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Genova

(34 risultati)

Armi da guerra / Caccia e altre disarmonie

“Venatoriamente parlando, il 300 Winchester Magnum è una cartuccia da caccia grossa, adatta a tutti gli animali pesanti americani e africani, esclusi i big five, per motivi prudenziali”.   È sostanzialmente con questo che pochi giorni fa, durante una battuta al cinghiale in un bosco di Apricale in provincia di Imperia, un ragazzo di 19 anni ha perso la vita. Un ragazzo di 29 anni l’uccisore, ora indagato per omicidio colposo.  Quella sopra in corsivo è una delle tante descrizioni reperibili in rete, verità banale per gli amatori del genere. Dunque una munizione (e un’arma ad essa adeguata) da caccia grossa, quasi da guerra se l’abbattimento dei big five (in gergo venatorio bufalo, elefante, ippopotamo, leone e leopardo) è escluso per motivi solo prudenziali.    Eppure viene difficile parlare di “incidente” e di disgrazia quando il gioco (perché sostanzialmente di questo si tratta, da quando la caccia ha perso ogni legame con la sussistenza) si fa con armi e munizioni buone per la guerra. Se la caccia sia attività che possa essere ancora tollerata nelle società moderne è questione che si pone ormai da decenni, almeno da quando i profondi mutamenti...

Il Giudice e i Minions / Rancore al potere

In una celebre canzone italiana “rancore” fa rima con “procuratore”. È il genio anarchico del genovese Fabrizio De André che, raccontando le vicende di un giudice di bassa statura, rende conto della logica profonda di questa passione tanto triste quanto, sappiamo, di estrema e attualissima diffusione. Si ricorderà che, in questa storiella di squallida vendetta (il nano diviene giudice e condanna al patibolo malcapitati qualsiasi), il rancore gioca un ruolo basilare, quello dell’acredine covata a lungo, scientemente e silenziosamente: “Fu nelle notti insonni vegliate al lume del rancore / che preparai gli esami, diventai procuratore”. Niente di più politically incorrect, ma di schiettamente verosimile.   Il fatto è che il rancore, forse più ancora che il suo parasinonimo risentimento, è sentimento di estrema complessità: prende il corpo e insieme la mente, allunga il tempo, producendo una sorta di suspense che travalica, col suo specifico oggetto di fredda vendetta, la storia in cui tale sentimento si trova inserito. Resta spesso un rancore puro, senza oggetto, o meglio con un oggetto vago, indeterminato: più che pretendere ragione e riscatto, esso finisce per dar luogo a uno...

Gli italiani e la manutenzione / Dal ponte Morandi a Carlo Emilio Gadda

Nelle ore successive al crollo, ho subito pensato a Gadda. Poi, quando hanno iniziato a piovere su tutti noi le solite snervanti dichiarazioni di politici e amministratori, mi sono detto che non c’è niente da fare, che siamo refrattari a tutto – come scriveva Alberto Savinio a proposito degli italiani “immortali”. Qualche anno fa con l’amico Ferrario abbiamo fatto un film sull’idea di progresso, “La zuppa del demonio”, su  cui trovate le riflessioni di Marco Belpoliti per Doppiozero. A partire dalle immagini conservate a Ivrea presso l’Archivio del Cinema d’Impresa, avevamo cercato di imbastire un ragionamento sul passato industriale del nostro paese, sulle speranze e le illusioni e gli sbagli di quella straordinaria stagione di sviluppo economico e civile, già in via di esaurimento a partire dalla crisi petrolifera degli anni Settanta.   Molti spettatori, nei mesi seguenti, ne avevano sottolineato la vena malinconica, qualcuno mi aveva scritto di aver sperimentato alla fine del film la sensazione che si prova quando ci si sveglia dopo un bellissimo sogno e si rimpiange di scoprire che si trattava, appunto, soltanto di un sogno. L’ultima citazione, in effetti, è al...

