Come le élite ci servirono Hitler
Nel centenario, commemorato a più riprese negli ultimi anni, del periodo weimariano (1918-1933), molta storiografia ha iniziato a interrogarsi in modo rinnovato e urgente sulle cause della sua fine, tanto distruttiva quanto archetipica. Appare infatti chiaro come la caduta di quella grande scommessa, di una “prima repubblica tedesca”, abbia aperto riflessioni rispetto alla tenuta di ogni democrazia, ivi comprese le istituzioni democratiche occidentali. Qual è la politica necessaria per rinsaldare il patto di rappresentanza in una fase di crisi delle istituzioni democratiche? Qual è il ruolo delle élite nell’ascesa al potere delle forze eversive e antidemocratiche? Qual è il peso delle forze contrarie al patto sociale all’interno della macchina statale? È dentro il filone di questa storiografia critica che si inserisce anche l’ultimo lavoro dello storico francese Johann Chapoutot, Gli Irresponsabili. Chi ha portato Hitler al potere? edito in Italia da Einaudi (2025) e che vedrà l’edizione tedesca ad aprile 2026.
Secondo la rivendicazione centrale del libro, l’avvento al potere dell’hitlerismo è stato per decenni indagato dalla storiografia tradizionale a partire dai suoi effetti catastrofici, quali la sospensione dei diritti primari e l’implementazione del terrore a partire dal febbraio 1933. Questo punto di vista avrebbe spesso e volentieri distratto l’attenzione dalle dinamiche politiche, istituzionali ed economiche realmente determinanti la crisi finale della democrazia weimariana, ovvero i giochi di potere intestini alle lobby statali e parastatali degli ultimi tre anni della Repubblica.
Chapoutot intende rimettere ordine a questa abbaglio, svelando le trame di una responsabilità trasversale e intenzionale di molti apparati dello Stato e delle élite tedesche tradizionali, che avrebbero condotto “a partire da un calcolo, da una scelta e da una scommessa” il partito nazista fino al governo. In Gli Irresponsabili, Chapoutot ricostruisce cronologicamente i capitoli e i personaggi di questa triste vicenda, partendo dalle confidenze, dalle testimonianze e dalle memorie dei protagonisti stessi. Fu tutto l’apparato ministeriale, economico e politico della Germania del tempo a contribuire, in fin dei conti, all’avvento al potere del partito nazista. La vicenda non è in realtà un mistero: la ricostruzione di Chapoutot ha però il merito di ridefinire il rapporto causa-effetto e le linee di continuità che effettivamente ci danno lo spaccato di quale sia la dimensione indiziaria delle complicità delle strutture di potere tradizionali (presidente del Reich, élite militari e industriali, nobiltà prussiana decaduta ma non estinta, entourage vari).
L’ultimo governo effettivamente democratico della Repubblica, ovvero quello della grande coalizione presieduta da Hermann Müller (1928-1930), non sarebbe caduto quindi per la crisi e la mancata soluzione da apportarvi, ma per un’intenzionale volontà di sospensione della democrazia, cospirata da cariche militari come il futuro cancelliere von Schleicher, poi eliminato dalle SS nella Notte dei lunghi coltelli, e dallo stesso presidente del Reich von Hindenburg, decisamente intenzionati a “mandare a casa il Parlamento per un certo periodo”, in una sorta di resa dei conti finale delle élite verso una democrazia mai veramente riconosciuta.
La stessa ben nota austerità, annunciata dal successore di Müller Heinrich Brüning, all’insediamento del suo governo nell’aprile del 1930, non sarebbe stata determinata da un orientamento economico verso il “salasso indispensabile”, perseguito a ben vedere da molti altri governi a livello internazionale nella fase pre-keynesiana, ma il risultato di una vera e propria intenzionalità antiparlamentare. Rilevante in questo senso è l’insistenza di Chapoutot nel leggere l’applicazione dell’articolo 48 sullo stato di eccezione, non come meccanismo di difesa delle istituzioni, ma come il grimaldello che, attraverso la concentrazione dei poteri nelle mani del presidente del Reich e del suo entourage, avrebbe aperto un varco nella tenuta della democrazia, con il fine di procurarne la dissoluzione.
