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scrittura

(62 risultati)

Raffaele La Capria

«Dove comincia l’opera di La Capria?». Terminando la sua memorabile introduzione alla prima edizione del «Meridiano» di Raffaele La Capria, Silvio Perrella aveva trovato una risposta dal sapore vagamente taoista, privilegiando il movimento e la metamorfosi ai danni di un’idea tradizionale di «opera» lineare nel suo progresso e raggelata in una successione di titoli. L’opera di La Capria, infatti, a parere del critico, «comincia da dove finisce, e da lì riparte da capo».   Era il 2003, e il «Meridiano» in questione festeggiava degnamente gli ottant’anni appena compiuti dello scrittore napoletano. Tutto sommato, poteva sembrare una partita chiusa, e chiusa in bellezza. Non perché, ovviamente, non si possa scrivere ancora, e scrivere cose importanti, dopo gli ottant’anni e la pubblicazione di un «Meridiano». Si dice che Giorgio Caproni considerasse un segno di malaugurio la raccolta delle sue poesie complete. E rimise tutto in questione con un ultimo capolavoro, capace di modificare il senso di tutto quello che aveva fatto.   Ma il caso di La Capria, meno...

Sebastiano Vassalli. Terre Selvagge

Mi si perdoni la metafora, ma se dovessi pensare al nocciolo dell’ultimo libro di Sebastiano Vassalli, il corpo dentro al corpo narrativo che più di tutto il resto è destinato a rimanere, per germogliare e sopravvivere, penserei a un brano che si trova alla pagina duecentodiciassette di questo Terre selvagge, che Rizzoli ha pubblicato nell'aprile scorso: «dopo avere riferito ciò che è stato scritto sulla battaglia dei Campi Raudii e sulla fine dei Cimbri, è tempo ormai che cerchiamo di rappresentarci quegli avvenimenti come già nell’antichità faceva Omero: chiedendo aiuto alla dea della poesia epica cioè alla nostra immaginazione».   La citazione è tratta dal finale di un capitolo che si intitola «La battaglia secondo gli antichi», e anticipa il capitolo successivo: «La battaglia secondo noi». Quale sia la battaglia, è stato detto. Quali siano gli avversari dei Cimbri, è ovvio, ma non nuoce esplicitarlo: i Romani. Nel mezzo c’è il popolo dei Galli Cisalpini, entro il quale si sviluppa uno dei due fili che intrecciano il romanzo: la...

Viaggiare in un armadio Ikea

Ci sono libri che incuriosiscono per via della loro storia editoriale, per il successo imprevedibile che hanno riscosso. Un autore esordiente, dalla biografia stravagante – è stato dj, assistente di volo e illusionista –, un’idea spassosa e senza pretese, la vicenda di un piccolo editore al quale esplode in mano un bestseller da più di 300.000 copie, i cui diritti sono poi stati venduti in tutto il mondo.   Sia chiaro, non c’è niente di male nel fatto che un libro diventi un fenomeno di costume. Al contrario. La cosa che stupisce di Romain Puértolas, un francese del Sud con origini spagnole, e del suo L’incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio Ikea (Einaudi, 2014) è che sia riuscito a mettere d’accordo pubblico e critica, anzitutto in Francia. Si è parlato di libertà assoluta, di lingua fantasiosa, di dialoghi degni dei più abili sceneggiatori, di un’ironia di cui si sentiva il bisogno.   Le peregrinazioni di Ajatashatru Lavash Patel che viaggia dall’India verso l’Europa per acquistare un letto di chiodi Ikea, ultimo modello,...

