Categorie

Elenco articoli con tag:

Minimum fax

(14 risultati)

Monoamorico, prossimamente bonobo / Un erotic now intorno al Future Sex

Future Sex, di Emily Witt (minimum fax, ben tradotto da Claudia Durastanti, ben editato da Enrica Speziale, sempre belle cose per un lettore) è un libro non bello ma utile: è una onesta, coraggiosa narrazione di un viaggio personale alla ricerca della liberazione sessuale nel proprio tempo di vita. Witt è una giornalista culturale, e in quanto giornalismo il suo è molto ben scritto, e narra esperienze proprie e altrui con una schiettezza che è tipica della trasparenza puritana americana. Una donna, scopriamo, viene educata poco prima del 2000 a un pacchetto di “moralità” che forma a una destinazione di monogamia, matrimoniale o meno; il sesso viene contemplato con più partner, in una fase di libertà “giovanile” ma poi il setaccio deve conservare il seme della maternità, e quindi di un nucleo convivente che permetta ai figli di essere allevati nel miglior modo possibile (nel meno peggiore modo possibile). Poi la moralità “perbenista” corrente permette il “dolore della separazione”, e favorisce il mantenimento della duplice genitorialità. Quello che è oltre è il “sesso libero” che sommuove lealmente o slealmente questa camminata “morale”, il sesso nelle sue molteplici variazioni...

Pivano, Vittorini, Briasco / "I celebrate myself". L'io nella narrazione statunitense

Così ammonisce Nonciclopedia: “La letteratura americana è vivamente sconsigliata a chi ama la letteratura”. Tale controindicazione può forse farci sorridere, ma non si esaurisce nella sola boutade. Quanta letteratura nordamericana invade gli scaffali dei megastore del centro e i bancali degli autogrill! Quanto risultano ‘alla moda’ molti fra i nuovi titoli e i nuovi autori, che dopo una faticosa lettura non presentano alcun merito se non quello di provenire da oltre oceano! E quanti scrittori continentali scrivono ‘all’americana’, confondendo l’americanità con l’americanata.   Non tutti gli scrittori di blockbuster sono americani, è ovvio. Fra gli scrittori nostrani (si pensi al caso Ferrante, da cui prende spunto Stefano Jossa per uno splendido articolo sullo stato attuale dell’Università) e stranieri (Ruis Zafon e Pennac sono i primi a venirmi in mente) non mancano certo le galline dalle uova d’oro. Tuttavia, è innegabile che dal mondo anglosassone, e statunitense in particolare, giungano i più grandi successi dell’editoria mondiale degli ultimi anni, spesso supportati dalla potenza di fuoco di Hollywood. Gli esempi non mancano di certo: da Dan Brown a Stephen King, da John...

Quando i creoli muoiono vanno a Parigi

Como, Mississippi. L’intonaco gonfio di umidità si solleva dalla parete accanto al palco, proprio sopra la latta delle mance. L’aria del ventilatore con gli inserti in rattan secca i pezzi di muro che, cadendo, si sbriciolano sul pavimento. Daniel, sulla quarantina, biondo luminescente e appesantito, è appena tornato da un lungo viaggio in Guatemala con i figli: per imparare la lingua; temprare il carattere; irrobustire la consapevolezza del privilegio, che non è mai determinato da caratteristiche soggettive, bensì da fenomeni economici e sociali di portata mondiale (d’accordo, ma quanti sono i piccoli scout consapevoli? E, soprattutto, dove sono adesso, nel motel con la moglie? Impossibile, si è separato l’anno scorso: l’ha appena detto. Dove sono allora le creature del benessere responsabile? Li ha lasciati in auto? Sono già partiti in aereo e lui prosegue con calma da solo?).   Ha qualcosa a che fare con la sezione canadese di Amnesty e pare una brava persona, sebbene i conti rispetto alla progenie non tornino. Dice che non è possibile proseguire verso sud, lungo il Delta, senza prima essere...

Editoria indipendente?

