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SHIFT

Gli accadde dunque di spirare, morire come tutti, dopo una di quelle solite lunghe vite che si possono definire “senza costrutto”. E, con tutto il tempo che aveva avuto a disposizione, non era neppure riuscito a capire il perché delle gioie e dei dolori, della salute e della malattia. Concluso l’ultimo rantolo, svaniti i rimorsi e le vergogne di sé che tanto importunano i vecchi, si infilò anche lui nel Nulla. Se lo aspettava, ma non ebbe la possibilità di prenderne atto perché nel Nulla non c’è compiacimento né raccapriccio. Tutto lì. O meglio, nulla lì.   La morte, come si sa, è l’esperienza che tutti fanno, ma, contrariamente a quel che si pensa, si può addirittura raccontare proprio come esperienza soggettiva, sicché, tutto sommato, è quasi banale sperimentarla. Sono molte le esperienze di morte con ritorno. A parte il coma nei suoi vari gradi, il sonno senza sogni, gli svenimenti, chi nella vita non è stato anestetizzato almeno una volta? Mentre il librium o il pentotal, o qualche altra molecola, entra piano piano nella vena del braccio – e il medico si abbandona a vane chiacchiere da barbiere mentre chi sta per andare sotto i ferri, buono buono, si limita a guardargli...

Non avere paura, mettere paura / «Paventare» si è spostato

«Le opposizioni paventano la crisi di governo». La temono o invece la annunciano, la minacciano, la prospettano, la ventilano, la preparano, in fondo la auspicano? La seconda interpretazione è più logica, ma quella linguisticamente corretta è la prima. Ebbene? La lingua cambia e non bisognerebbe patire troppo le distorsioni linguistiche altrui, per non cadere nella Sindrome di Palombella Rossa e finire per prendere a schiaffi inermi giornaliste e urlare: «Le parole sono importanti!» (due reazioni, quale più, quale meno, sicuramente esagerate).   Sul caso di «paventare» converrà predisporsi alla rassegnazione: i vocabolari non registrano ancora questa nuova accezione, ma lo faranno presto – che lo si paventi o meno. Si tratta però di un caso tutt’altro che banale. Il verbo significa propriamente «temere» e, con lieve estensione, «prevedere qualcosa di temibile». Cassandra paventa, paventa fortemente. Ma Cassandra sa, per dono degli dèi, dice e non viene ascoltata. Invece oggi chi paventa viene ascoltato, anche se più di tanto non può sapere. Il significato di «paventare» è così piano piano scivolato fino ad arrivare su un terreno che è il suo, cioè fino a significare non più...

No-ordinary wor(l)d

Diaspora. Development. Normalization. Intifada. Settlers. Refugees. Return. Demolition. Come ragionerei se fossi stato cresciuto sin dalla nascita con queste parole intinte nel latte materno? Non c’è dubbio che reagirei attraverso degli automatismi, risposte scavate in una storia che oltrepassa il mio piano biologico ed esperienziale. Parole più antiche di me e talmente impetuose da tracimare nel mio vissuto obbligandomi a seguirne la corrente. Per esempio, farei molta fatica ad ascoltarti pronunciare “Green Intifada” perché la tua resistenza è attuata con l’agricoltura... o “Cultural Intifada” perché combatti con gli strumenti della conoscenza. Condividerei i metodi, ma ti chiederei di chiamare le cose con il loro nome. Potresti accettare l’idea dei “partigiani biologici” dopo aver perso i nonni o i genitori nella Resistenza?   Oppure?   Ridefinire.   Se fossi stato cacciato da casa mia all’arma bianca (o nera), forse desidererei tornare a casa. Se fossi un profugo, forse vorrei non sentirmi sospeso a tempo indeterminato in un insediamento che non posso...

Parole da accumulare

L’appello di Ceronetti contro l’impoverimento lessicale fa venire voglia di aggavignarsi a quell’elenco che mescola la latrina con il pulpito, la lordura con l’Ente Supremo, il baccanale con il sudario. Non è solo questione di nostalgia. Quando nel 1977 Luigi Malerba scrive il suo catalogo di Parole abbandonate non compie una semplice operazione-malinconia, ma cerca di porre un argine alla sparizione del mondo contadino.   D’altra parte basta aprire un vocabolario della lingua italiana. Lettera A. Saltiamo le preposizioni e iniziamo a leggere in fila le prime parole. Nello Zingarelli 2012 incontriamo subito abacà: “Pianta rizomatosa tropicale delle Musacee da cui si ricava la canapa di Manila”. Viene da una voce della lingua tagal delle Filippine. La seconda, l’abaco, è una tavoletta simile al pallottoliere usata per eseguire le operazioni di matematica. La terza appartiene a tutti, ma abita solo il linguaggio dei filosofi: nella scolastica medievale si definiva abalietà la condizione di tutte le cose create, la cui esistenza dipende da un altro essere. Seguono: abarico (detto del punto in cui cessa l’attrazione gravitazionale delle Terra e inizia quella delle Luna), abasia (...