Ermanno Rea: "Non volevo fare il giornalista"

È in un appartamento elegante di un palazzo dei primi del Novecento, a un passo dalle mura vaticane, che mi accoglie Ermanno Rea. Il sole caldo di questa tarda mattina illumina le stanze e, superato l’ingresso, riconosco alle pareti alcune delle fotografie scattate nei suoi viaggi da inviato. Mi colpisce il primo piano di una giovane donna velata, in un niqab bianco, i suoi occhi scuri, malinconici e indagatori. La foto è stata scattata ad Algeri all’indomani della liberazione dal colonialismo francese.     Atri scatti di quel reportage sono pubblicati in Io reporter (Feltrinelli, 2012) il volume che raccoglie molta della produzione fotografica di Ermanno Rea. Nella breve introduzione al portfolio sull’Algeria, lo stesso Rea ricorda come in quel periodo, primi anni ‘60, fu colpito dai numerosissimi casi di suicidi femminili di cui si dava notizia sui giornali locali. La ragione era una sola: quelle giovani donne si toglievano la vita perché vittime di matrimoni forzati, vendute dai loro padri. In quel soggiorno ad Algeri, mentre documentava la nascita di una nazione indipendente, a Rea accadde un incontro fortuito, casuale, per quanto folgorante. Invitato a partecipare...

Antonio Riccardi. Cosmo più servizi

Immaginate un bricoleur al lavoro che, invece di armeggiare con i pezzi di un vecchio meccano o con i vagoni di un trenino elettrico, prova a disporre sul tavolo pezzi di vita ricomparsi misteriosamente da un lontano passato. Persone che quelle storie di vita hanno vissuto, uomini, donne ormai decomposti nelle loro sepolture, assorbiti dalla terra, dei quali tuttavia è rimasto qualche brandello di parole, mesti epitaffi funebri ma anche oggetti, scritture autografe, memorie racchiuse nelle testimonianze di chi li ha conosciuti.   Ora immaginate che questa accozzaglia di cose e parole prendano la strada di un racconto che trasforma la loro muta presenza in azioni, memorie, desideri, sogni, delusioni. Non pensate però ad un racconto unitario, a un romanzo ma a tante piccole storie, anzi a sequenze di storie, a storie possibili mai concluse, ad accenni di storie possibili. Sarete confrontati con un’archeologia senza importanza, a strani oggetti galleggianti in un mare che si sottrae alla misurazione dello spazio e del tempo.   A questo punto siete entrati nel libro di Antonio Riccardi. Un libro enigmatico e insieme ironico a cominciare dal titolo,...

Michele Mari. Roderick Duddle

Ce lo ripete ormai da anni che l'ossessione è il nucleo dell'ispirazione dello scrittore e che la letteratura non può essere considerata un tentativo di addomesticare i demoni, essendo al contrario una resa incondizionata, il lasciarsi assediare e possedere fino a diventare lo stesso corpo inerme dei mostri che ci seguono fin dall'infanzia come i più fedeli animali da compagnia.   Ci eravamo abituati a pensare che in Michele Mari il veleno scorresse come linfa vitale nella scrittura e che le sue ossessioni dovessero necessariamente incarnarsi nelle affettazioni di una maniera intrisa di aurei arcaismi e rabbiosi anatemi, di altissimi lemmi inusitati e infime espressioni gergali, di gelidi spasmi e furenti sintassi – insomma di quella lingua e di quella prosa che avevano reso memorabili racconti come I giornalini o L'orrore dei giardinetti.   E invece Roderick Duddle (Einaudi, 2014) romanzo d'avventura e d'intrigo stilisticamente piuttosto piano, sembra voler far credere tutt'altro, almeno in prima battuta: che a quelle ossessioni – imbrigliate, ammansite e costrette a recitare un'antica parte saputa a...

