Speciale
Occhio rotondo 59. Saltare
I bambini saltano la corda. Due la tengono e la fanno girare sopra la testa e poi ricadere in basso. Al centro quattro bambine volano seguendo il ritmo: evitano d’inciampare. L’obiettivo di Jacqueline Vodoz (1921-2005) le coglie mentre sono sospese in aria nel punto di massima elevazione. Momento particolare: sembrano galleggiare dopo aver spiccato il salto. Momento magico: la foto le ferma in questa posizione per sempre. Si tratta di un servizio pubblicato dalla fotografa milanese d’origine svizzera sulle pagine di “La Notte” il 14-15 novembre 1953. Una piccola ebbrezza sembra trapelare dai visi dei bambini, un sorriso di soddisfazione: saltare strappa i bambini da terra per trattenerli lassù, un istante estatico in cui si supera la forza di gravità, prima di ricadere coi piedi sul terreno. La medesima soddisfazione, ma appena diversa, si prova oscillando sull’altalena. Qui però il peso del corpo viene vinto non da un oggetto che moltiplica la forza, ma dal corpo stesso, dallo slancio nato dalle proprie gambe. Probabilmente, come capita spesso con il gioco della corda – oggi forse un po’ in disuso –, mentre si vola scansando la fune si canta; lo si fa per battere il tempo, per manifestare una gioia, per legarsi agli altri e alle altre che saltano con noi. È sperimentare la leggerezza che appartiene agli esseri speciali, alle figure divine, e i bambini lo sono. Il balzo in alto, anche un piccolo saltino – qui i ragazzini si sollevano non più di qualche centimetro –, provoca una gioia primaria legata all’equilibrio, indispensabile mantenerlo per non cadere riscendendo verso il basso; è come una pulsazione del battito cardiaco.
Sono piccole acrobazie che includono quelle che Gaston Bachelard ha iscritto nella rêverie dell’aria: sognare di volare ad occhi aperti per forza propria, e non mentre si è nel mezzo di un sonno ristoratore. Tutto questo appartiene a quella che il filosofo in L’Air et le Songes chiama: la “caduta ondulatoria”. Nelle sue pagine Bachelard ricorda che per Nietzsche la profondità sta in alto e non, come si crede, in basso: è una sospensione. Jacqueline Vodoz è una fotografa semisconosciuta, per quanto la sua carriera di fotogiornalista nella Milano del dopoguerra si sia svolta nel giro del bar Jamaica con i nomi oggi famosi di Ugo Mulas, Mario Dondero, Alfa Castaldi, Nino Alano e tanti altri. Lavorava come fotografa per giornali molto diffusi, ma solo per un breve lasso di tempo; poi ha indirizzato il suo destino d’autrice nell’attività dell’azienda di design creata con il marito, Bruno Danese.
Questa immagine, estratta dal recente volume a lei dedicato, Jacqueline Vodoz. La fotografia parlata (a cura di Manuela Cirino, Electa Photo), contiene qualcosa di sorprendente e d’inatteso; si tratta di una forma di cura diretta verso le persone e i luoghi di Milano, poi rivolta agli oggetti che comincia a fotografare a partire dal 1957 smettendo solo nel 1991. Fotografa le cose come fotografa quei bambini al parco: attenta a ciò che c’è d’imprevisto. Quell’inaspettato riguarda la relazione che Jacqueline Vodoz intrattiene con chi le sta davanti, siano degli operai, delle guidatrici di camion, dei militanti politici, delle mondine, delle suore o le compagne di Rivolta Femminile cui parteciperà successivamente. Oppure qualcosa di diverso dalle persone: vasi, lampadari, portacenere, vaschette, giochi. Sa che le cose non esistono di per sé, ma prendono forma solo dalla relazione con chi le guarda, oppure con chi le usa o le userà. In questa bellissima immagine del gioco con la corda c’è qualcosa d’insospettabile e di fortuito, una piccola vertigine per chi partecipa ma anche per noi che a tanta distanza di tempo li guardiamo. Sembra semplice, ma come sempre è una questione di fortuna e insieme di bravura, qualcosa d’innato e di misterioso, che la fotografia sembra donare ad alcuni, senza per altro chiedere nulla in cambio, proprio come in un gioco.
In copertina © Fondazione Jacqueline Vodoz e Bruno Danese.
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