14 agosto 2018 / Genova, il ponte del Demonio

“Era un gran lavoro, c’era da montare un ponte sospeso, e io ho sempre pensato che i ponti è il più bel lavoro che sia: perché si è sicuri che non ne viene del male a nessuno, anzi del bene, perché sui ponti passano le strade e senza le strade saremmo ancora come i selvaggi; insomma perché i ponti sono come l’incontrario delle frontiere e le frontiere è dove nascono le guerre”. Primo Levi, La chiave a stella, 1978   Giusto quattro anni fa presentai con Giorgio Mastrorocco al Festival di Venezia La zuppa del demonio. Il film era il rimontaggio di spezzoni di documentari industriali prodotti dal 1910 al 1974, provenienti dall’Archivio Cinema e Impresa di Ivrea, e si presentava col sottotitolo: “Un film sull’idea di progresso nel Novecento”. Era un film-Frankenstein, un film “vivo” assemblato con pezzi di film “morti”. E come ogni mostro, produceva e produce anche oggi un effetto doppio e contradditorio. La prima reazione è l’orrore, fin dalla sequenza iniziale, in cui si vede la nascita dell’ILVA di Taranto: le immagini e il commento (di Dino Buzzati!...) celebrano la tabula rasa compiuta sugli olivi secolari che simboleggiano il passato, l’arretratezza, l’immobilità del...

Riflessione sulle elezioni amministrative / Sciopero generale del voto

Uno sciopero generale del voto. Non trovo altra espressione per descrivere queste amministrative d'inizio estate. Sciopero generale dell'elettorato nel suo complesso, col livello record dell'astensione schizzata quasi ovunque sotto la dead line del 50%. E sciopero generale dell'elettorato PD in particolare, con una vera e propria fuga di massa dal partito di Matteo Renzi pressoché ovunque, a cominciare dalle sue tradizionali roccaforti. Il PD – e con lui il centro-sinistra – perde male Genova (più di dieci punti di distacco). Perde male – malissimo – La Spezia (venti punti di distacco). Cade Sesto San Giovanni, la “Stalingrado d'Italia”, con 15 punti di distacco. E, analogamente, il “feudo” di Pistoia ritenuto sicuro (ancora 10 punti). Nemmeno L'Aquila, dove pure al primo turno si era sfiorato il successo, resiste (e il volto sconcertato di Cialente testimonia di uno shock difficile da elaborare). E poi Alessandria, Asti, Piacenza, Carrara (quest'ultima passata agli odiati 5Stelle)... Su 25 capoluoghi di provincia in cui si rinnovava il sindaco, il centro-sinistra resiste solo in cinque!   È però Genova la città simbolo di questa débacle. Genova la “Superba”. La città di...

Del romanzo storico e di alcuni romanzi storici in particolare / Per seguire la mia stella

È un destino curioso, quello del genere romanzo storico. L’autore del più noto romanzo storico italiano, infatti, giunse a negarne addirittura la possibilità teorica. Sì, proprio lui, Alessandro Manzoni in persona, che aveva da pochissimo dato alle stampe l’edizione ventisettana dei Promessi Sposi, in un saggio ultimato nel 1831 e intitolato Del romanzo storico e, in genere, dei componimenti misti di storia e invenzione, escluse recisamente l’ammissibilità di un tale tipo di opera. O si scrive storia tout court o si inventa di sana pianta. Ma mescolare i due elementi non si può. Queste erano le conclusioni del saggio manzoniano, che vide la luce solo nel 1850, dieci anni dopo la quarantana (o meglio: quarantaduana) dei Promessi Sposi.   Qui, in quest’opera teorica, Manzoni spinge alle estreme conseguenze il suo ideale etico di scrittura, che è quello del rispetto assoluto del Vero. “Un vero veduto dalla mente per sempre o, per parlar con più precisione, irrevocabilmente… un oggetto che può bensì esserle trafugato dalla dimenticanza, ma che non può esser distrutto dal disinganno” per usare le sue splendide formulazioni. Quest’ambiguità irrisolta, tra impossibilità teorica e...

