Est. La barriera

11 Gennaio 2026

Inizialmente vedo solo campi, con qualche casolare sparso qua e là, dei capannoni agricoli in legno e delle garitte militari. Aguzzando gli occhi, guardo meglio seguendo il ditone di Marcin…ed eccolo lì. Un enorme serpentone metallico minaccioso che spunta a 180 gradi sull’orizzonte per estendersi longitudinalmente su tutta la vallata, a perdita d’occhio. È la barriera della Fortezza Europa, una visione impressionante alla quale pensavo di essere preparato, ma in realtà non lo sono per niente. Il muro è sormontato da pali della luce bianchi con sopra installate le telecamere. Scorgo, seppure molto in lontananza, anche le sagome di alcune guardie di frontiera mentre pattugliano con i cani la recinzione. A parte loro, non vedo nessun altro essere umano. I campi adiacenti alla barriera sono sfigurati dai solchi profondi, scuri, dei mezzi blindati che si sono portati via il giallo e il bianco dei fiori d’estate. Guardando bene, mi sembra in realtà una Fortezza fino a un certo punto la nostra frontiera orientale, al momento sguarnita com’è di sistemi difensivi fortificati veri e propri come trincee ed altre strutture militari. Con un carrarmato da sfondamento nel punto giusto la barriera verrebbe facilmente giù. Su questo confine si decide più che altro la vita e la morte, la salvezza oppure la sventura, delle persone che fuggono dalle guerre. Tutto è infatti blindato, l’attraversamento da un lato all’altro impossibile. Eppure la vita continua e c’è voglia di normalità, come avrò anche modo di scoprire a breve.

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La barriera antimigranti voluta dal governo polacco, Ozierany Male, recinzione di confine tra Polonia e Bielorussia 

La strada è ora sterrata e stiamo percorrendo la frontiera attraverso la boscaglia e la vegetazione, lungo una stradina per trattori, o per mezzi corazzati. Procediamo lentissimi, a due all’ora, per non forare le gomme dell’auto, mentre Britney Spears intona Superstar dalle casse dello stereo. In questa lentezza assurda mi accorgo ad un certo punto di star guardando proprio dentro alla Bielorussia. Saremo a una distanza di duecento metri. Vedo dall’altra parte della barriera dei mezzi blindati color grigio chiaro e blu e lo faccio presente a Marcin che però nega l’evidenza sostenendo che sono “dei trattori di Luuukashenkooo” (con enfasi sul nome). Lo dice per prendere volutamente per i fondelli il dittatore bielorusso. Poi ferma la macchina, dicendo che non possiamo più proseguire oltre: le autorità polacche potrebbero fermarci a ogni momento. Mi metto allora a scattare qualche foto e a fare dei video. Percorro poi a piedi qualche decina di metri più a valle per avvicinarmi alla barriera ancora un po’, pur standomene a debita distanza. 

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Miroslav e Marcin a Ozerany Małe davanti al monumento dedicato alla mitologia slava scolpito da Miroslav.

Mi volto e scorgo Marcin farsi una bella pisciata nella sterpaglia, stringendo la sigaretta fra i denti. Ridacchio tra me e me di fronte a quella scena. Non molto dopo gli chiedo di scattarmi qualche foto, per poi incominciare a levare le tende da quel posto. Non so bene perché ma non ho una buona sensazione. Sento che il fatto di essere qui potrebbe non essere per nulla gradito a qualcuno. Neanche il tempo di formulare questi pensieri negativi che ci ritroviamo di nuovo in macchina, percorrendo la linea di confine in senso longitudinale, esattamente sulla stessa strada di prima, ma in retromarcia. Marcin trova presto un varco e riesce a fare inversione. Dopo circa trenta secondi in movimento sul giusto senso di marcia, vedo arrivare dalla direzione opposta verso di noi un mezzo semi-blindato dell’esercito polacco. È riconoscibile dal triangolino nero con lo sfondo giallo visibile sul parafango a indicare la priorità stradale. È un grosso fuoristrada modello Honker Scorpion 3, sormontato da una mitragliatrice. Non dovrei farlo ma mi viene istintivo di filmare i militari con il telefono mentre questi poi accostano per farci passare. Ho il tempismo giusto di posare il dispositivo proprio mentre mi guardano. Osservo quello al volante con l’aria tesa, sospettosa. L’altro di fianco a lui compare dal vetro del cruscotto: ha folte sopracciglia, barba nera, mimetica kaki e letteralmente mi fulmina con lo sguardo. Come per dire: che diavolo ci fa sto qua in taxi, proprio qui? Gli sguardi si incrociano. Non tira una buona aria, ma tutto fila sorprendentemente liscio e non veniamo fermati. Marcin li saluta con un cenno dal finestrino: sa chiaramente come comportarsi in questa situazione. L’obbiettivo è comunque quello di non farsi arrestare. Se ci sono riuscito al corridoio di Suwałki, dovrei potercela fare anche qui. Dopo l’incontro con il mezzo militare arriviamo in una stradina ai lati della quale c’è una specie di installazione con dei totem in legno, e delle sculture piuttosto strane e inquietanti, gialle e rosse, che sembrano uscite direttamente dalle scene di un film di Terry Gilliam. Compaiono poi dei cartelli con delle scritte in polacco. Un cartello dice che sono in pegno mille dollari per una foto di una creatura strana, mitologica, una specie di Bigfoot. 

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Un personaggio della mitologia slava che beve alcolici nella foresta, scultura dell'artista polacco Miroslav ad Ozerany Małe.

