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ricordo

(48 risultati)

Senso e direzioni / La storia e gli incubi

Talvolta, di fronte alla marea populista di destra che si sta alzando in tutto l’Occidente, mi consolo filosoficamente: “Tutte questa reazioni sovraniste, nazionaliste, identitarie, non possono durare perché sono anti-storiche”. In inglese si dice backlash: sferzata all’indietro. Ma le sferzate durano poco, il fiume della Storia sembra andare in tutt’altra direzione. Tutto il nostro pianeta sembra dirigersi, da tempo, verso quella che Popper chiamò società aperta, verso una società di scambio universale, che chiamerei anche società fluida. Il contrario del sovranismo identitario. Il trionfo di questo modello si incarnò plasticamente nel crollo del muro di Berlino nel 1989. Il muro che Trump vuol costruire alla frontiera del Messico suona del tutto ridicolo in un mondo in cui i capitali si spostano istantaneamente da un capo all’altro del mondo, senza frontiere e barriere di sorta. Ci si lamenta che molti giovani italiani vadano a cercare fortuna all’estero, ma si tratta anche qui di un miope provincialismo: andare a vivere all’estero, sia all’interno dell’UE che fuori, è segno del fatto che la nuova generazione non concepisce più barriere nazionali. La generazione Erasmus, come la...

Un ricordo / Severino Cesari. La dolcezza umbra

La dolcezza è stata la cifra umana di Severino Cesari, una qualità che appartiene agli umbri, e che è anche quella della regione dove Severino era nato, terra di profondi umori, grazia e anche di determinazioni assolute; perché c’era qualcosa di roccioso in lui, che si è manifestato dal momento in cui la malattia l’ha colpito, atterrato, ma non demolito, anzi. Roccia ed erba verde e tenera, sono le immagini che conservo di Severino. La prima volta che l’ho visto era nelle stanze di via Tomacelli, a Roma, al Manifesto. Era l’inizio degli anni Ottanta e Severino vi era arrivato da poco, proveniente, credo, da un altro giornale di quella che allora era l’estrema sinistra, Il quotidiano dei lavoratori. Nonostante che lo stigma del periodo fosse l’ideologia, manifestata in ogni modo e a ogni livello, lui non aveva nulla di simile. Non che ne fosse privo, non mancava di una visione del mondo, tuttavia non la metteva mai avanti, non entrava nei discorsi che s’intrecciavano con lui. La curiosità, la disponibilità, la capacità di ascoltare. Prima di parlare lasciava passare qualche secondo, come se stesse raccogliendo le idee, come se quello che voleva dirti dovesse passare almeno due...

Conversazione / Boltanski: un fallimento che non si risolve

Christian Boltanski ha un lungo rapporto con l’Italia e con Bologna in particolare. Venti anni fa si tenne in questa città dalle molte ferite la sua prima mostra italiana, “Pentimenti”, all’interno della Villa delle Rose. Nel capoluogo emiliano ci è tornato per realizzare l’installazione dedicata Museo per la memoria di Ustica, la sua prima installazione permanente nel nostro paese realizzata al fianco dei parenti delle vittime. E ora torna per un progetto che coinvolgerà ancora una volta anche la storia della strage di Ustica, ma tutto il tessuto della città. “Ho sempre pensato di voler realizzare opere totali”, ha detto Boltanski presentando anche questo progetto che utilizza diversi linguaggi espressivi in una mostra diffusa, “Anime. Di luogo in luogo” (si è aperta domenica 25 giugno, al MamBo dove – parallelo a queste vare sezioni cittadine – è presente anche un allestimento che ripercorre i suoi lavori precedenti).   Fanno parte del progetto “Anime” la nuova installazione, “Réserve”, nel bunker della Lunetta Gamberini (inaugurata il 27 giugno, 37° anniversario della strage di Ustica), una performance, “Ultima”, e ancora, fuori dalla cerchia dei viali – nelle vie Agucchi...