La casa natale di Niccolò Paganini a Genova / Demolire la memoria

Niccolò Paganini nacque a Genova nel 1782 in un antico quartiere popolare nel cuore della città (denominato a Cheullia) che costeggiava le mura del Barbarossa (XII secolo). Questo rione nel ‘900 fu oggetto di una radicale operazione di restyling urbano, in epoca fascista con la creazione di Piazza Dante sotto il coordinamento di Marcello Piacentini (il grattacielo da lui progettato, Torre Piacentini, fino al 1952 fu il più alto d’Europa), e alla fine degli anni’60 con una modifica del piano regolatore che sacrificò definitivamente l’antico quartiere per dare vita a un nuovo centro direzionale (Centro dei Liguri). Le imponenti demolizioni colpirono anche, nel 1971, la casa natale di Paganini in Passo Gattamora 38. Nel luogo anonimo che sorse intorno ai moderni palazzi della Regione, i Giardini Baltimora, ribattezzati dai genovesi “Giardini di plastica” e presto diventati luogo principe del consumo di eroina, l’amministrazione mantenne in un muro la lapide commemorativa dettata dal poeta Anton Giulio Barrili (Alta ventura sortita da umile luogo / in questa casa / il giorno XXVII / di ottobre dell'anno / MDCCLXXXII / nacque / a decoro di Genova e delizia del mondo / Nicolò Paganini...

Margherita di Brabante. Elevatio animae

Tutto era cominciato a Pisa. Di ritorno da Roma, dove era stato incoronato imperatore, Arrigo VII di Lussemburgo stava facendo il proprio ingresso trionfale nel duomo di quella città, quando l’occhio gli era caduto sul ritratto celebrativo che uno scultore gli stava eseguendo proprio sopra la porta di S. Ranieri. Ne rimase estasiato. Mai aveva veduta scolpita nella pietra un simile vividezza d’espressione e un così vivace dinamismo nei panneggi. Quella sua statua gli pareva viva, sebbene vi fosse stato ritratto in ginocchio. Perciò, senza por tempo in mezzo diede ordine che l’autore fosse condotto immediatamente al suo cospetto. Voleva commissionargli il monumento funerario a Margherita di Brabante, sua stimata consorte e “carissima al suo cuore”, morta a Genova di peste due anni prima, fra 13 e 14 dicembre 1311, all’età di trentasei anni.   E l’artista accettò. A indurlo non fu soltanto il prestigio dell’incarico – si trattava della prima tomba su commessa imperiale in territorio italiano – ma anche, e soprattutto, la sfida personale che vi intuiva insita. Difatti, sebbene egli...

Via De Amicis, una foresta di simboli a Milano città dell’Expo

Qualcuno tornerà a scrivere «Muri puliti, popolo muto» in via de Amicis a Milano dove il 3 maggio scorso ho osservato la sfilata Milano non si tocca organizzata dal sindaco Pisapia dopo il riot urbano NoExpo del primo maggio. Se così fosse, questa scritta sarà la constatazione di una rimozione e il sedimento di una disperazione per l’irreversibilità di un fatto. Un popolo, se esiste, è muto. I cittadini, se esistono, si tengono per sé pensieri che sono singulti e non discorsi. Tutto il resto è silenzio. Quello che regna in una democrazia dove tutti parlano e nessuno ha voce.       “Carlo Vive” Centinaia di persone, giovani e volontari, e poi borghesi, di sinistra, armati di spugnette e di uno sgrassatore domestico hanno iniziato a scolorire la scritta “Carlo Vive”, supportati dalle potenti macchine idropulitrici dell’Amsa. Una scritta, simbolo di una generazione, ridotta a “sporcizia”, a vandalismo, a segno senza significato. Per questo cancellata.   È doloroso vedere una testimonianza cancellata sotto gli occhi, quattordici anni dopo Genova dove Carlo Giuliani è stato ucciso da un colpo di pistola di un carabiniere. Un atto tanto più forte perché non l’ha...

Teatro Akropolis

L’opportunità è all’orizzonte degli eventi. Intuire nei ciottoli una strada, nei cancelli una breccia, nell’abbandono l’innesco di un inizio. Ciò che sarà è già in ciò che è. Ma il giorno nuovo arriva e cresce e prospera per chi sa avere gli occhi aperti e le mani libere, per gli altri passa e niente più, lasciando dietro di sé solo condizionali dell’irrealtà. Il futuro è qualcosa che si può costruire, altrimenti non è futuro, è recriminazione. Così, almeno, lo vivono Clemente Tafuri e David Beronio del genovese Teatro Akropolis rispetto all’arte della scena, come un processo, un passaggio di stato che indaga le possibilità e i motivi stessi del fare (teatro). Artistico è l’atto di ricerca, sia per chi crea sia per chi guarda. “Mi sento a disagio quando uno spettacolo diventa la cosa più importante – riflette Tafuri. – Come si può pensare che sia tutto lì? È evidente che le cose rilevanti sono altrove e sono convinto che faccia parte della responsabilità dell...