Anna Maria Ortese

Scrivere è sempre un dialogare con la morte, calarsi in un antro di voci che in realtà chiedono insistenti di esistere e di far esistere il mondo, a dispetto di tutto, e che, sospendendo la vita, domandano per una follia loro propria di far brillare ancor più la vita – di farla viva e tenace – come se passare per quello strano gorgo di parole tra l’ironico e il beffardo che sottrae il tempo e lo consuma, non sia che il modo necessario per ritornare a vivere, per dirsi vivi. È il potere di evocazione, di richiamo, proprio della scrittura che può fare della morte non il tragico evento di una perdita, il gambo reciso di una dipartita, ma la distanza in cui la parola si confronta per tenere insieme, per ricondurre ai viventi le loro perdite – per salvare – in un territorio in cui vita e morte davvero convivono. E questa morte, già inscritta in vita dentro il doloroso presentimento di un abbandono, nella cognizione di una perdita, in ogni triste cenno di congedo, appare di volta in volta nelle storie di quei personaggi ortesiani – bambini, innamorati, esclusi e poi principi, folletti e maghi, fanciulle...

L'albero della progettazione

“Progettazione” è il termine ormai quasi desueto che si usava in Italia prima che s’imponesse al suo posto il termine “design”, ma rispetto a quest’ultimo aveva un’accezione inconfondibilmente diversa da come è inteso oggi il design. Nell’Italia dove fino agli anni ’80 del Novecento non esisteva nelle università o in accademia una facoltà di Design, ad occuparsi di design erano quasi tutti architetti, con un ricco bagaglio anche di conoscenze umanistiche. Con la loro capacità di giudizio critico su cultura, economia, politica e società, essi osservavano attentamente l’ambiente vitale dell’uomo e cercavano il suo miglioramento (questo, talvolta, prima ancora dell’arricchimento delle imprese) attraverso collaborazioni con vari professionisti e seguendo tutte le diverse fasi del lavoro in modo integrale. In questo modo progettavano da un cucchiaio fino a una città. Questa era la “progettazione”, e chi se ne occupava era il “progettista”. Quando Achille Castiglioni diceva che “il design (progettazione) non è una disciplina...

Tweetflow

Questo articolo è una prima rassegna di idee sul futuro del libro, nate dall’osservazione di alcuni esperimenti sull’uso di Twitter come piattaforma editoriale e strumento generatore di narrazioni. Come prima cosa è necessaria una considerazione: sia per Internet che per il libro si tratta di parole.     Rappresentare la scrittura   Lo scrivere è sempre stato, nella sua accezione più letterale e immediata, un disporre le parole una dopo l’altra, sebbene questo non sia sufficiente per spiegare il concetto in modo completo. Come funziona il processo che dalla costruzione della prima struttura di un pensiero porta alla scrittura di una riga di testo? Già da tempo ormai, dai primi passi mossi nell’era digitale, la scrittura è diventata qualcos’altro, forse per competere con quella che è stata battezzata come l’epoca dell'immagine. Recentemente mi è capitato di dover scrivere – nel vero senso della parola ‘scrivere’ – un breve saggio, quindi con carta e penna, come facevo a scuola. In un primo momento ho pensato che fosse assurdo, ma mi...

Artisti per Bertagnolli / Olimpia Zagnoli. La leggerezza è pop

Un segno, tracciato su un foglio, può farsi segno di molte cose: può dare vita a un volto e costruirgli intorno una storia, può intagliare un marchio o definire un progetto grafico. E dietro il packaging di un prodotto può esserci lo stesso lavoro che c’è dietro una copertina del New Yorker.Disegnare, ovvero, può dirsi in molti modi. E l’impero dei segni e dei disegni, per strizzare l’occhio a Roland Barthes, ha confini frastagliati, che separano e allo stesso tempo mettono in contatto mondi molto diversi tra loro: l’illustrazione, la grafica editoriale, il fumetto.Puntata dopo puntata cercheremo di esplorare questi territori, raccontandoli attraverso le parole e le immagini di quanti, in Italia e all’estero, si sono distinti come autori di graphic novel o di libri per ragazzi, come illustratori o grafici. Per tracciare la rotta, sempre in movimento, di alcuni dei più importanti protagonisti del disegno e contemporaneamente mettere insieme un piccolo atlante di questi mondi, divisi solo da un sottile filo di matita.   Campiture piatte, senza sfumature. Linee decise, senza esitazioni: se non sono curve, allora sono spigoli. Figure stilizzate, bidimensionali,...