L’enfasi accusatoria posta sull’intenzionalità propria delle élite teutoniche di sospendere le istituzioni democratiche definisce il lavoro di Chapoutot, il quale sa ben individuare quale sia il peso drammatico della trasformazione delle pratiche repubblicane e parlamentari in un regime presidenziale. In questo processo, la cortigianeria, l’interesse privato e la sparizione del pensiero critico non fanno altro che generare i presupposti per un decadimento repentino dell’interesse collettivo, a favore di una personalizzazione autoritaria delle pratiche politiche della Repubblica in crisi.
La congiuntura tra crisi economica internazionale, conflitto sociale permanente dato dalle misure economiche introdotte dal governo Brüning e sospensione del ruolo del Parlamento è il paradigma dentro cui si definisce questa fase di passaggio del 1930-1932. L’elemento dirompente sollevato da Chapoutot è l’utilizzo strumentale e irresponsabile fatto dalle élite industriali e militari, che altro non volevano che ottimizzare questi tre flagelli in un senso anti-comunista, anti-socialista e anti-repubblicano. È nel vuoto generato da questo attacco frontale da parte della politica conservatrice militare e junkeriana al fronte popolare e sociale che si rafforzerebbe oltretutto l’altra narrazione, quella del “fronte nazionale” delle destre völkisch e reazionarie, a fine anni Venti rappresentate ancora dal DVNP (Partito Nazional Popolare Tedesco) e poi in maniera maggioritaria, a partire dal 1930, dal Partito Nazista.

Chapoutot inserisce il successo propagandistico della Rivoluzione conservatrice del magnate dei media Alfred Hugenberg, mentore di Hitler, in questa aperta e manifesta incapacità irresponsabile del vecchio apparato politico, che, vuoi per il chiacchiericcio, vuoi per il risentimento radicale, altro non faranno che portare alla nomina di Hitler a Cancelliere. Ma i capitoli di questa agonia furono molteplici: le politiche dell’austerità di Brüning condussero il paese alla rottura sociale, con una SPD obbligata a difendere l’indifendibile, ovvero Brüning stesso, da un ulteriore peggioramento con l’elezione di un nuovo Cancelliere ancora più conservatore e reazionario, cosa avvenuta puntualmente il 1° giugno 1932, con la chiamata al governo di Franz von Papen da parte di Hindenburg! Dietro a questo svuotamento della vita parlamentare a ribollire sono anche le analisi “vertiginose e mistificanti” del giurista Karl Schmitt, secondo cui “solo l’unità attorno alla figura di un Presidente forte potrebbe evitare la vacuità pluralista e disgregatoria del Parlamento”. Ma sulle stesse posizioni, ambiziose quanto segnate dal carrierismo, si ritrovano i vari teorici e pubblicisti fautori della “rivoluzione conservatrice”, come Walter Schotte e Edgar Julius Jung, tutti legati a quel club di uomini/signori/padroni dello Herrenklub, circolo di conservatori e reazionari, determinanti per la legittimazione del governo hitleriano.
Il governo von Papen, nato il 1 giugno 1932 dalla pura volontà dell’entourage di Hindenburg, senza una maggioranza, né dentro né fuori il Parlamento, è l’emblema di questo attacco al pluralismo e alla democrazia: l’esecutivo von Papen è un chiaro meccanismo antisociale, anti-marxista, anti-repubblicano, pieno di baroni senza merito e lanciato alla “riconquista dello stato cristiano”, contro la “falsa lotta sociale” della vita repubblicana, nella proclamazione del liberalismo autoritario e socialdarwinista, in cui tutti i raggiungimenti e diritti della Repubblica di Weimar (giornata di 8 ore, sussidio di disoccupazione, diritti sindacali, suffragio universale, diritto di emancipazione individuale e collettivo, diritti di genere) non sono altro che frutto del “bolscevismo culturale”, denunciato senza sosta come male del secolo: cosa vuole il popolo, emanciparsi pure?
È qui che Chapoutot si preoccupa maggiormente di ricostruire molte delle carriere degli “irresponsabili”: alti funzionari, nobili e uomini in carriera, annoiati dal pluralismo parlamentare e focalizzati sulla difesa dei propri interessi, come il ministro delle finanze, il conte Johann Ludwig Schwerin von Krosigk, o il ministro degli affari esteri, barone Konstantin Freiherr von Neurath, fino al ministero degli affari aiuti all’Est, il barone Magnus Freiherr von Braun. Quello che si evince da queste carriere politiche è l’emersione di uno stato sommerso, antirepubblicano ed elitario, anticamera della dissoluzione stessa del tessuto democratico.
