini è stato assassinato a Ostia, un tempo lungo e insieme breve. La sua figura di scrittore, regista, poeta e intellettuale è rimasta nella memoria degli italiani; anzi, è andata crescendo e continua a essere oggetto di interesse, non solo di critici e studiosi, ma anche di gente comune. Pasolini è uno degli autori italiani più noti nel mondo. In occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato, doppiozero, media partner, ha scelto di realizzare uno specifico contributo. Si articola in tre parti. Interviste, lettere e poesie. Oggi proseguiamo con la seconda: lettere che scrittori e saggisti indirizzano a Pier Paolo Pasolini, come se lui potesse leggerle.   Apriremo questa sezione agli interventi dei lettori: potranno scrivere a loro volta delle missive (massimo 5000 battute) indirizzate al...

Capitolo quarto

Impulso liberatorio della danese, di sbracciarsi verso i suoi omologhi lassù sopra di noi, nel Ponte Vecchio. Sventola bandiera bianca. O fa un sordo gesto elegante, attrice vestita a balze di tulle nei titoli di coda. O è puro teatro: la sua scena è il mondo che visita, visiterà. In modo irriflesso, un manipolo di scout risponde dal ponte. Alzano in aria mani, bottigliette, fazzoletti verdeblu. Fanno click, comunicano. E quest’armistizio aziona il mio caro prurito dal collo fino alle natiche, suonato al contrario. Siamo sotto l’ombra del ponte, lo buchiamo, ufficialmente salvi: ghigno nell’oscurità, che pare aver funzionato quasi un mio complotto. Quello di liberarmi dal terrore.   Francesco Natali, Narrarno   Scopro tra i flutti che l’adolescenza è una sorsata di realtà a doppio fondo: prima si tira giù il primo sorso, dolciastro. Molto più in là negli anni, se lo consenti, se ne tira giù un altro, più amaro. Il primo l’ho tirato giù mentre giocavo al ginnasio a sfilacciare il tempo: ore ad alitare sulle vetrine, i morsi delle amiche sul...

Due cose (o tre)

Due cose. Non perdere mai di vista le bancarelle, e questa è la prima cosa. L’altra è passare un dito sulla schiena del libro prima di riporlo. Due cose che sono un percorso, una strada da fare, una strada che fin qui ho fatto volentieri. Mi è sempre parso che trovare (e poi comprare) un libro su una bancarella, magari tra vecchie tazzine o fotografie, come quella volta che trovai un Paul Éluard ingiallito in Campo San Maurizio, a Venezia, o quel Bertolucci a Port’Alba, fosse come rifare una carezza a mia nonna, o un altro modo di pensare a lei. E poi toccare il libro, con una leggera pressione sul bordo e spingerlo al suo posto nella libreria di casa. Entrambe le cose hanno a che fare con i gesti. Tra un gesto e l’altro si passa dalla rinuncia alla perdita, dalla pazienza alla scelta, dal tatto alla cura. Entrambi i gesti conducono qui: «Ecco, questo è il posto che ho scelto per te. Non ti dimenticherò». Tra le due cose, se va bene, accade la grazia, la faccenda più personale del mondo, perché riguarda solo te, te che ti meravigli e sottolinei, te che leggi.

Lugano. Verso ovest

Per alcuni anni della mia vita, mentre ero un giovane apprendista regista radiofonico, ho frequentato il Ti­cino e in particolare Lugano. Lavoravo come assistente regista di Sergio Fer­rentino alla produzione di alcuni suoi radiodrammi, tra i quali, in particolare, uno sui novecento giorni dell’assedio di Leningrado, messo poi in scena come si faceva alla radio una volta, con gli attori in diretta e il pubblico in sala, dall’auditorium della Radio sviz­zera italiana, il 29 novembre 2006. Ma questa è un’al­tra storia.   ph. Giovanna Silva   A Lugano ho passato molti mesi quell’anno, il 2006, a lavorare con i tecnici, a fare le prove con gli attori, a registrare suoni di guerra sulle colline insie­me all’esercito svizzero. In primavera albergavo in un piccolo hotel a conduzione familiare, pieno di italiani immigrati dal Meridione. In autunno, nei giorni pri­ma della diretta, ci trasferimmo tutti di fronte al lago, in un hotel che portava il nome del famoso educatore, filosofo e riformatore svizzero Johann Heinrich Pe­stalozzi.   ph. Giovanna Silva   All’interno dell’albergo c...

