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Scientology

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Scambiarsi i verbi difettivi

Ci sono dei casi spesso fortuiti, a volte cercati, in cui due o più persone si incontrano “in angolo”, nel riflusso di una marea e loro sono controcorrente, nel bagliore di un fiammifero per scambiarsi una sigaretta, nell’autobus che entrambi o più hanno preso per sbaglio. Accade quando si è costretti da una maggioranza silenziosa a nascondersi nella vergogna di un atto non sostenibile o di una parola che si sa che non potrà essere detta. Non mi riferisco qui al coraggio eroico di chi in circostanze avverse combatte contro regimi e totalitarismi, no, piuttosto rivendico la modestia di potere scambiarsi la propria incertezza. Sia chiaro, nessuna ideologia del “queer” mi interessa, appunto perché appunto l’incertezza è quanto di più lontano dalla prosopopea della “diversità”. Per “scambiarsi i verbi difettivi” bisogna trovarsi dalla parte di chi non fa una teoria del proprio comportarsi perché quello che lo spinge non è un presupposto, ma lo stupore dell’aspetto inedito e sorprendente della vita. Per avere questa voglia di “scambiarsi i verbi...

Scientology: chiesa o prigione?

Che cosa spinge una persona colta, intelligente, tendenzialmente scettica, a entrare in una setta pseudo-religiosa, oscura, fondata da uno scrittore di fantascienza la cui vita si è rivelata un castello di menzogne? Uno che sostiene che il pianeta Terra, chiamato in eoni precedenti Teegeeack, apparteneva a una «confederazione di pianeti posta sotto il comando di un governatore dispotico chiamato Xenu» (p.216) che cercò di distruggere e confinare i «thetan» – gli illuminati – sulla Terra? Che affermava di essere stato nella fascia di Van Allen e di avere ispezionato una stazione su Venere? Capirlo è stato il motivo che ha spinto lo scrittore e giornalista del New Yorker Lawrence Wright, premio Pulitzer nel 2007 per un saggio su al-Qaeda e l'attentato alle Torri Gemelle, a scrivere La Prigione Della Fede. Scientology A Hollywood (Adelphi 2015). Si tratta, probabilmente, della più seria e accurata ricerca che sia mai stata fatta sulla storia di Scientology, movimento il cui nome è noto in tutto il mondo, ma la cui attività è molto meno chiara.   Come succede quando un ottimo giornalista d...

Paul Thomas Anderson. The Master

The Master, inutile negarlo, è un film contraddittorio: maestoso eppure trattenuto, massimalista eppure intimista. Grande Hollywood che parla con il linguaggio ostico di un kammerspiele: difficile da ipotizzare, e pure da vedere. Ma non potrebbe essere altrimenti per un film che cerca di restituire le profondità della mente attraverso l’unica realtà rappresentabile, e cioè il corpo umano nella sua impenetrabilità. Ché in definitiva, nonostante le giustificate perplessità di chi ha faticato a coglierne il senso (in patria il celebre Roger Ebert, qui da noi Roy Menarini), The Master parla di questo: del corpo, della mente e del vuoto che li circonda. Parla di come al di là di un volto, nei pensieri e nell’inconscio di un uomo – di tutti gli uomini – non ci sia poi molto, a dire il vero quasi nulla. E di come, però, quel nulla sia la cosa più vera che possediamo.     Ci si chiede perché Anderson abbia scelto il 70mm, dal momento che il suo film è quasi tutto girato in interni e soprattutto basato su uno scontro attoriale che vive momenti giganteschi in...