Da Venezia a Reggio Emilia / Damien Hirst. Fantasmagorie della finzione

In un grande lightbox liquido inabissato a Punta della Dogana – come la prua di un vascello arenato, nella città dell’acqua per antonomasia – ci troviamo in uno spazio sottomarino, appunto, dai colori squillanti. Due masse confuse, intuiamo gigantesche, si fronteggiano in lontananza; all’avvicinarsi cauteloso della camera si mettono gradatamente a fuoco, finché d’un tratto riconosciamo due archetipi plurimembri: un’orrorifica Idra e una seducente Dea Kali, che impugna una lama in ciascuna mano. Lo stesso impossibile incontro-scontro è presente, in due versioni, nella medesima sala: in una il colossale gruppo scultoreo in bronzo (cinque metri d’altezza per sei di lunghezza e tre di larghezza) è ricoperto di incrostazioni calcaree, coralli e muffe, conchiglie e madrepore; nell’altro, presentato come una «copia» del precedente, i due corpi tortili si presentano invece perfettamente lisci, glamour e sexy come in un fumetto di Moebius inopinatamente tridimensionalizzato; un ulteriore lightbox presenta una scena simile a quella del primo, ma ora attorno al monumento inabissato si aggirano quattro sommozzatori che lo illuminano, lo riprendono, si apprestano a imbragarlo per farlo...

A Reggio Emilia «Dedicato a Celati» / A passeggio con Gianni

Oggi e domani a Reggio Emilia «Dedicato a Gianni Celati»: due giorni di incontri in occasione dell'uscita del Meridiano Mondadori.   Estate di venti anni fa. Aspettavo Gianni, alla stazione delle Appulo-Lucane. Nella “littorina” intravvidi una figura allampanata: era lui. Ma scese dalla parte sbagliata; gli andai incontro, incespicò in una rotaia e non ci fossi stato io sarebbe finito steso tra i binari. Sorrise di quell’aiuto provvidenziale. Quel sorriso inerme  mi riportò ai suoi racconti, perché le sue storie erano inermi. E tali sono rimaste, le sue storie, dalla prima all’ultima. Non fanno mai nulla per coinvolgerti. A casa dormì in un letto dove ci andava appena: doveva rannicchiarsi. Mi è sempre piaciuta la sua aria da padre delle stanze che abita e che si sorprende di abitare, così come si sorprende di abitare i racconti che racconta. La sua faccia da padre perennemente stordito da notti insonni e dalla meraviglia di tornare a vedere le cose del mondo. Mia moglie, il mio amore buono, gli friggeva i peperoni secchi (era maestra nel non farli bruciare). Lo chiamava Gianni Gelati. Non aveva mai letto i suoi racconti, neanche uno; ma non aveva letto mai neanche i...

Antonio Calabrò, Palermo, la guerra di mafia nei primi anni Ottanta / Digerire i morti

“Fatica, Palermo, a digerire i suoi morti”. Ecco, a pagina 62, il senso di questo nuovo libro di Antonio Calabrò (I mille morti di Palermo, Mondadori, pp. 256, € 18,50) dedicato alla spietata guerra di mafia che insanguinò le strade della città e le menti dei cittadini nei primi anni Ottanta. Periodo in cui, con strategia tanto lucida quanto spietata, i cosiddetti Corleonesi guidati da Totò Riina e Bernardo Provenzano presero il potere a Palermo e dintorni, sterminando i principali esponenti delle cosche rivali e chiunque, con loro, li ostacolasse nel cammino di acquisizione della leadership criminale sul territorio. Un periodo denso, allucinante, cupo, che ha radici antiche e strascichi lunghi, su cui Calabrò – cronista del quotidiano “L’Ora” all’epoca – si sofferma con dovizia di particolari, ricostruendo strategie globali e piccole tattiche individuali, storie di vita vissuta, retrofondali politici e spettri economici. Antonio Calabrò, I mille morti di Palermo A un certo punto, nel libro, ci si perde, tanto complesso è il groviglio di assassinii e vendette, tradimenti e delazioni, astuti pentimenti e patetiche levate d’orgoglio, spie e controspie. I protagonisti sono...

