Kate Marvel: che cos’è la natura umana?
Riscaldamento del pianeta o cambiamento climatico?
La natura umana di fronte al pianeta che cambia è il sottotitolo di Nove emozioni, opera di Kate Marvel. Come avessimo di fronte due nature, distinte tra loro, una interna, umana, e una esterna: il pianeta. Si dice, con Spinoza, “natura naturante e natura naturata”, e si rimanda a Dio, la natura naturante, che genera, crea, la natura naturata; ma se Dio è morto, chi, o che cosa, lo sostituisce? Sarà capace l’uomo di sopravvivere dopo la morte di Dio? Leggendo il libro di Kate Marvel la risposta sembra essere: “no”. Le descrizioni di Marvel a proposito della natura destano le nove emozioni di questo libro.
In Palomar, Italo Calvino scrive: “l’io è una finestra sul mondo che guarda se stesso”; è la sensazione che si prova leggendo le Nove emozioni di Marvel. Di più, non si tratta solo di guardare, si tratta di trasformare, manipolare, lavorare, fare. Il libro non è un trattato specialistico, è piuttosto un appassionato racconto sullo sguardo di una climatologa di fronte al riscaldamento del pianeta. La diatriba terminologica è abbastanza importante, se si dice “cambiamento climatico”, piuttosto che “riscaldamento del pianeta”, si prende posizione in una direzione piuttosto che in un’altra.
“Cambiamento climatico” fa pensare a una fase reversibile; rimanda a periodi, più o meno lunghi, in cui la temperatura del pianeta tende ad andare in una direzione, piuttosto che in un’altra, cui seguirà un’inversione: qualcosa che riguarda la natura esterna, di cui gli esseri umani sono parte passiva. “Riscaldamento del pianeta” invece indica un processo irreversibile: “…il mondo si sta surriscaldando e la causa sono le attività umane”, scrive Marvel.
Il libro è un intreccio tra elementi autobiografici, storici, mitologici con elementi fisico-biologici appartenenti al dominio delle scienze dure, sottolinea il rapporto tra la nostra natura interna e la natura esterna. Si svolge in nove capitoli che descrivono i sentimenti umani di fronte al riscaldamento del pianeta: meraviglia, rabbia, colpa, paura, dolore, sorpresa, orgoglio, speranza e amore. È meraviglioso osservare che, di fronte al disastro ambientale, siano ancora gli esseri umani ad accorgersene, per esempio attraverso l’attribuzione del Nobel per la Fisica a Syukuro Manabe. Non siamo così stupidi da non renderci conto delle nostre responsabilità; tuttavia, si prova rabbia quando vediamo che: “la temperatura globale sta salendo e tutti i nostri strumenti moderni lo confermano”, ma mettiamo la testa sottoterra.
La colpa, a cui Marvel dedica un capitolo, più che un’emozione, sembra un processo oggettivo di attribuzione giuridica. Infatti, i dati che Marvel presenta sono inconfutabili: “I gas serra che stanno riscaldando il pianeta rendono più probabile l’eventualità che si verifichino ondate di calore… Il mondo si surriscalda e diventa sempre più pericoloso”, tutto ciò ci dovrebbe incutere paura: “Eppure ci sono voci che dicono che non ci sarebbe proprio nulla di cui preoccuparsi”. Siamo di fronte a una condizione paradossale, il dolore è un sentimento che si prova a posteriori, difficile provare dolore per un evento che deve ancora accadere, ma si prova dolore di fronte all’indifferenza. Sappiamo che sta per accadere un evento terribile, ma la maggioranza di noi non se ne preoccupa, nega questa eventualità così prossima, come se non esistesse: il negazionismo climatico. Marvel mi ricorda Cassandra nella versione di Christa Wolf, destinata dal dio a fare profezie vere che non vengono credute.
Abbiamo avuto già più di un’ondata di calore che ha mietuto vittime in ogni parte del mondo, ma la memoria, questa parte della natura umana, è connessa in modo costitutivo all’oblio. Aggiungo un dato scientifico sulla natura umana: quando l’evoluzione della specie ha dato vita alla costituzione della corteccia cerebrale, l’area corticale di codifica degli eventi si è trovata collocata altrove rispetto all’area di decodifica. Questa scissione costitutiva del sistema nervoso, della natura umana, rende possibile la menzogna, la negazione della realtà, fino alla malafede, ovvero la possibilità di mentire a noi stessi, che intimamente sappiamo che stiamo mentendo. “Cambiamento climatico” è la forma più recente di negazionismo; infatti, non sta cambiando il clima, non siamo spettatori passivi della natura, siamo noi che stiamo surriscaldando il pianeta.
C’è modo di fermarsi? È troppo tardi, perché chi governa il mondo non se ne cura: nega l’esistenza del nostro ruolo attivo nel riscaldamento del pianeta. Marvel ricorda che non è la prima volta. Come Caligola, chi domina il mondo ha dichiarato guerra alla natura, ma questa volta sarà fatale. Caligola non aveva la tecnologia adeguata a distruggere il pianeta, noi sì. La natura umana ha deliberatamente deciso di distruggere la natura esterna, senza rendersi conto che, in questo modo, distrugge se stessa.