Letizia Muratori. Come se niente fosse

Villa Gunther, la residenza di una facoltosa famiglia laziale in evidente declino, fa da sfondo a Come se niente fosse (Adelphi, pp. 140, € 15), l’ultimo romanzo di Letizia Muratori. Si tratta di un luogo antico e malinconico, che immaginiamo immerso in un’atmosfera autunnale, un po’ annoiata e rarefatta, dove il tempo sembra non scorrere: qui hanno sede corsi di equitazione e un circolo culturale dove poche donne, amiche di lunga data, si ritrovano per scambiarsi consigli di lettura.   La narratrice e protagonista, di cui non si conosce mai il nome, è una scrittrice in piena crisi creativa ed esistenziale che viene invitata a Villa Gunther come coach di un laboratorio di lettura a cui partecipano sua sorella, la nipote e le vecchie compagne di equitazione; dai suoi ricordi, con cui l’autrice intervalla la narrazione, sappiamo che frequenta la villa sin da quando era piccola, sin da quando, grazie alla guida di Giacinta Gunther, scopre il suo amore per i cavalli; ma la potenza di questo incontro, quello con l’amore, non si esaurisce nella passione infantile: la protagonista, da adolescente, si avvicina al fratello di Giacinta,...

Piattaforme

A utilizzare per primo il termine “piattaforma” sembra sia stato il matematico italiano Nicolò Tartaglia nel 1546, per indicare una superficie piana di varia estensione. È lo stesso matematico che ha creato il celebre “triangolo” che da lui prende il nome. A osservarlo bene, con i suoi coefficienti binomiali e il suo sviluppo numerico, sembra una perfetta rappresentazione della crescita della rete così com’è avvenuta negli ultimi anni: la piattaforma digitale. Secondo l’Ericsson Mobility Report, entro la fine del 2012 gli abbonamenti mobili per l’accesso al web (cellulari, tablet e chiavette per pc) raggiungeranno nel mondo la quota di 6,6 miliardi. Piattaforme digitali che realizzano il sogno di fornire una connessione a ogni persona.   Nel suo ultimo libro tradotto in italiano, Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di Internet (Università Bocconi Editore), Manuel Castells utilizza varie volte questo termine, ma con un significato ambivalente. Da un lato, indica, infatti, l’“autocomunicazione di massa”, ovvero le reti orizzontali (“l’...

Su un’allucinazione di Wittgenstein

Immaginiamo che le città siano costruite come il linguaggio. Che vi sia una corrispondenza perfetta tra lo spazio urbano e il mondo dei segni, tra l’architettura metropolitana e la struttura del linguaggio. Una corrispondenza tra strade, palazzi e piazze da una parte ed elementi fonologici, sintattici e semantici dall’altra. Questo parallelo è suggerito da Ludwig Wittgenstein nelle Osservazioni filosofiche (§18): “(E quante case o strade ci vogliono perché una città cominci ad essere città?) Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: Un dedalo di stradine e piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade diritte e regolari, e case uniformi” (su queste righe ragiona tra l’altro Hubert Damisch in Skyline. La città Narciso). Sembra l’inizio di Blowin in the Wind di Bob Dylan. Perché una città cominci ad essere città: dov’è che Wittgenstein ha elaborato quest’idea affascinante? A Vienna o a Cambridge dove insegnava? O altrove...