Seconda parte / Nuove cartoline dai morti (II)

La signora che faceva la chemioterapia vicino a me leggeva sempre i fotoromanzi.  Mi piacerebbe che qualcuno lo facesse sapere a Tonino, il carpentiere siciliano che lavorava con me in Svizzera. Non mi ricordo di che paese era e non mi ricordo neppure il cognome. Aveva i baffi e gli piacevano gli spaghetti col tonno.   ***   Tenevo la mia mano stretta nella sua. Lei guidava, mi stava portando in ospedale. Ci stavamo amando e ora io stavo morendo. Fuori pioveva, la pioggia bucava il vetro, arrivava ghiacciata sul mio petto.   ***   Nella tomba vicina alla mia c’è uno che ogni tanto fa un colpo di tosse.   ***   Lo sapevo che sarei morto a marzo. Lo avevo capito a ottobre che sarebbe stato il mio ultimo inverno. E ora sono qui senza cappotto, con un vestito elegante che non mi ero mai messo.   ***   Mia moglie ha aperto l’armadio e io ho chiuso gli occhi.   ***   Chi mi veniva a trovare sotto sotto sperava che io non guarissi, e così è stato.   ***   La malattia mi ha cambiato la faccia, me l’ha fatta più grossa. Sembrava che avessi due facce. Due giorni in ospedale e poi mi hanno rimandato a casa. Sognavo di morire...

Il discorso pubblico sulla Shoah

Dalla fine degli anni Settanta, in un costante crescendo di attenzioni e con una lievitante partecipazione, rafforzate infine dall'istituzionalizzazione del Giorno della Memoria, il tema dello sterminio degli ebrei d'Europa per mano nazista e fascista è divenuto, da concreto fatto storico, oggetto di una pluralità di approcci e di una molteplicità di sensibilità variamente articolate. Non solo la platea degli interessati è andata aumentando ma si sono diversificate le aspettative che ruotano attorno alla socializzazione delle grandi questioni culturali, etiche e politiche in qualche modo richiamate e rilanciate dal ricordo delle persecuzioni sistematiche, delle deportazioni in massa e del genocidio razzista. Da aspetti della storia trascorsa, tragici suggelli di un regime non solo dittatoriale ma intrinsecamente criminale, le vicende della Shoah e, più in generale, del sistema di oppressione nazifascista, a partire dai campi di concentramento e di sterminio, hanno quindi investito e coinvolto una pluralità di istanze, di destinatari e di linguaggi. Istanze civili, destinatari collettivi, linguaggi di senso comune.  ...

Gli anni di Beppe Viola

Beppe Viola è morto nell’ottobre 1982. Avrebbe compiuto 43 anni da lì a pochi giorni e da allora è molto rimpianto da un gruppo ristretto, ma non troppo, di fedelissimi. Erano passati tre mesi dall’incredibile vittoria nel Mundial spagnolo che aveva spazzato via gli anni neri della prima Repubblica e inaugurato i nostri anni Ottanta. Ora che torna in libreria Vite vere compresa la mia (Quodlibet, 17 euro), con la copertina originale di Altan, una simpatetica introduzione di Stefano Bartezzaghi e la scrupolosa curatela di Gino Cervi, ci si può chiedere le ragioni per cui resiste il mito di un giornalista sportivo diverso dagli altri, ma che ormai ricorda solo chi ha passato i 40 e anche da un po’. Il libro raccoglie e integra la rubrica che Viola teneva su «Linus», rivista allora diretta da Oreste Del Buono (poi da Fulvia Serra) che l’aveva resa più politicizzata rispetto alla direzione del fondatore Giovanni Gandini. Viola, con i suoi pezzi surreali e divaganti, è in realtà più vicino a Gandini che a OdB e la politica entra soprattutto come costume. Ad esempio quando gli fanno l’esame...

Gabriele Basilico

Due anni dalla morte di Gabriele mi sembrano ancora troppo pochi per potere parlare del fotografo in una prospettiva storica. Ci manca ancora troppo l’uomo, prevale il sentimento dell’assenza. O per meglio dire ci manca la sua presenza. Inoltre, io non sono un critico: faccio il fotografo. Un fotografo che parla delle immagini di un altro fotografo inevitabilmente verifica le proprie ed è a partire dalla propria pratica che si confronta con quelle dell’altro. Se poi l’altro fotografo è, è stato, anche un amico, con le fotografie dell’amico si confronta e si specchia, si scontra anche, cerca di comprendere se stesso e l’altro in ciò che li unisce e in ciò che li separa. Se ne difende mentre se ne lascia influenzare. Ma quando l’amico non c’è più la faccenda si fa più difficile e complicata.    In apparenza è difficile pensare a due fotografi più diversi di me e Gabriele. Tuttavia molte volte abbiamo riconosciuto nella diversità dei temi trattati, degli approcci stilistici, una profonda comunanza etica e culturale nella maniera di concepire la...

