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Oscar

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The Hateful Eight e la fragile arte di essere umani

Dopo tre ore di schizzi di sangue e materia cerebrale, si raccolgono le proprie cose miracolosamente intonse e si torna a casa promettendo che questo sarà l’ottavo e ultimo film di Tarantino, almeno per noi. Perché è indubbio che dopo il sontuoso inizio, bordato dalla musica più sinistra che il maestro Morricone ci abbia regalato, c’è in The Hateful Eight un crescendo granguignolesco difficile da digerire se hai passato i vent’anni e non sei stato mitridatizzato da dosi quotidiane di violenza da quando eri alla scuola materna. E quindi, proprio da questo senso di eccesso, nasce la domanda: perché? Al servizio di quale discorso?   La risposta, in questo caso, mi è arrivata rapida e abbastanza convincente, nel senso che alla sua luce tutto sembra quadrare, almeno ai miei occhi. Non è vero che il film di Tarantino sia un inutile e cinico divertissement sulla violenza, sulla amoralità, ecc. Le carte sono dispiegate con chiarezza e dovizia sul tavolo, non c’è grande profondità ma nemmeno gratuità. Metto in guardia chi legge e non ha ancora visto il film (e abbia intenzione di vederlo): quello che dico potrebbe rovinargli la visione perché, per dipanare la mia breve analisi, devo...

Oscar: le nostre recensioni

Vi rimandiamo alle nostre recensioni dei film che hanno vinto stanotte agli Oscar:   The Artist (miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior colonna sonora, migliori costumi)   Una separazione (miglior film straniero)   Midnight in Paris (miglior sceneggiatura originale)   Hugo Cabret (miglior fotografia, miglior sonoro, miglior missaggio del suono, migliori effetti speciali)   Uomini che odiano le donne (miglior montaggio)    

Michel Hazanavicius. The Artist

A volte vale la pena parlare dei film che escono in sala semplicemente perché se lo meritano, altre perché toccano più o meno lucidamente qualche nodo sensibile della società in cui viviamo, altre ancora perché, nel loro impianto e nelle reazioni che innescano, sono sintomatici di alcuni suoi meccanismi, che, per quanto evidenti, tendono ad assumere un’ingannevole trasparenza. Uno di questi è quello di insinuare la retorica della necessità e dell’autenticità in oggetti che non possiedono né l’una né l’altra, ma che proprio grazie a questa discreta e sorridente vacuità si inseriscono agevolmente negli ingranaggi del marketing, dove ogni risposta e interpretazione viene spietatamente programmata a forza di tag-line e parole d’ordine, per poi trasmettersi (nelle intenzioni, ma spesso purtroppo anche nei fatti) con naturalezza pavloviana alle recensioni e ai commenti del pubblico. E seguendo il ragionamento, si può anche azzardare che il blockbuster, nella dichiarazione manifesta della sua natura merceologica, offra paradossalmente più libertà di fruizione...