Oggetti d’infanzia | Subbuteo

L’oggetto decisivo della mia infanzia, a pensarci adesso, è stato il Subbuteo, ovvero quel gioco del calcio in miniatura che in seguito è stato scalzato dai videogames. Il Subbuteo a volerlo spiegare è semplicissimo: un panno verde faceva da campo (spesso fissato a un tavolo di compensato con delle puntine da disegno - e chi voleva essere molto elegante e attento ai particolari sceglieva delle puntine verdi, cioè dello stesso colore del panno che a sua volta richiamava l’erba del prato), le porte, due squadre di giocatori e un pallone.   Che sia stato un oggetto decisivo lo dico adesso perché a ripensarci io a Subbuteo ci giocavo quasi sempre da solo. Le partite che preferivo erano quelle in cui tenevo tutt’e due le squadre, la mia e quella avversaria. Cercando di essere più imparziale possibile, guidavo a suon di tocchi dell’indice destro sia i giocatori amici che quelli nemici. Impersonavo, se si vuole, sia i buoni che i cattivi, sia il bene che il male. E trovavo motivi di godimento sia quando giocavo per i miei che quando giocavo per gli altri: nel primo caso c’era la voglia di segnare, magari il...

#Twitteratura?

Giorgio Gaber direbbe “Quando è moda è moda”: oggi tutti parlano di Twitter e Twitter sembra diventato qualsiasi cosa, tanto che forse prima di parlarne sarebbe meglio cominciare ad usarlo per comprenderne i limiti.   No, la twitteratura non esiste. Però ha senso chiedersi quali spazi letterari siano possibili al di sotto della misura minima esercitata da Felix Fénéon ai primi del Novecento, con i suoi Romanzi in tre righe. E, al tempo stesso, ha senso chiedersi quali elementi di sperimentazione, rottura e continuità esistano nell’ambito di un possibile uso letterario di Twitter.   Un primo metro di giudizio è rappresentato dalle Lezioni americane di Italo Calvino: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Possiamo chiederci se i cinque principi individuati da Calvino per la scrittura del terzo millennio trovino espressione su Twitter, ovvero in un contesto che si avvicina più allo scritto-parlato che alla comunicazione scritta in senso stretto.     Elementi che depongono a favore di un uso letterario di Twitter   - ...

b/n. Gli spazi di AG Fronzoni

Un campo innevato si apre alla vista sospeso, irrisolto: toglie allo sguardo la consapevolezza del luogo e vi produce uno straniamento, la parvenza concreta di un’assenza: come una sospensione, una pausa prolungata, tra quelle fattezze di mondo che tanto faticosamente abbiamo imparato a guardare, assaporare, conoscere. Una superficie che, vuota agli occhi, spaesante e irriconoscibile alla mente, ci tocca col fantasma terribile della sua bianchezza (quello che planava sulle distese marine di Melville, incarnato nella sua balena), pieno di perdimenti e paure che pure si ribaltano in chi, trasportato dall’entusiasmo della cancellazione e attratto dall’incantata meraviglia del bianco, si lancia nella felicità stupefatta di un luogo senza confini, di un’estensione che, per quanto piccola sia, pare illimitata: dove lo sguardo si perde nelle regole dei pochi casuali elementi ancora in vista e rimbalza tra i fusti esili delle antenne cittadine, tra un piede e l’altro degli alberi nei boschi, dilatando l’assenza che sembra essersi insinuata, come un sospiro, proprio attraverso il bianco.     Lo straniamento, lo smarrimento che...

Matthew Spender

Matthew Spender ha una sega elettrica in mano e affronta in un crescente pulviscolo bianco una forma di polistirolo. “Proprio una cosa facile”, commenta soddisfatto, intanto che si toglie frammenti da dosso e che di fronte a sé vede la forma che cercava. Accende poi una sigaretta, aspira profondamente. Deve fare un albero sacro, per la foresta di Irminsul: starà al centro di una versione di Norma alle Terme di Caracalla.   Però nel frattempo ha da finire una filastrocca per i quattro nipoti, in cui il lemma Parma Ham rima con qualche altro cibo anglo-italiano. La casa è quella a Gaiole in Chianti, che ha ispirato il film di Bernardo Bertolucci, Stealing Beauty. La bellezza è quella delle colline chiantigiane, amate da molti (ma non mancano i detrattori acerrimi), in cui è approdato insieme alla moglie Maro Gorky negli anni ‘60.   Scultore di fama, negli ultimi anni ha affrontato la scrittura in una serie di volumi, editi in Italia da Barbès, che hanno come filo le complicate e fascinose vicende familiari. Quelle, quindi, di Arshile Gorky e di Stephen Spender. Suo padre è una delle voci...