Mario Dondero, l'uomo

Non sono di quelli che possono vantare di averlo conosciuto bene e peraltro odio la morte e i necrologi, per cui mi si perdonerà il tono impacciato con cui scrivo di Mario Dondero in questa occasione. È che, ancor prima che il fotografo, è l’uomo straordinario che è stato, come tutti hanno testimoniato di lui fino a farne una leggenda proprio da questo punto di vista, a non permetterci un ricordo scontato. Generoso, umile, solidale, impegnato con tutti – purché non antagonisti politici! ancora negli ultimi anni rivendicava di essere “comunista” guardando gli interlocutori a cui si rivolgeva con sguardo sornione, non di sfida né di ironia –, ma soprattutto spontaneo in tutte le sue manifestazioni. La naturalezza è stato il carattere che tutti gli abbiamo riconosciuto non solo come persona ma anche come fotografo, tanto da farne la sua etica-estetica. La questione che incarnava era in effetti proprio questo: non si possono fare fotografie così senza essere così. Ciò che facciamo ci rispecchia, volenti o nolenti. Ma non solo: in barba agli artisti costruiti, che pensano che artisti si...

Ti scrivo. Pasolini, io ti odio

Sono trascorsi quarant’anni dalla notte tra il 1° e il 2 di novembre in cui Pier Paolo Pasolini è stato assassinato a Ostia, un tempo lungo e insieme breve. La sua figura di scrittore, regista, poeta e intellettuale è rimasta nella memoria degli italiani; anzi, è andata crescendo e continua a essere oggetto di interesse, non solo di critici e studiosi, ma anche di gente comune. Pasolini è uno degli autori italiani più noti nel mondo. In occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato, doppiozero, media partner, ha scelto di realizzare uno specifico contributo. Si articola in tre parti. Interviste, lettere e poesie. Oggi proseguiamo con la seconda: lettere che scrittori e saggisti indirizzano a Pier Paolo Pasolini, come se lui potesse leggerle.   Apriremo questa sezione agli interventi dei lettori: potranno scrivere a loro volta delle missive (massimo 5000 battute) indirizzate al...

Morte di Italo

Pochi giorni dopo il funerale di Italo Calvino ho buttato giù gli appunti che seguono, soltanto per ricordarmi la situazione e i sentimenti del momento. Ero appena tornato dalla Francia, e la sera stessa la moglie di Calvino (Chichita) mi ha telefonato per dirmi che Italo stava morendo. Sono partito in macchina nella notte verso Siena assieme alla moglie di Carlo Ginzburg (Luisa), mentre Carlo stava arrivando col treno da Roma. In macchina io e Luisa siamo arrivati a Siena a mezzanotte e mezza, e proprio allora Carlo stava smontando da un taxi davanti all'ospedale. Chichita era andata a dormire all'albergo. Italo era in sala di rianimazione dove non si poteva entrare, lo tenevano ancora in vita con farmaci «a termini di legge». Abbiamo cercato in tutti gli alberghi di Siena senza trovare un posto per dormire, allora ci siamo seduti ad aspettare davanti all'ospedale. Siamo riusciti a entrare solo alle 4, quando è arrivata Chichita assieme a Giorgio Agamben, Giovanna, Aurora, François Wahl, e il fratello di Italo. Avevano già composto il corpo di Italo nella bara, ma in modo ridicolo, pare, mettendogli del pizzo intorno alla...