Mondi multipli

In questa nostra epoca di euforica rinascita dell’ontologia, di strombazzati recuperi della realtà-così-com’è, di naturalismo imperante, c’è chi, di realtà ontologiche, ne considera più d’una. E parla, con molta convinzione, di multinaturalismo. Esagera? Meno di quanto non si creda. Tutto comincia (sempreché qualcosa cominci mai) da un’osservazione linguistica a prima vista marginale di Eduardo Viveiros de Castro, antropologo brasiliano, cattedra al museo etnologico di Rio, studioso delle popolazioni amazzoniche: gli Achuar – piccola etnia della foresta più grande del mondo, ed esattamente al confine fra Brasile e Perù – danno del tu a moltissime specie animali, ma anche ad alcune forze fisiche come il vento e la pioggia, per non parlare di divinità o apparizioni oniriche. Appellare alla seconda persona, si sa, non è mai casuale: significa costruire una precisa connessione intersoggettiva, una situazione di comunicazione fra due esseri pari grado. Come dire che, per questo gruppo etnico, molte delle entità che noi consideriamo esistenti a prescindere da...

Genova d'acqua

Questo è il primo autunno che passo a Genova da vent’anni. Un mese fa mia figlia, che vive qui, mi consiglia di registrare il mio numero di cellulare in Comune in modo da ricevere avvisi nel caso di emergenze meteorologiche. L’idea mi sembra ottima e la metto subito in pratica. Il primo test arriva due notti fa. Piove da un paio di giorni, ma dalle otto di sera in poi viene giù senza pause, a mitragliate d’acqua che ogni volta picchiano un pochino più forte. Il primo SMS della Protezione Civile mi arriva alle undici e ventidue. Dice di stare attenti e che è possibile un’esondazione del Bisagno.   A quell’ora Montoggio, una ventina di chilometri a nord di Genova, era già sott’acqua per lo straripamento di un torrente. Il Bisagno stesso era stragonfio e che esondasse era sicuro. Ma l’unica risposta ufficiale in città era quel messaggino che invitava alla prudenza, un consiglio però, non un’allerta (1 o 2) che mettesse in moto le istituzioni e le relative strutture tecniche. Si potrebbe dire che tutti dormivano o si preparavano ad andarsene a letto. Fra i pochi ancora alzati c...

Di cosa parliamo quando parliamo di Genova 2001

Quando non so da che parte iniziare, perché gli eventi sono talmente difficili da inserire in un racconto di senso, o in un’opinione politica, o in un pensiero compiuto, allora, di solito, mi affido alle parole di altri, più autorevoli, che permettono di guardare gli eventi con lenti diverse e trovare, spesso un sottile filo di senso. È così per Genova e per i fatti dei giorni del luglio 2001. Avevo diciannove anni, litigato per settimane per poter andare.   Alla fine avevo ceduto e accettato di finire sul lago di Garda, a passare un week end lontano “dai pericoli”. Così, il televisore di quei giorni mi ha raccontato un pezzo della mia storia che si è incrociato indissolubilmente con il mio presente di quei giorni, e soprattutto con l’oggi. Perché, a distanza di 13 anni, non si può non parlare, riflettere, ragionare o non pensare a Genova. Quando le questioni restano aperte, solo molte parole condivise possono cercare di dare un senso, o una posizione, o provare a costruire qualche pezzetto di narrazione politica, facendosi aiutare.   Stanley Cohen è stato un sociologo sudafricano...