Isabella Santacroce. Amorino

Cos’è Amorino (Bompiani, pp. 330, euro 17,50) di Isabella Santacroce? Un romanzo che si sviluppa come un nastro di Möbius: infinito e circolare, sulla cui superficie si avvicendano la scrittura e la vita, la realtà e la finzione, la scrittrice e il personaggio, in un moto vorticoso che suscita impressioni contrastanti: voyeurismo e repulsione, attrazione e disgusto, curiosità e confusione.   La storia, che fa parte di una trilogia intitolata Desdemona undicesima composta da altri due romanzi,  V.M. 18 (Fazi 2007) e Lulù Delacroix (Rizzoli 2010) è ambientata nel 1911 a Minster Lovell, brumoso villaggio inglese dove si rifugiano personaggi ambigui: le attraenti gemelle Annetta e Albertina Stevenson, l’una specchio e ombra dell’altra, il dottor Thompson, con la moglie e il figlio affetto da gravi problemi mentali, oltre agli abitanti del luogo: il sacerdote del paese, Padre Amos, la bellissima Bernadine e sua madre Margaret, bigotta e maniacale lettrice di Cime tempestose, oltre alla stessa autrice, che sceglie questo luogo come una cripta dove praticare il rito della scrittura.   Se nelle prime parti...

Matteo Galiazzo. Sinapsi

C’è un libro di Vila-Matas, Bartleby e compagnia, in cui lo scrittore catalano passa in rassegna quelli che definisce gli “scrittori del NO”, ovvero coloro che, come lo scrivano di Melville, a un certo punto decidono di abbandonare la pratica della scrittura. I motivi sono molti: dalla constatazione dell’insufficienza del linguaggio al desiderio di liberarsi in un solo colpo sia dell’angoscia della scrittura che delle cattive maniere dei colleghi letterati, fino alla sacrosanta affermazione di Oscar Wilde, per cui “non fare assolutamente niente è la cosa più difficile del mondo, la più difficile e la più intellettuale”. Ecco perché di questa raccolta di scritture disperse su riviste varie e “postume in vita” dell’ex-cannibale e scrittore genovese Matteo Galiazzo, Sinapsi (Indiana 2012, p. 301, prefazione di Tiziano Scarpa, 16,50 euro) l’elemento più interessante è senz’altro la prematura dipartita letteraria dello scrittore, a lungo considerato una delle voci più interessanti della sua generazione e poi sparito dalla scena letteraria (cosa tanto...

Perché non ricordo gli ebook?

Incontro Giovanna in una libreria. Sta cercando tra le novità i libri da leggere questa estate. È incerta se comprare un libro di carta, oppure la sua versione ebook. Quello tradizionale pesa di più e costa anche di più, tuttavia, mi confessa, i libri che legge sul tablet non se li ricorda per nulla. “Strano – dice – è come se leggessi qualcosa di cui non conservo memoria.” E non è questione dei saggi, che legge di meno sul tablet, ma proprio dei romanzi o racconti. “Com’è possibile?”, mi domanda. La medesima osservazione me l’ha fatta un mese fa un amico. Anche lui ha constatato che i testi letti in versione elettronica sono meno ricordabili: “Che sia un mio difetto?”, mi ha domandato. Da allora mi sto interrogando su questo strano effetto di oblio, o scarsa memorizzazione. Da tempo mi sono accorto che le email, ma anche i documenti, che ricevo via posta elettronica, li ricordo meglio se li stampo. Visti su un foglio A4, le parole, le frasi, i concetti, li trattengo meglio. Ma non posso stampare tutto, sia per una ragione pratica, sia per un problema etico: si consuma...