La memoria come esperienza del trauma

 Non sono mai stata ad Auschwitz. Né negli altri siti del trauma, a parte Dachau, dove i miei genitori ci portarono da bambini e dove, per una sorta di irriflessa coazione, tornai qualche decennio più tardi in compagnia dei miei figli, ancora troppo piccoli per ricavare dall’esperienza alcuna lezione storica utile, e tuttavia profondamente colpiti dalla desolazione del luogo, dal freddo novembrino, e dalla consapevolezza che lì, proprio lì, erano successe cose orribili.   La sera della mia prima visita a Dachau, per sovrappiù, cenammo all’Hofbräuhaus di Monaco, dove appresi i dettagli del Putsch del 1923, e contestualmente fummo avvicinati da un anziano bavarese in preda a malinconie alcoliche a cui prestai l’identità del vecchio nazista tormentato dai sensi di colpa. Quella notte mi venne la febbre, che presumibilmente incubavo già, ma che attribuii alle impressioni del giorno prima. Secondo le categorie formulate dagli odierni Trauma Studies, ero diventata una testimone secondaria, testimone di testimone, attraverso la quale il trauma poteva propagarsi e passare alle generazioni successive....

Storia della bambina perduta

Tutto ha inizio nel 2011 con la pubblicazione de L’amica geniale, primo volume della saga omonima che si conclude ora con l’uscita de Storia della bambina perduta e con la notizia, diramata dall’Ansa qualche giorno fa, che le oltre millecinquecento pagine de L’amica geniale diverranno una fiction. Sono in tutto quattro i libri che raccontano la storia di Lila e Lenuccia, amiche nemiche dal 1950 ai giorni nostri, senza mai chiarire del tutto di quale delle due sia la genialità cui si riferisce il titolo. L’autrice è Elena Ferrante, la cui vera identità dal 1992, data della pubblicazione in Italia del suo primo libro, è ancora oggetto di congetture.   Nell’estate 2014, in occasione dell’uscita negli Usa di Those Who Leave and Those Who Stay, terzo volume della quadrilogia My Brilliant Friend tradotta da Ann Goldstein, la stampa estera si scatena. Si comincia a parlare di Ferrante fever. Elena Ferrante concede qualche intervista oltreoceano senza mai apparire se non per iscritto. Su Google circola qualche sua foto ma non è detto sia davvero lei. I recensori stranieri non si capacitano del fatto che...

Tavoli | Giosetta Fioroni

Il nero palmo di una mano che sembra un ex voto; il dorso dorato di un’altra, forse battente di antico portone; un cuore di vetro blu e un altro bordeaux più grande, rilegato a quaderno che ricorda quello disegnato da Giosetta Fioroni per l’edizione in due volumi dei Sillabari di Goffredo Parise, con dentro foglie secche, penne d’upupa; una pinzatrice, un posacenere, una murrina fiordaliso, un piatto di ceramica con il titolo La verità, vi prego, sull’amore di W. H. Auden e altri oggetti disposti a fermare fogli. È un tavolo strano: sembra un piano inclinato, dove l’abbondanza e la varietà dei reperti tendono a sfuggire al controllo. Scorrere del tempo; volontà di trattenere piccoli e grandi oggetti; accumulo di ricordi. L’intreccio è fitto. Fotografie di amici, corrispondenze, citazioni d’autore a conferma del profondo legame con la scrittura.   Si leggono qua e là titoli di progetti da realizzare o realizzati. Mirroring memories, grande personale presso il Drawing Center di New York (5 Aprile - 2 Giugno 2013). Un dossier con data scritta a pennarello rosso, Tokyo, 13 Marzo. La...

Speciale Gianni Celati | Un padre scapestrato

A quell’epoca andavo all’università in via Guerrazzi 20, a Bologna. La prima lezione della giornata e della settimana cominciava alle 9.00 del lunedi. Arrivavo alle 8.50 e mi sedevo sulla panca bianca di fianco all’ingresso dell’aula C. Ero l’unico studente che si vedesse in giro a quell’ora nel corridoio del DAMS. Alle 8.55 il professore imboccava il corridoio e mi concedeva, nel suo filare diritto verso la porta dell’aula, un mezzo sorriso compiaciuto e insieme un po’ sorpreso che, a una matricola e mezza come me, non poteva che apparire un segno di predilezione. Perciò mi infilavo in aula subito dopo di lui, salvo constatare che da quel momento in poi e in rapida successione arrivavano tutti gli altri studenti.   Ma giustizia era già stata fatta: il primo giorno di lezione, con l’aula C traboccante, un Celati irritato fino alla collera aveva messo bene in chiaro che il suo corso sarebbe stato una strage - “e cosa venite a fare qui; qui si parlerà della letteratura inglese e se non sapete l’inglese andatevene a casa...”. Forse non disse esattamente queste cose, ma...

