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Teatro India

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Amleto di Scampia

Questo è un elogio della farsa. Della parodia che trasforma un classico in una scarica di elettricità, in un pezzo di vita mescolata al teatro che ci fa ridere di nient’altro che dello schifo che ci circonda (e di noi stessi). Ci vuole arte, molta arte, oggi, a non banalizzare la risata, a non scadere nella battuta sessista, bullista, pregiudiziosa, mirante ad abbattere l’altro, magari il diverso, cingendosi con i fili spinati dell’identità, di una normalità sempre più difensiva, sempre più facilmente, trivialmente televisiva. Occorre grande senso di osservazione, di autoanalisi, di autoironia. Ci vuole forse una grande tradizione alle spalle, non importa se direttamente attinta o solo respirata nell’aria. Deve essere soprattutto coltivata per strade eretiche, perché per uscire dal coro italiota troppo facilmente ridanciano è necessaria un’appartenenza distante.   Parlo della napoletana Punta Corsara e del suo Hamlet Travestie, spettacolo che sta mietendo risate sui palcoscenici di tutta Italia, dal Franco Parenti di Milano al teatro India di Roma, all’Itc di San Lazzaro presso...

Una sinfonia per una capitale

L’aria unica, favolosa di Roma negli anni cinquanta e sessanta, quando esplodevano il cinema, la vita dolce e quella intellettuale, secondo Franca Valeri. Perché Roma, l’eterna, non sarà mai un capitale, come sostiene Corrado Augias. Le periferie di Giancarlo De Cataldo e di altri, il dolore degli ospedali narrati da Valerio Magrelli e da Christian Raimo, storie di margini, storie di nuovi italiani, storie di morte o di sogni. Le memorie di San Lorenzo (Eleonora Danco), del ghetto (Anna Foa), di una gioventù a Borgo Pio (Giuseppe Manfridi), il ricordo di quel poeta del teatro che fu Victor Cavallo (Elena Stancanelli).   La generosità, il desiderio di cambiare le cose, nonostante tutto. Si svolgono in ventiquattro luoghi diversi di Roma, dal “Sacro Gra” al Trastevere di Lidia Ravera, da incroci anonimi dove è facile fare crash dopo uno sballo (come racconta Fausto Paravidino), alla lotta per la dignità, per il diritto alla vita e all’immaginazione di una donna immigrata tra la movida del Pigneto in uno squarcio poetico di Igiaba Scego, alle rive del Tevere di un espressionistico brano di Francesco...

La vita lenta di Lucia Calamaro

È stata una serata di novità quella che ha visto il debutto del nuovo lavoro di Lucia Calamaro, Diario del tempo: l’epopea quotidiana. Novità perché dopo quasi due anni ha riaperto finalmente i battenti il Teatro India, polo del contemporaneo della Capitale, dopo una chiusura per lavori di ristrutturazione. Difficile pensare che questa sia una soluzione definitiva per il Teatro nuovamente riconsegnato alla città: per arrivare alla sala, che all’apparenza di nuovo sembra avere poco, si attraversa un mezzo cantiere per ritrovarsi in un foyer un po’ striminzito. Pesa anche l’assenza del bar, temporaneamente sostituito da una macchinetta dell’acqua, poco aggregante.   Diario del Tempo: l’epopea quotidiana racconta le giornate di una donna, Federica (interpretata da Federica Santoro), oramai disoccupata cronica che vede passare lentamente i suoi quaranta anni. Una teoria di giornate che si ripete sempre uguale; non ci sono più scossoni o imprevisti a rivoluzionare l’ordine del proprio tempo; non c’è più nemmeno quella predisposizione al lasciare invadere il proprio tempo da ci...

La crisi, il buio

Il suicidio è l’affermazione di una negazione. Non posso, non devo, non voglio andare avanti. Mi fermo qui. Basta. Per me è troppo. Daria Deflorian e Antonio Tagliarini con Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni, presentato in prima nazionale al Palladium di Roma per Romaeuropa Festival, fanno lo stesso al teatro, lo suicidano: non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo interpretare la crisi economica greca intorno e – soprattutto – dentro le salme di quattro donne, pensionate, che si sono tolte volontariamente la vita con barbiturici e vodka.     ph. Claudia Pajewski   La rappresentazione scenica è un’arma spuntata, non riesce più a dare la vita per la morte, a restituire gli occhi chiusi, il buio e poi il riposo inseguito oltre la sofferenza di r-esistere. Su un palcoscenico, al massimo, si può discutere dei dubbi irrisolti, delle difficoltà insormontabili, di tutti quegli inciampi che hanno portato alla decisione di non mettere in scena lo spettacolo. Una combinazione dissacrante e intima, ironica e precaria del talento di non riuscire a fare niente né a essere nessuno...