Étonnants Voyageurs

Ci sono due modi di vivere un festival: o ti dai al meticoloso inseguimento del programma o ti affidi al caso. Incerto sulla strategia, opto per una terza soluzione: l’esterno. Sotto un sole allegro e insolito, la città vecchia è circondata dal mare e dalle barche: un trimarano da regata, cattivo ed elegantissimo, troneggia lungo la banchina di fianco al salone del libro; più avanti, una piccola flotta di catamarani vira di fronte alla scuola di vela dove giovanissimi francesi multicolore apprendono i rudimenti delle loro future esplorazioni (del resto è proprio qua in Bretagna che Richelieu nel 1625 allestì i cantieri che avrebbero rimediato al ritardo in cui versava all’epoca la Francia nella conquista dei mari). Tra brezze e riflessi mi abbandono alla deriva del caso. Finisco nella sala in cui c’è Paolo Rumiz. Il festival gli dedica spazi ampli e prestigiosi, racconta la sua navigazione lungo il Po a bordo di un catboat in legno: “per viaggiare bisogna essere pronti a lasciarsi dietro tutto ciò che conosciamo e accogliere quello che il caso ci metterà sotto gli occhi”. Ha ragione. Bevo un...

John Berger

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     “Il numero delle vite che entrano nella nostra è incalcolabile”, ha scritto John Berger in una pagina di Qui, dove ci incontriamo. Intorno a queste parole non ha voluto altro, se non la cornice bianca del foglio, per mettere meglio in risalto quella che potrebbe sembrare una semplice constatazione ed è invece un riconoscimento emozionato e emozionante. L’io di ciascuno di noi è il prodotto in continuo divenire della relazione che abbiamo con gli altri, con chi è entrato ‘materialmente’ nella nostra vita – per amicizia, amore, legame politico o professionale – e con tutte e tutti coloro che l’hanno...

L’avvenire dell’ebook

Alcuni anni fa avevo fatto una predizione sull’avvenire dell’e-book. Avevo sostenuto che l’e-book non si sarebbe imposto, o non avrebbe sostituito il libro, per ragioni un po’ differenti da quelle tipicamente invocate dai conservatori e contro gli argomenti addotti dai futuristi. Le ragioni tipicamente invocate dai conservatori: il libro cade e non si rompe, il libro non si scarica, il libro è comodo da tenere in mano. Le ragioni dei futuristi: l’e-book contiene migliaia di libri, è indicizzabile. La mia predizione era basata su un parametro sottovalutato nelle discussioni di allora. Il libro cartaceo è un ottimo oggetto di scambio sociale, è molto regalato e come regalo ha una vita illimitata. Regalare un e-book significa invece o regalare un gadget elettronico o regalare un file, e in entrambi i casi lo scambio simbolico è incomparabile a quello che si ha regalando un libro di carta. È simpatico ricevere in dono un libro; meno carino ricevere un pdf. In sostanza, il libro di carta fa parte di un “ecosistema”, e il suo ruolo nell’ecosistema non è rimpiazzabile dall’ebook....

Benjamin in punta di penna

“Was Ist Aura?”. Sono queste le uniche parole che riesco a decifrare. Si leggono in apertura di un documento non datato e manoscritto di Walter Benjamin. Tra i supporti più disparati utilizzati da Benjamin per prendere appunti mi colpisce quello che tenta di definire l’aura, uno dei concetti benjaminiani più indeterminati: una carta intestata “Acqua di S. Pellegrino. La migliore da tavola”. Il logo – una sorta di sponsor dell’Italian Style sul pensiero di Benjamin – non è cambiato: una stella rossa a cinque punte, con l’immagine della bottiglia disposta al centro oppure, come recitavano le pubblicità dei primi del secolo scorso, “la marca stella rossa” da esigere, l’acqua “battericamente pura” rispetto alle altre, che possono contenere “i germi del tifo, della dissenteria e di altre gravi infezioni”. “Was Ist Aura” è riportato giusto sotto l’insegna “S. Pellegrino”, quasi che Benjamin fosse indotto a interrogarsi sulla decadenza e la frantumazione dell’aura a partire non dall’opera d’arte e dalla...