Conversazione con Flavio Favelli. In volo siamo dei

Michele Dantini: Questa nostra conversazione inizia in modo casuale e insieme inevitabile, proprio da questa rubrica. Quasi come una reminiscenza. Tutto ruota attorno alla figura dell’anello. Appare in alcuni piccoli ready-mades di Piero Manzoni, e ne ho scritto qui su doppiozero. All’imbatterti nel mio articolo su Manzoni tu stesso mi scrivi di avere un rapporto potente con l’anello, tanto da inserirlo in alcune sculture o fotografarlo nel Museo della memoria di Ustica, nei pressi dell’aereo abbattuto. E che la coincidenza ti sorprende...   Flavio Favelli: L'anello ha a che fare con il corpo, con i tessuti della pelle, come quando è al naso del toro. È legato ai sensi, alla precisa sensazione che da qualche parte qualcosa sia legato per così dire nella carne. Forse è una sorta di lapsus, per quanto mi riguarda. L’anello ricorda che da qualche parte queste sculture hanno un legame remoto con il corpo, legame che non voglio tuttavia  manifestare in modo aperto.   Flavio Favelli, Balaustro, 2004   Curioso: coltivi il segreto e al tempo stesso desideri misurarti con la Grande Storia, il Trauma...

Alla rincorsa di Guido Ceronetti

Quando la rivista spagnola El Estado Mental mi chiese d’intervistare Guido Ceronetti, uno di quegli scrittori sbanditi che l’Italia ha dimenticato nelle sue piazze e nei suoi vicoli per conservarne cimeli testimoniali nelle librerie, la casa editrice Adelphi mi avvertì che non sarebbe stato facile: “È un uomo anziano che vive in un piccolo paesello di provincia; mantiene i contatti con il mondo via posta o via telefono”. La gentile responsabile dei rapporti con la stampa non si riferiva, naturalmente, a un telefono cellulare; bensì a uno di quei vetusti apparecchi provvisti di cornetta e disco combinatore che richiedono la fortuita presenza del proprietario tra le quattro mura di casa, per poter parlare con lui.   Decisi di spedirgli una lettera, che gli sarebbe stata recapitata dagli editori, essendo l’indirizzo di Guido Ceronetti uno dei segreti meglio protetti del Belpaese. Nella missiva descrivevo sommariamente i temi da trattare nell’intervista e mi dicevo disponibile a fissare un incontro nei termini preferiti dal filosofo. Quando la cortese impiegata di Adelphi mi confermò che il viaggio postale era...

Scicli è la più bella delle città del mondo

Da qualche tempo mi capita, arrivando in un posto nuovo, di trovarci molto di conosciuto. Non si tratta esattamente dell'impressione di aver visto il posto, e quindi di ritornarci, quanto piuttosto del fatto, mentre lo vedo e lo attraverso, che alla novità del paesaggio si sovrappongono fotogrammi di altrove, angoli di strade, dettagli di palazzi, insegne di bar, salite e discese per cui il corpo è già passato, in un tempo e luogo che quasi mai è possibile definire. Presumo che dopo qualche anno la memoria dei luoghi tenda a confondersi e a mescolare dettagli; è per questo che arrivando a Scicli per la prima volta non è stata una sorpresa riconoscere nelle sue vie e nella sua conformazione fisica – tutta stretta tra montagne e chiese, con salite che portano ad altre chiese e ad altre montagne – caratteristiche di Ronda, un paesino andaluso altissimo e bianco in cui sono stata anni fa.   Mentre camminavo per la prima volta a Scicli pensavo che la città era anche Malaga, Ragusa, Noto, Mazara del Vallo, Palermo, come se la città in cui ero ne contenesse in sé innumerevoli altre, forse per una...