Natura umana
Oltre cinquant’anni fa, Edgar Morin si chiese: Che cos’è la natura umana?, sottotitolo del Paradigma perduto. Morin raccontava l’ominizzazione, il divenire sapiens di homo, dopo avere attraversato fasi evolutive molteplici. In maniera profetica, Morin introdusse una notazione singolare: piuttosto che parlare di homo sapiens-sapiens, si tratta di descrivere la natura umana con il termine homo sapiens-demens.
Se, con Spinoza, si mette tra parentesi la prospettiva trascendente, che domina la credenza nell’aldilà, e si pensa anthropos come un’emergenza naturale, nei termini posti da Darwin, si tratta di analizzare la genesi di questa specie a partire dalla possibilità dell’emergenza di gruppi indicati come mammiferi: una cruciale linea di confine tra la natura esterna – la natura tout court – e la natura interna: la natura materna. Kate Marvel è una madre, in più di un passaggio del suo libro racconta di come elabora la nostalgia della California attraverso lo sguardo dei suoi figli, abituati al clima newyorkese.
Sul piano biologico – quello della natura esterna – homo sapiens è solo una specie tra le altre, del genere mammiferi, i suoi caratteri sono assimilabili ad altre specie affini: gli oranghi, i gorilla, gli scimpanzé. Morin però racconta che la natura umana assume una trasformazione peculiare. L’evoluzione di questa specie subisce un cambiamento discontinuo a partire dalle trasformazioni del corpo: il bipedismo, l’uso degli arti superiori e il pollice opponibile, l’aumento della scatola cranica e la formazione di alcune parti del sistema nervoso centrale. Queste trasformazioni hanno agito sulla natura esterna: l’uso degli utensili per creare utensili, la produzione di beni da consumare, la scoperta del fuoco, la neotenia, la formazione del linguaggio. Queste esperienze collettive hanno favorito l’emergere di una natura interna. La neotenia è il tempo, nella vita dei membri di questa strana specie, di permanenza nel nido, il focolare domestico, la sua debolezza fisica, il bisogno di protezione, che trova nelle sue protesi, gli utensili per creare utensili, un prolungamento del corpo e una esponenziale crescita della potenza. Di fronte alla natura esterna, anthropos ha una fragilità inaudita, ma grazie all’utensile la sua natura interna è di una potenza inusitata. L’uomo – questa la terminologia adottata nel 1940 da Arnold Gehlen – è un essere mancante. La super-potenza della natura umana emerge dalla sua impotenza costitutiva. Queste sono le conclusioni della riflessione sulla natura umana nel secolo Venti.
Oggi siamo di fronte a una resa dei conti. Da più parti si chiede se questa superpotenza umana non abbia raggiunto il limite della distruttività; se la natura interna non stia devastando quella esterna al punto da provocare la fine del mondo. Déborah Danowski e Eduardo Viveiros de Castro, per esempio, se lo chiedono con preoccupazione in Esiste un mondo a venire?, prima dell’era covid.
Oggi Kate Marvel, climatologa alla Columbia University, scrive un libro che servirebbe a farci render conto di come la natura umana stia devastando la natura naturata. Prometeo aveva regalato il fuoco agli esseri umani, aveva trasgredito l’interdetto divino, oggi sappiamo perché gli dèi l’hanno presa così male.
“Prometeo mostra agli esseri umani come raccogliere la legna secca per impilarla; subito non succede nulla, ma non appena le fiamme cominciano a crepitare tra i rami e i legnetti, la folla di cerature si lascia andare in un sussulto generale fatto di stupore e meraviglia. Gli esseri umani cercano di rimanere in riverente silenzio, ma il fumo finisce negli occhi…” (p. 35).
I due capitoli finali del libro si intitolano speranza e amore. Marvel proviene dal sole della California e, benché i suoi figli si siano abituati a muoversi tra i ratti e gli alberi spogli di New York, non abbandona la speranza. Vorrei avere il suo sguardo, ma in Europa la speranza scomparve definitivamente cent’anni fa e, nonostante un cenno di recupero nel secondo dopoguerra, oggi siamo di nuovo punto e a capo. Nel finale, il libro assume maggiore carattere autobiografico in relazione alla scoperta di un trombo al cervello dell’autrice, è il segno di un capitolo, dedicato all’amore, in cui Kate Marvel racconta i sacrifici e le peripezie dovute all’amore. Scrive: “Tutto è connesso. I mondi computerizzati sui quali lavoro sono incredibilmente utili, ma rappresentano un fallimento su tutti i fronti quando si tratta di catturare queste connessioni umane.”
Forse questo è l’amore: l’esistenza di qualcosa che non può essere tenuto sotto controllo, ma che ci fa stare insieme, che non ci rende indifferenti agli altri e alla natura.