Oggetti d’infanzia | La buca dell’immondizia

Già la terminologia racconta l’abisso temporale che divide le epoche. Oggi si chiamano Rifiuti Solidi Urbani. Ieri, semplicemente e brutalmente: immondizia. Una parola che evoca da subito un’esigenza di purificazione e catarsi.   Noi andammo a vivere nel condominio in cui ho passato infanzia e adolescenza nel 1963. Era un edificio con pretese, superiore allo standard che mio padre, semplice impiegato di banca, avrebbe potuto permettersi. Ma la proprietaria dell’immobile era una lontana parente e, in cambio dei suoi servizi come amministratore e factotum, la mia famiglia poté soddisfare le sue aspirazioni di avanzamento sociale.   Non ho ricordi di come si sbrigasse la questione dell’immondizia nel casamento popolare in cui abitavamo prima. Ma nella nuova casa c’era la “buca dell’immondizia”. Vale a dire, una colonna verticale che correva per tutto il condominio con aperture a ogni piano dove gli inquilini, aprendo una specie di botola verticale a maniglia, gettavano i loro rifiuti. Tutti. La fisiologia della cosa è curiosa, a pensarci: l’idea era che qualsiasi schifezza tu producessi...

Oggetti d’infanzia | Latte Nestlé

La latta rotonda, nel ripiano alto del frigorifero, era sempre un po’ unta. A prenderla in mano, ci si restava quasi incollati, come a formare un’unica entità ibrida e ideale che costituiva il principale desiderio del mio palato e il buco senza fondo dell’iperestesia tardo moderna. All’interno c’era una tersa sostanza bianca che nemmeno le lunghe e fascinose rêveries di un Gaston Bachelard avrebbero potuto descrivere nelle sue ricchezze materiche e nella sua algida compiutezza cromatica. Questa sostanza era assai consistente, al punto che, per esser correttamente consumata, andava allungata con un tot d’acqua di rubinetto riscaldata sul fornello col pentolino – a ipocritamente ricostituire ciò che non era mai stata, ovvero una porzione di latte caldo per la sedicente colazione del bambino (cioè di me, forse proprio per questo tendente all’adipe già da allora).   Sto parlando di un barattolo di latte condensato prodotto da una celebre marca alimentare allora esotica, se non esoterica, che soltanto la cieca smania di progresso tipica di quegli anni ha potuto a poco a poco naturalizzare...

Punto, a capo

Aveva impresso ai pedali un ritmo sostenuto che le ricordava, chissà perché, la marching band che aveva seguito per le strette e buie stradine medioevali durante Barga jazz. A pensarci bene anche quella volta, come ora, non si era posta un obiettivo, ma era stato il ritmo a muoverla quasi obbligandola a seguire dei perfetti sconosciuti.   La strada sterrata si snodava tra piante che punteggiavano un paesaggio che si faceva sempre più incline a mutarsi. Siamo vicini al lago, pensò Marina e fermò la bicicletta, pronta ad annusare l’aria. La pedalata stava diventando faticosa ed era questo l’unico segnale di un percorso che le era sfuggito di mano, anche se ora capiva perché si era diretta lì. Il ritmo del cuore, veloce un attimo prima, stava recuperando la sua cadenza consueta e Marina si trovò a pensare che forse la fatica era dovuta ad altro. Ora tra gli alberi scorgeva il santuario, inforcò la bici (la poderosa!) e si decise a un ultimo strappo. Mentre la stradina scivolava sotto le ruote si disse che sì, era stata la ricerca di una consolazione ai suoi voli romantici che l’aveva...