Il design italiano oltre la crisi

La settima edizione del Museo del Design Italiano è una bellissima e sofisticata collezione di opere, alcune poeticissime e assolute, che, accanto ad altre di minor peso, hanno il potere di trascinare il racconto portando la storia, nel suo svolgersi, ad aprire molte direzioni, altre storie. Penso che il lavoro di Beppe Finessi (aiutato da Cristina Miglio), del direttore Silvana Annicchiarico e di Italo Lupi sia un capolavoro di cura e sensibilità capace di contagiare nel profondo chi attraversa il bellissimo percorso disegnato da Philippe Nigro e di procurare sensazioni di gioia e bellezza.   Alessandro Mendini, Poltrona di Paglia, 1975   Va detto però che il discorso si concede molte deviazioni e sconfinamenti e che per il desiderio di accontentare un po' tutti, di includere grandi maestri e raffinatissimi ricercatori rimasti nell’ombra, di accennare a tante storie magari non sempre centrando il capolavoro o l’opera contestuale, per lo sfizio di mettere in luce il minore, la cosa a latere, per poi alzare il volume con l’opera del grande maestro... alla fine del viaggio lasciano un po’ la sensazione di una massa...

Zombitudine

Il futuro incombe dal buio di adesso. C’è, ma non si vede, perché capita ad altri. A Loro: gli Zombi. La vita dura un battito di ciglia, le banche, la finanza, le multinazionali sono morti che vivono per sempre. È la fine che abbiamo fatto e continuiamo a fare in Italia. Ogni giorno di più. Bisognerebbe strappare la biografia del presente al limbo della crisi economica ed esistenziale e dirigerla in ciò che vogliamo impersonare: una comunità da difendere. Zombitudine, scritto, diretto, interpretato e prodotto da Elvira Frosini e Daniele Timpano ci fa sbancare il lunario della sopravvivenza con una bomba di ironia a grappolo mezza viva e mezza morta. Un nudo integrale delle paure di cui non possiamo fare a meno per morire da vivi. Un varietà esalante fuochi d’artificio sul “fine pena mai” di esistere, che seziona l’attualità con il bisturi dell’immaginario horror.   Fotografia di Donato Acquaro   Un uomo e una donna, le fedi al dito, sono “rifugiati teatrali” insieme al pubblico. Vestiti con abiti color pastello, hanno con sé solo una valigia e...

Framura: un angolo di Liguria

Di linee dritte in Liguria ce ne sono poche. La più famosa, forse, è quella del viadotto del Polcevera, ponte strallato (sostenuto da cavi), opera dell'ingegnere Riccardo Morandi, vanto dell'ingegneria italiana postbellica, confine ideale tra Ponente e Levante. Faticherò a ritrovare una linea dritta nei volti angoluti degli abitanti, tra le cale e le rocce marine, nei terrazzamenti digradanti ma mai regolari, dove i filari di ulivi si mescolano agli orti rinchiusi in un fazzoletto di terra.     Attraversato il Polcevera mi dirigo verso Framura, un angolo (per forza!) di Liguria miracolosamente intatto, dove i genovesi e qualche milanese consumano il rito del week-end in un silenzio che sa di cospirazione. Guai se il turismo di massa venisse a saper che qui c'è una vecchina (anzi due) che vende per strada i prodotti del suo campo, che un alimentari, un bar e un ufficio postale assolvono il compito di mantenere i contatti col mondo di una comunità che si divide tra le frazioni di Castagnola, Costa, Setta, Ravecca e Anzo, dove c'è un porticciolo e una spiaggetta.   La "direttissima" - un...

Kapuściński e io

Ryszard Kapuściński era un uomo molto inquieto: non riusciva a star mai fermo. Dopo pochi giorni che era nella sua bella casa zeppa di libri, sulla ulica Prokuratorska, a Varsavia, trovava sempre un pretesto per ripartire. Ho sempre pensato che sua moglie, la dottoressa Alicja, fosse una santa. Le prime volte che lo cercai per telefono mi rispondeva che non sapeva bene dove fosse suo marito e che, forse, lo avrebbe sentito tra un paio di settimane. Si perdeva nel mondo. Del resto, per scrivere aveva bisogno del movimento. E anche del fiato sul collo dei redattori. I capitoli dei suoi libri sembrano puntate di reportage, scritte come se fosse all’ultimo momento (anche quando sono il frutto di lunghe e meticolose rielaborazioni     Sono passati ormai sei anni dal quel freddo 23 gennaio del 2007, quando arrivò la notizia che Kapuściński non era sopravvissuto a un’operazione chirurgica non più rimandabile. Mi manca molto l’amico e, allo stesso tempo, sento una grande amarezza per dover esser stato, purtroppo tra i non molti, a doverlo difendere dal fango che, passati appena pochi anni dalla sua scomparsa, gli ha gettato addosso il...

