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Milano

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Estradare un bibliofilo?

Molti di noi, dopo aver subito angherie da professori particolarmente carogna, hanno sognato di vendicarsi alla fine dell'anno o alla fine del ciclo di studi. Poi la vita ti portava da altre parti e quei pensieri fissi, quelle ingegnose macchinazioni, scomparivano da un giorno all'altro. Così, mi pare, per questi ultimi giorni del berlusconismo: dopo aver agognato la fine di un incubo, di aver rimpianto la Prima Repubblica, ora che tutto finisce siamo già immersi in tempi nuovi, in nuovi pericoli, e le vicende del cerchio magico, delle latitanze a Beirut (do you remember Felice Riva?), del salto del fosso degli ultimi fedelissimi, le guardiamo più con un interesse antropologico o letterario che come un momento importante della vicenda politica. Ma forse è utile che non tutto venga dimenticato. Gli uomini più vicini a Berlusconi negli anni dell'ascesa imprenditoriale sono stati Fedele Confalonieri e Marcello Dell'Utri. Il primo oggi rilascia interviste - molto istruttiva quella al Foglio di qualche giorno fa - in cui rubrica a burletta l'iscrizione alla P2 o a leggerezza i rapporti con la mafia, il secondo, non ricandidato alle ultime politiche dopo una scelta sofferta del capo,...

Canestro notturno

Un notturno in periferia richiede tempi di esposizione lunghi e per non far venire l’immagine mossa, la macchina fotografica deve stare immobile per tutto il tempo in cui l’otturatore rimane aperto, quindi va messa sul cavalletto ed è meglio usare il flessibile per scattare, in modo da non trasmettere, con la pressione del dito sul pulsante, ulteriori movimenti al corpo macchina. Quella notte non avevo né l’uno né l’altro.   Mi muovevo a piedi nella consueta zona cinque (per chi mi segue ormai, lo sa) lungo il corso del naviglio pavese, soltanto con la macchina fotografica e l’esposimetro: rigorosamente infilati nella borsa della spesa di tela spessa, che poi mi è servita per inginocchiarmici sopra e fare l’inquadratura senza rovinarmi il pantalone di velluto.   Però per inclinare leggermente la macchina verso l’alto, mi serviva qualcosa da mettergli sotto e non avevo niente; ho usato il cellulare come fosse una zeppa: alla fine 'sto cellulare si usa sempre. Così ho scattato trattenendo il respiro, per evitare di muovere la macchina fotografica.

Guido Ballo: idea per un ritratto

Come sempre, i centenari sono un’occasione per ripensare al lavoro e alla vita di qualcuno che si è distinto nel lavoro, nelle idee o nelle azioni. Sono il momento giusto per mettere dei punti fermi e ripercorrere, con l’obiettività della distanza storica, umana e temporale, fatti, idee, emozioni e risistemare ciò che negli anni è stato dimenticato, frainteso o semplicemente distorto. In questo, la storia che sto per scrivere forse non fa eccezione, ma la sua particolarità sta nei suoi due protagonisti, che sono davvero fuori dal comune, così come il loro lungo sodalizio umano e professionale: Guido Ballo e Lucio Fontana.   Guido Ballo con Mario Radice (in piedi) negli anni 80   Fontana aveva quarantasei anni, Ballo trentatre quando si erano conosciuti nel 1947. Fontana era appena rientrato da un lungo soggiorno di sette anni in Argentina e come bagaglio per l’Italia si era portato il Manifesto Blanco, ovvero le idee che era andato maturando con i ragazzi della scuola Altamira di Buenos Aires e che nel dicembre di quello stesso anno avrebbero trovato la giusta elaborazione nel Primo manifesto dello...

Il design italiano oltre la crisi

La settima edizione del Museo del Design Italiano è una bellissima e sofisticata collezione di opere, alcune poeticissime e assolute, che, accanto ad altre di minor peso, hanno il potere di trascinare il racconto portando la storia, nel suo svolgersi, ad aprire molte direzioni, altre storie. Penso che il lavoro di Beppe Finessi (aiutato da Cristina Miglio), del direttore Silvana Annicchiarico e di Italo Lupi sia un capolavoro di cura e sensibilità capace di contagiare nel profondo chi attraversa il bellissimo percorso disegnato da Philippe Nigro e di procurare sensazioni di gioia e bellezza.   Alessandro Mendini, Poltrona di Paglia, 1975   Va detto però che il discorso si concede molte deviazioni e sconfinamenti e che per il desiderio di accontentare un po' tutti, di includere grandi maestri e raffinatissimi ricercatori rimasti nell’ombra, di accennare a tante storie magari non sempre centrando il capolavoro o l’opera contestuale, per lo sfizio di mettere in luce il minore, la cosa a latere, per poi alzare il volume con l’opera del grande maestro... alla fine del viaggio lasciano un po’ la sensazione di una massa...