Il suonatore Jones

Diventando vecchio, la mia preghiera quotidiana – il mio motto, il mio proposito – sono diventati quel verso bellissimo che Fabrizio De André mette in bocca al suonatore Jones. Sì, lui. Jones il suonatore, «che fu sorpreso dai suoi novant'anni, e con la vita avrebbe ancora giocato». Il motto di Jones dunque è questo: «ricordi tanti e nemmeno un rimpianto». È un bellissimo bilancio di una vita, e per me anche la memoria ha questa accezione: non rimpianto, non nostalgia (almeno nella sua versione lamentosa), ma una montagna, un mare di ricordi. E nemmeno un rimpianto. Perché se memoria deve essere il rimpianto per «il bel tempo che fu», be’, a me non interessa, anzi, penso che il bel tempo che fu quasi mai era stato bello davvero. Infatti, allora, nel presente di allora, non lo percepivamo affatto così luminoso; bello lo diventa solo quando e in quanto passato, per noi che amiamo così tanto lamentarci, e così tanto mitizzare e rimpiangere la giovinezza. I ricordi invece sono tutt’altra cosa.   Faccio ritorno spesso al mio paese d’origine, nella...

Giovanna De Angelis. La frattura

Quando gli accadimenti della vita reale si intrecciano a quelli che vengono raccontati nelle opere di fiction, possono generarsi ambigui conglomerati che, in un unico e indistinto faldone, accorpano il valore dell’opera stessa alla non necessaria compassione per quella che, nel caso specifico, è la vicenda personale di Giovanna De Angelis, scomparsa a Roma nel 2013 a seguito di una malattia, editor per case importanti come Einaudi e Fazi, autrice (insieme a Stefano Giovanardi) di una Storia della narrativa italiana del Novecento 1900-1922, e apprezzata saggista, critica e studiosa di letteratura.   La Frattura, pubblicato da Elliot, è il suo unico romanzo. Racconta di Francesca, giovane traduttrice sposata a Cosimo e legata a doppio filo a Diego, un ricercatore universitario con famiglia a carico verso il quale nutre una sorta di devozione fisica che non riesce a darle tregua. Nemmeno quando, improvvisamente, nella sua vita subentra lo spettro di una malattia. È su quest’ultimo elemento, forse, che si intrecciano le vicende della protagonista a quella dell’autrice; se non è utile né rispettoso considerare quanto possa...

Oggetti d’infanzia | Magic Rock

Quando mi hanno chiesto se mi andava di scrivere qualcosa legato a un gioco della mia infanzia a cui sono affezionata, mi è tornato in mente un oggetto che ricordavo di aver trovato nell’uovo di Pasqua. Ma poi ho pensato: non è proprio un gioco della mia infanzia, e in più è triste. Non che io abbia avuto un’infanzia triste, cioè un po’ sì, come tutti credo, giorni tristi e giorni felici, e giorni così così.  Ricordo però che il giorno in cui ho trovato questo oggetto era un giorno felice. Felice perché era Pasqua e a Pasqua ero sempre felice di aprire le uova. E così quel giorno, aperto l’uovo, avevo trovato una specie di capsula di plastica, mi sembra gialla, come quelle degli ovetti kinder, e dopo che la mamma mi aveva aiutato ad aprirla, io avevo tirato fuori il regalo che c’era dentro.   Di solito non si dovrebbero citare i nomi delle marche, perché poi qualcuno potrebbe pensare che si sta facendo pubblicità, ma adesso non è così. Il regalo che conteneva l’uovo aveva una specie di copertina di forma esagonale di...