Giulio Ferroni, l’importante è finire

Alla fine dello scorso maggio, dopo molto tempo, ho rimesso piede all’Università dove vent’anni fa studiavo (e dove non ho mai lavorato): alla Facoltà di Lettere della «Sapienza» di Roma. L’occasione cui non ho resistito è stata la lezione di congedo di quello che è uno degli ultimi suoi grandi docenti, Giulio Ferroni. Che non è stato il mio “maestro”, come si dice in termini accademici, ma dal quale certamente ho imparato molto.   Il 14 agosto ha compiuto settant’anni, ed è stata l’occasione di una bellissima festa a casa sua. Ma non poteva non colpirmi, piuttosto, l’ultima lezione di quello che è stato anzitutto un grande docente. Ci penso solo ora, ma in un’altra occasione solamente non sono voluto mancare all’ultima lezione di un maestro: e fu la volta di Edoardo Sanguineti, a Genova nel 2000. Il comportamento dei due è stato opposto, a chiasmo: l’algido, il tagliente Sanguineti si emozionò sino alle lacrime; il passionale, l’irruente Ferroni è stato lieve, lesto, quasi giulivo. Ma il titolo scelto, Come si finisce...

Restituire lo sguardo

Tempi strani quelli che stiamo vivendo in Italia. Disattivata l’immaginazione, sembra che tutto converga verso una sorta di regressione forzata. Le donne, per esempio, sono chiamate di nuovo femmine e l’unico discorso ‘politico’ in materia è, non a caso, all’insegna del ‘femminicidio’. Dall’alto delle istituzioni – governo, presidenza della Camera – e dei media e dal basso di molte aree femminil/femministe chi appartiene al cosiddetto secondo sesso (e pensare che già nel 1949, nel suo celebre saggio Il secondo sesso - Gallimard, 1949; il Saggiatore, 1961 -, la scrittrice francese Simone De Beauvoir scriveva: “Donne non si nasce, si diventa”) è letteralmente schiacciata alla propria essenza biologica e chiamata a identificarsi solo con i rischi che quell’identità ‘naturale’ comporta in un habitat culturale dominato dai maschi.   Ebbene, poiché non tutte/i noi pensiamo che sia conveniente adottare un punto di vista così univoco e – ammettiamolo – così depressivo, mi piace iniziare questa corrispondenza su Doppiozero con la...

Marta Dell'Angelo. La lingua non centra...

Mi è capitato di vedere due ciclisti parlare in silenzio. Arrivavano da lontano, due sagome in controluce, e a un certo punto si son fermati, uno accanto all'altro, con quel tipico gesto di chi appoggia il piede a terra in punta, spostando il bacino un po' di lato. E hanno iniziato a parlare. Era evidente che stavano parlando perché si guardavano in faccia gesticolando. Quando li ho attraversati, però, non c'erano parole tra di loro, silenzio. Gomiti, spalle, mani, polsi e ascelle, il collo e la testa, e anche il volto con la bocca, il naso e le sopracciglia, tutti insieme in movimento, dialogavano senza parole. Mi è sembrata una magia, un antidoto alle parole, a quelle in eccesso, a quelle rumorose, a quelle acronimiche, inglesizzanti, alle tag, alle consonanti degli sms... quei due ciclisti avevano una lingua loro, quella di chi non sente, e un po' li ho invidiati.   Parole, lingua, linguaggio, segni che derivano dalla memoria che ogni giorno si affatica per tenerli insieme. C'è una memoria colta e una primordiale, quella che ci permette di trasmettere e quella che ci permette di comprendere. Che esercizio...