Una categoria su tutte aveva però già intuito, agli inizi dello stesso anno, ben prima della consacrazione di von Papen, quanto questo tipo di agenda antiparlamentare, di recupero di un autoritarismo liberista di stampo ottocentesco, e in lotta aperta con tutti i raggiungimenti dello stato sociale weimariano, trovasse il suo rappresentante più naturale in Adolf Hitler: stiamo parlando della grande industria, che già il 26 gennaio del 1932 aveva incoronato il suo nuovo riferimento politico nel grande raduno del Club degli industriali al Parkhotel di Düsseldorf, capitanato dallo stesso Gustav Krupp. Dentro la quadratura del cerchio delle corresponsabilità industriali, politiche e manageriali, Chapoutot rivendica esplicitamente la necessità di usare il passato attualizzandolo, ovvero ricostruirlo per interrogarci sulle analogie con il presente, perché “il passato non si ripete, ma fa le rime”.
“Il lettore di oggi avrà probabilmente colto qualche eco tra ciò che si indica con l’interessante concetto di “attualità” e la Germania del 1932. Il numero delle analogie è tale che elencarle sembrerebbe quasi noioso: una politica di austerità dogmatica che aggrava la crisi e la miseria; un potere esecutivo che fa adottare misure volte a distruggere il modello sociale a colpi di articolo 48; una sinistra socialdemocratica che sostiene tale politica al fine di evitare, a sua detta, il peggio; un regime politico che, a partire dal 1930, diventa presidenziale e concentra poteri esorbitanti nelle mani di un singolo uomo, il regno degli entourage…”
Johann Chapoutot traccia sapientemente linee che escono dal campo della storiografia per entrare in quello della critica politica, facendo spesso riferimento alle inclinazioni a destra dei “grandi centri” francese o tedesco odierni, con attacchi diretti a Emmanuel Macron e Friedrich Merz. Il lettore attento nota la cura messa nel non trasformare le analogie in sovrapposizioni mistificanti e sa apprezzare lo sforzo di interrogarsi sulla crisi delle democrazie europee odierne e sul riproporsi di determinanti paradigmi, tra cui spicca proprio quello della responsabilità (o irresponsabilità) delle classi dirigenti.
Quello che però emerge da questa tensione tra presente e passato è una considerazione sulla natura del rapporto tra élite e democrazia, tanto più amara quando rispecchiata nel momento presente. Se volessimo infatti concedere l’attenuante dello spirito del tempo ai prussiani di un secolo fa, potremmo inquadrare il loro essere poco avvezzi al gioco democratico come la radice della loro sordità alle rivendicazioni emancipatorie della società. In altre parole, la loro irresponsabilità sarebbe stata anche informata dall’ignoranza – seppur non incolpevole – della democrazia. Per converso, l’irresponsabilità ostentata di molte élite tecno-politiche del mondo occidentale avanzato sembra prosperare, incurante del secolo di esperienza democratica che recano sulle spalle. Il punto a cui Chapoutot ci conduce è quello riguardante l’incapacità delle classi dirigenti di essere all’altezza delle sfide del proprio tempo, al di là quindi degli interessi personali e in difesa del bene comune.
Fermo restando che nelle democrazie rappresentative il popolo rinuncia a una parte della propria agency per demandarla a chi, una volta eletto, di questa responsabilità si fa carico, gli irresponsabili individuati da Chapoutot – quelli che questa rinuncia vanificano – sono una classe trasversale in cui gli eletti del popolo e chi in quelle alte sfere si è ritrovato per censo o tradizione partecipano congiuntamente alla distruzione della macchina pubblica. In questa luce, Gli Irresponsabili diventa un monito al presente, ricordandoci come nelle democrazie liberali contemporanee, in cui il confine tra élite pubbliche e private si è fatto una membrana porosa di scambio, il patto sociale di rappresentanza necessiti quanto mai di massima tutela e rispetto vincolante.