Bisognerebbe stare più attenti ai salti semantici e ricordarsi quando si è passati a definire la "piccola editoria” “editoria indipendente”. All’inizio – sono circa gli anni ’90 del secolo scorso – nascono tanti piccoli editori che, sull’esempio di Adelphi e poi di Sellerio, propongono un’editoria di ricerca, alternativa. Libri belli, curati, che scoprono nicchie non ancora coperte dall’editoria italiana (in realtà sempre piuttosto aggiornata) e cercano i lettori anche attraverso nuove occasioni di incontro (paradigmatica la Fiera di Belgioioso) dove espongono cataloghi che, anno dopo anno, crescono.   I nomi sono noti: Minimum Fax, Iperborea, Marcos y Marcos, E/O, Quodlibet a cui si aggiungono negli anni Keller (Zandonai), Hacca, La Nuova Frontiera, Nottetempo, Voland e tanti altri che compongono un pulviscolo di iniziative, a volte baciate dalla fortuna e dall’abilità di avere un autore che va in classifica e che desta l’attenzione dei media e dei librai. Dopo il 2000 cominciano le concentrazioni editoriali, alcuni piccoli-medi editori sono acquisiti in grandi gruppi,...

Falcinelli. Dentro il visual design

“In quanto rappresentazione, una mappa significa […] e allo stesso tempo mostra che significa”, scriveva Louis Marin, teorico dell’arte e semiologo, a proposito della mappa come ritratto della città. Come un ritratto racconta tanto della persona che è immortalata quanto della mano che ha contribuito a tracciarlo (e così dello stile dell’autore e del suo punto di vista sulla scena), così ogni immagine porta su di sé, per chi la sa guardare, l’impronta di chi l’ha prodotta. E questo indipendentemente dal fatto che l’immagine si trovi in un museo, nel lembo strappato di un manifesto pubblicitario o sullo scaffale di un supermarket. O, ancora, sulla copertina di un libro. Intorno al potere delle immagini – e di quelle immagini che sono, per loro natura, seriali – ruota Critica portatile al visual design, l’ultimo lavoro di Riccardo Falcinelli, graphic designer in prima linea in campo editoriale oltre che studioso e docente di grafica. Il saggio, com’è chiaro sin dal titolo, propone un approccio al visual design nella sua globalità attraverso oggetti e prospettive...

J. Purdy. Sono Elijah Thrush

James Purdy era un “autore Einaudi”. Fra il 1965 (con la pubblicazione di Malcolm [Malcolm, 1959], nella collana “La ricerca letteraria”, diretta da Guido Davico Bonino, una collana di piccoli libretti in brossura, privi di illustrazione in copertina, che ebbe alcune derivazioni per le quali dal cartoncino grigio opaco passò a uno squillante verde, a uno sfacciato rosa e a un meraviglioso argento quasi specchiante – Malcolm riuscì poi nei “Nuovi Coralli” nel 1975 e fu ristampato 29 anni dopo da minimum fax –nella stessa versione di Floriana Basso) e il 1974 (con questo Sono Elijah Thrush [I Am Elijah Thrush, 1972] ne “i Coralli”, che comparve –bellissimo, con il suo Beardsley in copertina, elegante nell’evocare l’Inghilterra dell’eccentricità pervasiva al debutto del Liberty, sottolineandone l’eco wildiano e l’equilibrio della letteratura classica che Purdy ben conosceva, nel contempo, con l’intuizione pop del viraggio rosa, precipitandolo nella contemporaneità dell’America degli anni ’70 – e scomparve, per non fare mai più...

Territorio nemico

È difficile, per me, scrivere di In territorio nemico – soprattutto ora che tanti, e ben più quotati di me, ne scrivono in ogni sede – e lo è per due ragioni. La prima è che faccio parte della lista dei 115 autori del romanzo, in qualità di consulente dialettale e revisore; per questo solo motivo, una recensione che portasse la mia firma sarebbe di per sé parziale. La seconda ragione risiede nella consapevolezza che la prospettiva da cui guardo al libro, alla sua storia, al metodo adottato per scriverlo, è una prospettiva ancora – e, lasciatemi aggiungere, paradossalmente – minoritaria. La prospettiva, cioè, di chi mette l’Opera dinnanzi all’Autore.   Provo a spiegarmi meglio. Venni a sapere del progetto della Scrittura Industriale Collettiva (SIC) nel 2007, quando Vanni Santoni (co-fondatore insieme a Gregorio Magini) era uno scrittore esordiente ed entrambi frequentavamo il gruppo degli anobiani fiorentini. Lessi il manuale del metodo SIC, lo trovai articolato e interessante. Mi chiesi se aderire o meno, non fosse altro che per mera curiosità intellettuale, e risolsi che...