Letizia Muratori. Come se niente fosse

Villa Gunther, la residenza di una facoltosa famiglia laziale in evidente declino, fa da sfondo a Come se niente fosse (Adelphi, pp. 140, € 15), l’ultimo romanzo di Letizia Muratori. Si tratta di un luogo antico e malinconico, che immaginiamo immerso in un’atmosfera autunnale, un po’ annoiata e rarefatta, dove il tempo sembra non scorrere: qui hanno sede corsi di equitazione e un circolo culturale dove poche donne, amiche di lunga data, si ritrovano per scambiarsi consigli di lettura.   La narratrice e protagonista, di cui non si conosce mai il nome, è una scrittrice in piena crisi creativa ed esistenziale che viene invitata a Villa Gunther come coach di un laboratorio di lettura a cui partecipano sua sorella, la nipote e le vecchie compagne di equitazione; dai suoi ricordi, con cui l’autrice intervalla la narrazione, sappiamo che frequenta la villa sin da quando era piccola, sin da quando, grazie alla guida di Giacinta Gunther, scopre il suo amore per i cavalli; ma la potenza di questo incontro, quello con l’amore, non si esaurisce nella passione infantile: la protagonista, da adolescente, si avvicina al fratello di Giacinta,...

Laura Pugno. La caccia

Ho sempre pensato al mondo di Laura Pugno come a una piccola scatola nera da cui, se un giorno ci fosse un disastro, ciascuno di noi – suoi lettori – potrebbe estrarre un oggetto, per esempio un alimento, o un animale, o anche una sensazione, e con quell’oggetto saprebbe automaticamente cosa farci, senza bisogno di istruzioni. Sarebbe un oggetto – o un animale, o una sensazione – che porta in sé la propria ragion d’essere. Questo nonostante nel mondo di Laura Pugno ci siano spesso degli ordini – sarebbe meglio dire delle istruzioni, o degli imperativi di natura inspiegabile, in cui A chiede a B di fare delle cose – portare del cibo, mangiare, leggere, guardare – , che sembrano dei rituali d’amore e di violenza, impossibili da decodificare, ma nondimeno carichi di senso.   Questo universo in cui i protagonisti commettono gesti inspiegabili – il lettore a tratti è portato a pensare che, se lo sapesse, il perché di quei gesti, molte cose gli sarebbero più chiare – è pieno di una violenza arcaica e ineliminabile. La violenza è intrisa nelle cose, discende da...

Giacomo Verri. Partigiano Inverno

Partigiano Inverno (Nutrimenti, pp. 237, € 17) è un romanzo che narra alcune azioni compiute dalla Resistenza in Valsesia nel dicembre del 1943. Le sue pagine hanno una consistenza porosa: sculture in cui si alternano vuoti e volumi, abissi e superfici, illusioni e speranze.   L’autore sceglie di dare voce a pochi personaggi, ognuno dei quali si porta dentro il rimorso di un’occasione mancata: Umberto Dedali, un ragazzino di undici anni che vive a Borgosesia con il nonno, suo zio Italo Trabucco, professore in pensione – insieme preparano un bellissimo presepe, emblema dell’armonia assente dalle loro vite – e Jacopo Preti, studente universitario innamorato come il giovane Milton di Una questione privata, che si unisce ai ribelli delle Brigate Garibaldi.   Anche le azioni evocate sono poche: l’assalto partigiano al paese di Varallo – in seguito esteso a tutta la Valsesia – e la rappresaglia dei fascisti della Legione Tagliamento, che terrorizzano la popolazione e fucilano dieci persone. Nell’intervallo tra questi eventi lo scrittore descrive la vita in tempo di guerra: lenta, sempre uguale, quasi...

Oggetti d’infanzia | La pila

L’infanzia, si sa, è un tempo magico, e raccontare l’infanzia vuol dire anche raccontarne gli oggetti che più l’hanno abitata. Non solo i giocattoli, ma gli oggetti più comuni e quelli più speciali, e magari anche quelli strani di cui ci vergognavamo un po’: tutti sono diventati parte di noi, ci hanno accompagnato nell’età adulta, dimenticati in un angolo della memoria.   A quel tempo di meraviglia, di scoperte e paure che è l’infanzia si può a volte tornare grazie a un oggetto qualsiasi, che però, sta qui la magia, era il nostro, e ci spiega chi eravamo, cosa desideravamo e cosa detestavamo, anche. E che forse ci diceva, allora, cose che avremmo poi capito solo molto più tardi, quando di quell’oggetto era rimasto solo un ricordo sfocato.   Per questo ricordare un oggetto d’infanzia vuol dire non solo tornare ad affacciarsi su quell’epoca di prodigi e spaventi, ma pensare a cosa siamo diventati, noi, tutti, ormai adulti, a chiederci com’era il mondo che immaginavamo e com’è ora, così grande e terribile.  ...