Non capisco bene cosa sta succedendo e mi sembra di avere le allucinazioni. Inizialmente pensavo fosse una multa a chi scatta foto visto che siamo nella zona di confine. Chiedo delucidazioni a Marcin. Inizialmente lui farfuglia qualcosa del tipo “it’s a protest for something”. Effettivamente, una scritta su un altro cartello vuole comunicare qualcosa di poco elogiativo nei confronti di Ursula von der Leyen. Procediamo ancora più avanti, sempre a passo d’uomo per non forare le gomme. Questa volta sono io che devo disperatamente andare al bagno e la foresta anche per me è la soluzione a tale proposito. Mi incammino allora su una stradina di fango per nascondermi nella vegetazione. Mi giro e vedo Marcin confabulare ad alta voce con un anziano con i baffi, un cappellaccio in testa, il ventre rigonfio che traspare dalla t-shirt, pure quella rosso fiammante. Entrambi mi guardano ridacchiando mentre mi giro. Sento il vecchio che gesticola e ripete per tre volte una delle poche parole in polacco, lingua slava, che conosco: “dobro, dobro, dobro!”, che vuol dire per tre volte “va bene” (fare la pipì nel bosco). Ritornato alla macchina, mi presento. Il vecchio si chiama Miroslav e vive in una vera e propria baracca circondata dal verde, letteralmente a trecento metri dal confine con la Bielorussia e dalla barriera. Presto scopriamo che è lui l’autore di tutte quelle sculture e di quei cartelli misteriosi. 

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scritte con personaggi mitologici inventati dall'artista Miroslav, con taglia in dollari a chi li trova.

La conversazione avviene in un misto di inglese, con qualche parola in tedesco e in realtà molte parole in polacco, lingua a me praticamente sconosciuta. Miroslav dice di essere anche lui uno scrittore e di aver scritto diversi libri in polacco. Gesticola animatamente a piedi scalzi. Sulla sua T-shirt rossa c’è una scritta molto divertente: “WARNING! GRUMPY’S HERE”. È una citazione che rappresenta il nano Brontolo di Biancaneve e i sette nani, con il quale Miroslav ha una vaga somiglianza, nonostante sia forse più simile a un incrocio tra un Mauro Corona e uno gnomo. I lunghi baffi a manubrio appaiono ingialliti dal fumo. Sul collo porta a mo’ di catenina un piccolo utensile, forse un coltellino, attaccato a una cordicella. La faccia è paonazza per il sole e temo anche per qualche goccio di troppo. Gesticola tenendo in mano un piccolo bricco metallico con dentro quel che rimane di un caffé e parla veloce e ad alta voce con Marcin. Dal cappellaccio spunta una lunga chioma canuta che lo fa sembrare un sopravvissuto di Woodstock (la generazione è quella). Assomoglia un po’anche a David Crosby dei Crosby, Stills, Nash, gli idoli della musica country anni ‘60-‘70 americana. La cosa interessante di Miroslav è che ha costruito pure un monumento: un alto totem di legno con raffigurato un dio pagano con i baffi, che tiene delle saette in mano. Forse è Perun, una specie di Zeus, uno degli dei più importanti della mitologia slava. 

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L'artista e scrittore Miroslav a Ozierany Małe davanti al monumento in legno da lui eretto in tributo alle religioni.

Al cospetto di Perun, in un contesto piuttosto solenne, sullo sfondo stanno quattro inequivocabili pannelli lignei che richiamano alle religioni, come ci spiega in qualche modo l’autore di quelle sculture. Infatti sul primo pannello vi è una croce cristiana, e proseguendo da sinistra a destra vi sono una stella di Davide ebraica, un kolovrat che fa parte sempre della mitologia slavica che è una sorta di simbolo del sole (un po’ come la svastica, ma in questo contesto privo di un’associazione con l’estrema destra), una croce ortodossa con le tre traversine di provenienza bizantina e una mezzaluna con stella che chiaramente rappresenta l’Islam. Sentire queste parole di Miroslav sulle religioni in un luogo di confine come questo, vedere i simboli dell’ebraismo vicino a quelli del credo musulmano, nei giorni della feroce distruzione di Gaza in qualche modo mi rende un pelo più ottimista per la direzione dove sta andando l’umanità. Interrogato su come si sente a vivere così vicino alla barriera e alla Bielorussia, Miroslav dice di sentirsi tranquillo qui nel bel mezzo della natura e che l’unica cosa che lo infastidisce è il ronzio notturno dei droni che disturba il suo sonno. Stiamo ancora un po’a parlare con Miroslav, ma il tempo stringe: dobbiamo tornare a Białystok. Risaliamo allora in macchina e io ripenso a che bella cosa sia quella che ha fatto Miroslav come singolo cittadino, in tutta la sua innocenza e la sua provincialità, ma con buone intenzioni: un monumento al dialogo tra le culture e le religioni. Il suo semplice messaggio mi ha toccato nel profondo.

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Mappa dei dintorni di Białystok che include anche Ozerany Małe e la Barriera tra Polonia e Bielorussia.

Tornati in macchina, pronti a ripartire verso la città, Marcin riattacca la sua playlist, questa volta con un classico dei Ricchi e Poveri: “Mamma Maria”. Si mette pure a fare un balletto mentre sta al volante alzando su mia richiesta la musica per provare a sdrammatizzare quello che abbiamo visto oggi, sempre se possibile. Mentre la canzone parla da sé:

E una ricetta per l’allegria,
Legge il destino, ma nelle stelle
E poi ti dice, solo cose belle.

In copertina, Sculture in stile mitologico slavo sul dialogo tra religioni eseguite dall'artista e scrittore Miroslav a Ozerany Małe.

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Gianni Dubbini Venier | Est. Białystok, Polonia nordorientale

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