Aimee Bender. La ragazza con la gonna in fiamme

È sempre una bella sorpresa scoprire uno scrittore che intrattiene un rapporto con la realtà così libero e pieno di possibilità come quello che appare nei libri di Aimee Bender. Si viene attratti dai suoi curiosi titoli e si entra immediatamente nel novero di quei volgarissimi lettori che vorrebbero saperne di più dello scrittore che amano, e magari andarci anche a cena. Ipotizzo – ma è del tutto probabile che la mia reazione dipenda da una sorta di riconoscimento personale, del tutto soggettivo, del mondo di Bender come particolarmente familiare – che più la voce narrante sembra allontanarsi a volo d’aquila dalla realtà trattandola come una sostanza sconosciuta e misteriosa, più il lettore possa essersi portato a chiedersi che storia personale abbia la sua fantasia, e come abbia fatto ad arrivare così lontano. E queste, si sa, non sono domande a cui è facile rispondere.   Ad accrescere l’ammirazione è il modo fulmineo e sconcertante con cui Bender salta tutti i passaggi logici e presenta al lettore un mondo immaginifico e sconcertante in cui le fanciulle parlano...

Intervista a Jennifer Egan

C’è una certa somiglianza fisica tra Jennifer Egan e il suo ultimo romanzo: una radiosità contagiosa, una speciale attrattiva derivante dalla scelta di parole elettrizzate dal gusto di esprimersi nel modo più aderente possibile ai propri pensieri, che non essendo i pensieri di altri non vogliono parole abusate, ma al tempo stesso si tengono alla larga dalla tentazione di scivolare in una qualche ricercatezza. Chi avrà la possibilità di ascoltarla, venerdì 9 marzo al Teatro Parenti di Milano, e sabato 10 all’auditorium di Roma, nell’ambito del Festival “Libri Come”, lo verificherà di persona.   Il romanzo di Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo (Minimum fax, traduzione impervia e riuscita di Matteo Colombo, pp. 391, euro 18) è una consistente scossa tellurica al paludato terreno della narrativa contemporanea: non a caso si chiude il libro con ammirato stupore, uno stupore che sarebbe difficile far risalire a qualcosa di specifico, mentre è facilissimo addebitarlo alla sommatoria delle novità che introduce e che sono ascrivibili all’ordine della struttura...

Infinite text

Il gioco, l’alea, l’incontro. Queste parole indicano, senza definirlo, il nuovo spazio [...] dal quale l’ignoto s’annuncia e, fuori gioco, entra nel gioco della vita attraverso il desiderio [...], [nel gioco] del tempo con l’affermazione dell’intermittenza [...], [nel gioco] dell’opera con la liberazione dell’assenza d’opera. (Maurice Blanchot, L’Entretien infini, 1969)   Lunedì l’ho visto. Non così presto e non in quel momento, ma me l’aspettavo: ricordavo la data prevista per l’uscita (Il giorno dei morti, ma non l’abbiamo fatto apposta! scherzava l’editore) e poi in mattinata avevo trovato sul giornale l’anticipazione di Sandro Veronesi. L’avevo estratta dal giornale e riposta. Prima non leggo mai commenti su un libro che leggerò dopo. Se Veronesi in quel pezzo avesse, per esempio, infamato me, proprio me, lo verrei a sapere solo dopo aver letto Il re pallido di David Foster Wallace, e quindi non potrei citarlo in giudizio: il reato sarebbe già prescritto. Ma è un’ipotesi di scuola, remotissima dalla realtà....

