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Dakar

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Nessuno me lo aveva detto. Un vuoto

English Version     Voltandosi a considerare il XX secolo sembra che la storia predominante riguardo al continente africano sia una storia immaginata. Dagli esploratori ai missionari, dai colonizzatori ai giornalisti, la documentazione sull’Africa (e per documentazione intendo il modo in cui il pensiero occidentale è solito registrare la storia: libri, diari, giornali, archivi ecc.) è stata scritta, fotografata e interpretata da osservatori esterni. Bofa da Cara (Pere Ortín & Nástio Mosquito) ha mostrato, questo storico monopolio nel definire il “Continente nero” nel montaggio video My African Mind (“La mia mente Africana”, 2010).   Bofa Da Cara, My African Mind, 2010, still da video, 6’11’’. Courtesy Bofa Da Cara   Ma noi oggi siamo illuminati, non è vero? Noi – a chiunque pensiamo quando dico “noi” – siamo educati alla sensibilità culturale e all’inclusività. Noi siamo il mondo post-Magiciens de la Terre! In realtà, però, ci sono altri livelli di complessità da considerare per valutare il percorso...

No One Told Me: A Gap

Versione italiana     Looking back over the 20th century, it seems that the predominant story concerning the continent of Africa is an imagined one. From explorers to missionaries, from colonizers to reporters, the record of Africa (and by record, I mean the way that Western minds are accustomed to charting history: books, journals, newspapers, archives, etc.) was written, photographed, and performed by outsiders. Bofa da Cara (Pere Ortín & Nástio Mosquito) captured this historic monopoly on defining the “Dark Continent” in their video montage, My African Mind (2010).   Bofa Da Cara, My African Mind, 2010, screenshot from the video, 6’11’’. Courtesy Bofa Da Cara   But today we are enlightened, right? We—whoever you imagine when I say ‘we’—are trained in cultural sensitivity and inclusivity. We are a post-Magiciens de la terre world! In reality, there are other layers of complexity to consider in measuring the advancement of Africa’s artists.     While art circles have made strides in representing and exhibiting artists of African descent—from an increasing...

In Africa l’open culture è di casa, a Kër Thiossane

Perché l’Africa? Da parecchi anni lettera27 si dedica all’esplorazione di temi legati al continente africano e con questa nuova rubrica vogliamo aprire un dialogo con i protagonisti culturali che si occupano dell’Africa. Qui potranno esprimere opinioni, raccontare storie, stimolare il dibattito critico e suggerire idee per ribaltare i tanti stereotipi che circondano questo immenso continente. Ci piacerebbe aprire con questa rubrica nuove prospettive: geografiche, culturali, sociologiche. Creare stimoli per imparare, per essere ispirati, ripensare e condividere conoscenze. Elena Korzhenevich, lettera27   Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?      English Version     Kër Thiossane in Wolof vuol dire ʻcasa della cultura tradizionale’. È il nome scelto da Momar François Sylla e Marion Louisgrand per il centro dedicato all’arte e alla cultura digitale da loro fondato nel 2002 a Dakar, con il sostegno della Fondation Langois di Montreal. Kër Thiossane opera per la democratizzazione dei mezzi multimediali e digitali in genere, in particolare nella loro dimensione...

Trieste - Dakar

Un semplice marciapiede, una passeggiata tra il mare e la montagna, divise fra loro da una strada trafficata in mezzo alla città. Barcola, quartiere di Trieste, è, per i locali, un sogno mitteleuropeo dove tra ragazzini in skate e vecchie signore bruciate dai raggi del sole si incontra tutta la popolazione che cerca di accaparrarsi la luce e distrarsi dal lungo inverno. Da aprile a ottobre i triestini, armati di asciugamani, creme solari, materassini colorati si accoccolano, stretti come sardine, uno accanto all’altro in quel tratto di marciapiede che ai loro occhi pare Saint Tropez. Nella pineta antistante, famiglie intere si accampano, organizzatissime, con tanto di tavoli per mangiare, amache per riposare, carte per giocare partite di tresette o scopone scientifico, sdraio ultimo modello per rimirare il tramonto. Agli occhi dei forestieri tutto questo può apparire follia. Portai un amico siciliano in questa spiaggia dell’immaginario. La vide e con delusione mi disse: “Ma siete praticamente in strada! Ed il mare è nero”. “Sì”, gli risposi “ma per noi è magia e riusciamo a scorgere persino acque...

Per Enrico Nosei

  26 agosto 2008 Gentile Enrico Nosei   Tutto è cominciato nel 1981 da un lavoro appassionante assieme a Luigi Ghirri e venti altri fotografi, per trovare un modo di descrivere ciò che era allora un nuovo paesaggio italiano, a quei tempi definito “post industriale”.   Lavorando con fotografi come Luigi Ghirri, Gabriele Basilico e altri, mi sono trovato su un terreno senza confini precisi; non tanto una ricerca di cose “oggettive” da fissare, bensì uno studio dei modi di percepire il mondo esterno. Verso la foce è il mio libro (un attraversamento della valle del Po), nato da questa esperienza: non più letteraria, ma consacrata all’incertezza del percepire.   E quando la RAI 3 (su suggerimento di Angelo Guglielmi) mi ha offerto di trasformare Verso la foce in un documentario, ho dovuto partire da zero, per le mie scarse cognizione tecniche etc. Nel film documentario che sono riuscito a mettere assieme (Strada provinciale delle anime, anno 1991) ho imparato molto sia da Ghirri – che era con noi – sia dai miei operatori che a loro volta hanno imparato molto da lui....