Oggetti d’infanzia | Il pacco dal Sud

Più che di un oggetto, si tratta di un insieme favoloso di oggetti e di un contenitore povero. La cornice è Pavia, i lunghi e nebbiosi inverni di Pavia verso la fine degli anni ’50, l’inizio dei ’60. Un paio di giorni all’anno mio padre telefonava dall’ufficio a mia madre annunciandole “è arrivato il pacco”. Non so i miei fratelli, perché i ricordi d’infanzia si conquistano in solitaria e poi diventano esclusivi, ma io entravo in agitazione da subito.   Quando mio padre tornava a casa, la sera, qualcuno doveva scendere a dargli una mano: il pacco era pesante e bisognava “maneggiarlo con cura”. Era di cartone, rinforzato sulla base da un cartone più spesso, chiuso con doppie armature di spaghi intrecciati. I nodi erano ingegnosissimi, c’era dietro tutta la sapienza delle nonne spedizioniere del nostro sud, ma questo l’avrei capito solo più tardi, parecchio più tardi. Insomma, noi stavamo attorno al tavolo della cucina, tanto piccoli da raggiungerne i bordi solo sulla punta dei piedi, mia madre prendeva le forbici e iniziava a districare le corde...

Oggetti d’infanzia | Mezzaluna

Attizza fisicamente, intriga, bella, panciuta, misto d’arma celeste e cavallo a dondolo. Soppiantata da robot tritatutto, i bambini d’oggi non conoscono il potere seduttivo che ha esercitato sulla mia generazione, ci siamo caduti tutti. Quale piccolo aiutante di cucina non ha voluto provare a maneggiarla? In molte case italiane credo sopravviva ancora rintanata in qualche cassetto, conservata come puro oggetto di culto.   Da me è sul muro di fronte ai fornelli della minicucina dove ogni utensile appeso si guadagna il posto sgomitando, niente è lì per caso. Aò... pare de sta’n barca, ha detto l’amico Buggi valutando lo spazio angusto mentre annusava il sugo. Lei se ne sta lì mezzonascosta, infrattata tra coperchi, coltellacci e padelle, usata, maltrattata, dimenticata. Resiste stoica, regina dormiente della salsa verde, il legno panciuto dei pomelli secco e un po' schiantato, la lama opaca che traballa ed esce dalle sedi.     Non ci contiamo più, non la vediamo neanche, eppure è lì, all’altezza degli occhi, a portata di mano. La tiro giù e mi scappa un...

Oggetti d’infanzia | Registratore

Per molto tempo l’ascolto della musica è stato un rituale legato alla stanza della mia casa d’infanzia definita sala: moquette turchese scuro per terra e divani in pelle marrone, un grande stereo con giradischi addossato a una parete, molto spazio fra il tavolo e le poltrone. Per conquistarmi quel territorio ci fu bisogno di dimostrare a mio padre che sapevo maneggiare con perizia la puntina, inserirla in modo appropriato nei solchi neri senza graffiare, e che mi accorgevo se c’era polvere e sapevo toglierla con un pannetto antistatico speciale, di color arancione. Avevo bisogno della sala, e del giradischi soprattutto, perché a sette anni avevo iniziato a frequentare un corso di danza classica, disciplina che con più o meno assiduità ho praticato per i vent’anni successivi. Passavo i pomeriggi a ripetere gli esercizi appresi a scuola dalla mia insegnante russa, insieme ai nomi di musicisti che nella loro grafia straniera racchiudevano il mistero di mondi che in tutto ritenevo superiori al mio. Ai valzer viennesi di Strauss si affiancarono i notturni di Chopin, le Gymnopédies di Satie, e Prokofiev e Fauré, tutti...

Oggetti d’infanzia | Cancello

Da piccola, durante i mesi estivi, la grande aia della nostra casa veniva allestita per accogliere i numerosi braccianti che lavoravano i campi sotto la direzione del mio nonno paterno. Mangiavano in fretta seduti su cassette da frutta all’ombra degli alberi di noce, si sdraiavano per un breve riposo sull’erba o sulle stuoie di canna sparse qua e là per poi tornare presto alle loro faccende faticose. Nella calura del mezzogiorno accompagnavo spesso la nonna al limite dell’aia che si affacciava sui campi, per chiamare a raccolta i braccianti, e per aiutarla a portare i fiaschi colmi d’acqua e vino freschi. Una grande apertura delimitata da pioppi secolari separava la corte dalle terre coltivate.   In un sogno ricorrente che ha accompagnato per anni la mia infanzia e che mi ha fatto così spesso svegliare di soprassalto in preda al panico, vedevo su quel confine tra corte e campi, tanto innocuo di giorno, un sontuoso cancello in ferro battuto: due ante mastodontiche incorniciate in basso da un ornamento di varie file di fiori, in alto, abbellito da pennacchi a forma di fulmine, un chiavistello a capocchia quadrata lo teneva incatenato...

