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Glasgow

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People make Glasgow

Glasgow non ha una bella fama. Dentro e fuori il Regno Unito, si porta addosso ancora oggi lo stigma di città violenta e povera, duramente colpita da un processo di deindustrializzazione che a partire dagli anni ‘80 ha fatto a pezzi la sua un tempo gloriosa e compatta working class e ha portato numerosi quartieri a livelli impensabili di disagio sociale e deprivazione.   Allo stesso tempo, oggi è una delle città europee più vibranti dal punto di vista artistico e musicale. Alcuni fra i gruppi più famosi della scena musicale indipendente contemporanea vengono proprio da qui e da anni giornalisti e critici culturali si domandano come sia possibile che il premio Turner, il principale concorso britannico per l’arte contemporanea, finisca così spesso nelle mani di un Glaswegian.   Gli amici a cui dicevo che sarei andata a trascorrere un periodo di ricerca nella seconda città della Scozia si dividevano coerentemente fra un perplesso “Mmmh, ma perché a Glasgow?” e un entusiastico “Salutami i Mogwai e mi raccomando non ti perdere quel negozio di dischi…”.   Questa...

Essere Dirk Bogarde

Diventò famoso nel 1950, come il bastardo che, all’uscita di un cinema, aveva sparato al tenente Dixon, il bravo poliziotto di quartiere che tentava di redimere più che reprimere i giovani delinquenti. Il film s’intitolava I giovani uccidono (The Blue Lamp), ebbe un successo enorme ed era diretto da Basil Dearden, un regista che se ne intendeva di “problemi sociali” (tra il secondo dopoguerra e i primi anni Sessanta affrontò più volte il tema del disadattamento giovanile, come quelli della discriminazione razziale, della questione irlandese, del fondamentalismo religioso, dell’omosessualità).   Il bravo “bobby” George Dixon era interpretato da Jack Warner: ucciso a metà film, sarebbe stato presto resuscitato come protagonista di una fortunatissima serie televisiva, Dixon of Dock Green, 432 episodi da 30 e 50 minuti prodotti dalla BBC e andati in onda dal 1955 al 1976 (nelle ultime serie, quando Jack Warner aveva più di ottant’anni ed era poco credibile in servizio attivo, Dixon fu mandato in pensione e utilizzato come collaboratore dell’Intelligence della Polizia). Il...

Ken Loach. La parte degli angeli

Per fortuna che c’è (ancora) Ken Loach. Per fortuna esiste un regista, e un uomo prima di tutto, che crede ostinatamente nelle persone e ancora più ostinatamente nel potere che il cinema ha di raccontarle, le persone. E per fortuna c’è chi, come lui, tutto questo lo fa fregandosene dei moralisti, dei benpensanti e del politically correct, riuscendo nonostante tutto a essere profondamente onesto, rigoroso e morale. Del resto la sua onestà sta nell’incapacità atavica e assoluta di mentire, di parlare in modo oscuro o di astrarre eccessivamente dalla reale i suoi racconti (anche se il suo film più significativo degli ultimi anni, Il mio amico Eric, sapeva far leva sulle corde del fantastico in modo esemplare), ma anche nella forza con cui sa guardare in faccia la realtà, senza eccessi didascalici, impastoiamenti ideologici o indugi paternalistici. E se la coerenza qualche volta lo costringe a prese di posizione e intransigenze anche piuttosto radicali (si vedano a tal proposito le recenti polemiche fra il regista e il Torino Film Festival), la militanza per le cause sociali di cui è inesausto e convinto...