La Torre di Genova

Il comandante Giovanni Lettich è un istriano alto e vigoroso, è stato proprio lui ad accoglierci appena una settimana fa al terzo piano di quel bizzarro «fungo» che era la Torre piloti. Adesso non abbiamo cuore di chiamarlo.     Scorriamo con angoscia la lista dei nomi pubblicata online dal Secolo XIX per paura di trovarci il suo o quello di uno dei suoi collaboratori appena conosciuti e con cui abbiamo scherzato. Il suo ufficio aveva un’aria vagamente retrò, con quei timoni in legno e le immagini appese di navi d’antan, in mezzo a quel groviglio di alta tecnologia che è una Torre piloti. Manufatto di ferro cemento e vetro alto cinquantaquattro metri, finiva con una cabina di regia tutta specchi che, dominando l’intero scalo di Genova da Molo Giano, controllava chi entra e chi esce dal porto e coordinava l’attività delle «pilotine», gli agili e potenti scafi che raggiungono le immense fabbriche del mare quando devono ormeggiare o lasciare le banchine. Devono guidarle ai moli o in mare aperto. Gesti e azioni ripetute, sempre le stesse, eseguite con precisione, competenza e...

Daniele Vicari. Diaz

Quando un film si propone come rielaborazione di fatti storici che, per quanto attutiti dalle intermittenze della memoria mediatica, bruciano ancora nel presente, entra di peso nel discorso pubblico, con tutto il peso specifico di quella macchina di finzione e persuasione che è il cinema e, dunque, con le relative responsabilità. Soddisfare insieme le esigenze di un’analisi storica rigorosa e la funzione di sintesi memoriale che gli è più o meno esplicitamente attribuita non è compito facile, anche perché, quando si interrogano le responsabilità del cosiddetto cinema civile, si tende spesso a chiedere troppo o troppo poco. Se andiamo a guardare alcuni commenti comparsi all’uscita di Diaz, ritroviamo questa oscillazione fra chi rimprovera al film approssimazioni e reticenze sospette, rispetto al proposito di attenersi agli atti dell’inchiesta, e chi lo celebra convinto che le sue immagini forti e necessarie possano colmare quello che per dieci anni è rimasto un opprimente fuori-campo della memoria e auspicando che questa visibilità possa “sanare una ferita”.     Ora, se...

L’avventura formativa dei Mille

Quando mi ricordo quella sera e quell’ora, sento gonfiarmisi il cuore, e piango sulla perduta gioventù, e piango sulla tomba dell’uomo che i sogni più belli della gioventù mia se li ha portati con sé! (G. Bandi )  In venticinque giorni dalla partenza da Genova [i Mille] avevano vissuto quanto si può vivere in parecchi anni, e veduto e sentito quanto in un lungo viaggio, per terre di civiltà antiche e venerande. (A. Secchi) La camicia rossa ci si è stretta alle carni. Moriremo con essa, cercando con l’ultimo sguardo, le luminose visioni d’un passato che sarà spento con noi. (Barrili)   Sappiamo ora che tutti i testi di maggior qualità della letteratura garibaldina italiana furono scritti spesso molti anni dopo i fatti vissuti. Si è cominciato perciò con il riportare tre citazioni di autori diversi che fanno il punto o rievocano con pochi tratti la propria esperienza garibaldina restituendo un ventaglio di differenti emozioni - la nostalgia struggente, la consapevolezza d’una avvenuta iniziazione e l’indelebile persistenza d’un ricordo fattosi...

Piazza Garibaldi: minoranze, teste calde

Esce – per il momento a Milano (Cinema Mexico) e a Roma (Nuovo Cinema Aquila) – il nuovo documentario di Davide Ferrario, Piazza Garibaldi, che alla presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia ha ricevuto una standing ovation di nove minuti. Il film, nato da un’idea di Marco Belpoliti, è scritto da Ferrario e Giorgio Mastrorocco.   “Piazza Garibaldi”, dice il regista, “è un toponimo che si incontra in qualsiasi città italiana. È la metafora della nazione e della sua storia”.   Il viaggio è pieno di sorprese, incontri, riflessioni: un grande road movie attraverso la storia e la geografia del paese, cercando di rispondere a una domanda assillante: perché noi italiani non riusciamo più a immaginarci un futuro?   Piazza Garibaldi si avvale della partecipazione speciale di Marco Paolini, Luciana Littizzetto, Filippo Timi e Salvatore Cantalupo.     A convincermi del tutto dell’insostituibilità di giovani e teste calde nei grandi rivolgimenti della storia nazionale, mi soccorre la lettura recente di un bellissimo saggio di Giorgio...