Alix Kates Shulman. Il senso dell’amore

Dopo vent’anni di matrimonio la vita improvvisamente cambia per Alix Kates Shulman, romanziera, saggista e una delle storiche femministe americane, il marito cade da un soppalco, non muore, ma riporta gravi danni neurologici. Non una scomparsa quindi, piuttosto un’assenza. La convivenza si modella in una nuova forma, come in una vita parallela in cui il marito è in grado di ricordare il passato, ma è incapace di accumulare nuovi ricordi. Qui non è il passato una terra straniera, bensì il presente.   Il senso dell’amore (Einaudi Stile Libero/Extra, 2012, pp. 212, € 17) non è la via crucis di una donna in perenne sacrificio, ma la storia di una passione amorosa che nemmeno la menomazione di uno dei due è in grado di spegnere. Anzi, l’emergenza estremizza i sentimenti, l’odio e l’amore assumono una purezza pericolosa quanto incantevole, il rapporto rischia il baratro ogni ora, ma ogni ora porta con sé anche un carico di speranza, una qualche possibilità di miglioramento, l’equilibrio è un perenne inciampo. Schulman racconta in prima persona, quasi come un diario, l...

L’Aquila. La neve al centro

La neve attutisce il rumore, qui non ce n’è bisogno, è superficiale, nel suo intento, è sterile. Inoltrandoti, i rumori pian piano si allontanano comunque, il vociare, la vita e il suo scorrere, le sirene sono sempre più deboli, il motore della camionetta che scalda i militari, fioca la musica all’interno dei bar vuoti. Resta solo il ciaf bianco dei passi. Dentro, nei vicoli, io, la neve, le macerie e più nulla, la città e solo quella. L’Aquila.   Niente altro. Non c’è nessuno.     I teli di plastica legati alle transenne attorno ai palazzi si dimenano al vento, sbattono cupi sulle maglie di ferro. Teli messi lì a coprire. Lavori in corso, i nomi delle imprese. Coprire la vergogna, coprire il dolore. Il lavoro di ricostruzione non c’è. Quei teli non coprono il tempo. Sembrano anni, non sapresti dire quanti.     Due cani randagi mi seguono. I cani sono gli unici che non hanno mai abbandonato il centro storico. Godono di rispetto ora. Nessuno si permetterebbe di scacciarli. Loro hanno avuto il coraggio di restare. Sono tutta la vita che puoi...

Castiglion della Pescaia / Paesi e città

Di solito al mare, almeno in Italia, si associano scenari di luce, sole e calore. È curioso, invece, come i miei ricordi di Castiglion della Pescaia, una delle più ridenti località turistiche della Maremma, siano di nuvole e foschia. Esterne, in qualche giornata di pioggia, ma soprattutto interiori.   Ci sono stato tante volte, fin da piccolo, coi miei, da solo e con amici. E sempre, per me, ha rappresentato un crocevia, e insieme una visione che si levava da un mondo in dissolvenza.   Il primo anno che ci sono venuto sarà stato quand'ero in prima elementare. Durante il viaggio avevo dormito sul sedile posteriore della Giulia, un'Alfa Romeo che solo a ripensarla evoca passato. Mi svegliai sulla Via Costiera, circondato dalla pineta litoranea, e poco dopo mi apparve il profilo arroccato del paese, con il castello e la torre della Pieve di San Giovanni Battista.     Poi Castiglione è rimasto in un angolo della mia memoria, e ci sono ricapitato soltanto a ventitré anni, di ritorno dall'Erasmus, solo e in cerca di un filo conduttore personale che in Inghilterra avevo trovato, ma che, una volta...