David Foster Wallace. Come diventare se stessi

Quasi nessuno aveva letto Infinite Jest quando David Lipsky venne mandato dalla rivista “Rolling Stone” a intervistare David Foster Wallace; ma lui era già una celebrità. Quasi nessuno poteva avere letto il romanzo per la semplice ragione che le millequattrocento pagine scampate ai dolorosissimi tagli imposti dall’editor avrebbero richiesto almeno due mesi e mezzo di dedizione pressoché totale per essere adeguatamente assimilate, e la campagna pubblicitaria, invece, era partita in coincidenza con l’uscita del libro, appena una ventina di giorni prima. Ma il faccione di Foster Wallace, con la fronte attraversata dalla famosa bandana - inaugurata per impedire al sudore di gocciolare sulla macchina da scrivere elettrica provocandogli una scossa, e mai più lasciata per “paura che mi esploda la testa” - era già comparso su “Time” e su “Newsweek”, e la rivista “Esquire” aveva speso per lui niente meno che la parola genio. Alcuni dei suoi fan, del resto, all’uscita di Infinite Jest erano ancora freschi di esclamativi, perché quello stesso anno, il 1996, era comparso su Harper’s il racconto della crociera extralusso alla quale David Foster Wallace si era sottoposto su e giù per i Caraibi...

Noi e il male

A rileggere oggi le cronache letterarie degli anni Novanta si resta basiti di fronte a categorie che – pure – tennero banco per anni. Per esempio ai “cattivi”, che sarebbero stati i “Cannibali”, venivano allora contrapposti scrittori “buoni” – fra i quali Giulio Mozzi. Coi suoi primi due libri, Questo è il giardino del ’93 e La felicità terrena del ’96, Mozzi s’era rivelato, oltre che un virtuoso della forma racconto, una sorta di palombaro morale: sprofondato in ambiguità e conflitti di tenore filosofico (o teologico), da far tremare i polsi. Così buonista che nel ’98 il suo terzo libro, Il male naturale uscito da Mondadori, poté essere accusato in Parlamento, dal leghista Oreste Rossi, di inneggiare alla pedofilia. Ma il “nero” di questo libro (che sparì di libreria ed è ora riproposto dalla nuova sigla Laurana, con postfazione di Demetrio Paolin e la cronistoria delle sue vicende narrata dallo stesso autore, pp. 216, € 15,50) – insistito, ossessivo, non solo stilisticamente inquietante – non era che il rovescio esplicito...

Lettera aperta sulla scuola

In un momento di estrema sofferenza per la scuola pubblica, in particolare a causa di scelte politiche ed economiche del governo, da un gruppo di importanti editori italiani è partita l'iniziativa di scrivere una lettera aperta sulla scuola indirizzata ai vertici delle istituzioni. La lettera ribadisce in modo chiaro quello che ognuno dovrebbe sapere e che l’Italia di oggi sembra ignorare, ovvero che c’è una correlazione diretta tra il grado di sviluppo di democrazia, benessere e civiltà di un Paese e l’attenzione che il Paese presta alla sua scuola pubblica. Doppiozero si associa alla campagna di sensibilizzazione e di sottoscrizione, che fuori dalla retorica intende rilanciare delle priorità per il mondo della cultura: ‘prendere sul serio il nostro futuro’è possibile nella misura in cui si rimetta la scuola al centro del discorso pubblico e la si faccia tornare ad essere il nucleo propulsore di un nuovo sviluppo umano, sociale, economico.   Leggi la lettera.

Intervista a Girolamo De Michele

Inizia oggi la rubrica Lavagna, uno spazio di riflessione sul mondo della scuola, sull’educazione, la pedagogia e la cultura della conoscenza. La scuola di cui parleremo è un luogo dove si concentrano le contraddizioni culturali, economiche e sociali del presente, fotografato in una fase di trasformazione che tocca in primo luogo i suoi soggetti principali, gli studenti. Un luogo di formazione e di scoperta individuale, un punto di intersezione tra cultura alta e bassa, libresca e di strada, di avvicinamento alla politica attraverso cui guardare le pratiche di democrazia e di cittadinanza vissuta nel quotidiano. La scuola è anche un ponte tra le generazioni, un mezzo di comunicazione con gli adulti fuori dalla famiglia, e quindi un punto di incontro e scontro tra visioni della realtà; ed è il luogo dove si mostrano fenomeni relativamente nuovi per l’Italia come le migrazioni, che fanno della scuola e dei diversi attori sociali che la compongono un laboratorio di multiculturalità molto più vivace e attivo di quanto non emerga dai media. La scuola è un microcosmo, in qualche modo protetto, che riflette quello che...