Karl Marx al Salone del Mobile

Fabio Novembre ha incontrato Lapo Elkann. E' accaduto in occasione di un evento organizzato durante un vecchio Salone del Mobile. L'incontro è documentato da un video caricato su internet. Fabio Novembre è un designer noto, popolare. Spesso il suo corpo, la struttura nel suo complesso, i muscoli magri che si flettono sopra le ossa, le braccia lunghe che si muovono come rondini, appaiono attraversati da brevi scariche di elettricità. Una luce gli corre nelle pupille simile ad una goccia di mercurio. E' una persona curiosa di tutto.     Lapo Elkann è invece un imprenditore e a sua volta un designer. Fabio Novembre parla, Lapo Elkann ascolta. Così inizia la clip. Aprile 2010. Quattro anni fa. Fabio Novembre introduce Lapo Elkann. Lo presenta al mondo come una star. Come un talento eccezionale. Novembre è amico e galante. Elkann porge l'orecchio. E' lusingato e forse intimidito. Così lusingato e intimidito che sembra di sentirne una porzione interna del corpo mentre si strugge e sbriciola. Un piccolissimo rumore infinitesimale pulsante sotto il centro umido del suo cuore tra i due ventricoli. Il bianco...

Mercuriali a Milano

Milano ha legato saldamente la propria immagine al design industriale, di cui il Salone del Mobile celebra ogni anno i meccanismi, ma nelle pieghe della produzione che dagli anni ’50 ha cambiato il percorso della rappresentazione dei nostri interni quotidiani, si insinua anche un altro percorso. Quello di un artigianato onirico e mercuriale, di cui è esempio d’eccellenza Piero Fornasetti, di cui alla Triennale, per le cure del figlio Barnaba, si è celebrata finalmente la strepitosa invenzione.   Arbasino raccontava il creatore mentre faceva capolino dalla sua vetrina come un oggetto di sua invenzione, in una domenica pomeriggio presto, prima del rito della Scala. Il Catalogo Cento anni di follia pratica, edito con dovizia da Corraini (prefazione di Patrick Mauriès), permette ora di verificare i simboli ricorrenti di un mondo di grande ricchezza iconografica. Le suggestioni ottocentesche delle pistole da duello, degli arcolai, delle chitarre alla spagnola, delle carte da gioco, si uniscono a un elaboratissimo, ricco bestiario. I gufi si moltiplicano, come la fauna marina, anche se qualche volta si tratta di sirene: trompe l’oeil...

Il paese che non c'è

È un gesto d’azzardo il nostro incontro del 5 aprile alla Fondazione Pini, che riunisce intorno a un tema oggi cruciale – Patrimonio, Paesaggio, Ambiente – specialisti e studiosi di discipline diverse in un aperto confronto con associazioni e amministratori. Azzardo: intanto perché la battaglia preliminare è quella di dar conto, a chi opera nei diversi ambiti, del senso dirompente che proprio questo “nesso ritrovato” fra Ambiente, Patrimonio storico artistico e Paesaggio, ha sul piano culturale e politico in generale.   E poi perché, in questa ri-connessione, c'è un rovesciamento di 360° del discorso tradizionale sulla Tutela in genere (come spiegherà Bruno Zanardi, autore del recente Patrimonio artistico senza tra i principali artefici di questa giornata).   Infine perché, in questo ridisegno di ciò che è fruibile come bene di tutti e in quanto tale soggetto a tutela (il Patrimonio nel suo contesto con il Paesaggio e l’Ambiente), c'è  tutto il potenziale di una battaglia più estesa per la cittadinanza e per i diritti ad essa collegati....

Di Casa in Casa vince cheFare

Oggi si conclude ufficialmente il percorso di cheFare, iniziato lo scorso 28 ottobre con l'apertura del bando e protrattosi per cinque mesi molto intensi. Questa seconda edizione ha visto il consolidarsi dei rapporti di partnership con chi ci affianca nell'organizzazione del premio e ha riscosso un notevole successo per quanto riguarda i numerosi soggetti coinvolti. Il bando conferma quanto già sperimentato lo scorso anno: rigore progettuale, capacità di innovare e costruzione di relazioni con le comunità sono elementi oggi imprescindibili per chi è attivo nel mondo della produzione culturale. Il valore aggiunto di quest'anno è dato dalla formazione di rapporti e connessioni che si sono venuti a creare tra i progetti in gara, segno che cheFare non viene vissuto come una semplice competizione ma come un momento di elaborazione collettiva di pratiche culturali. Il nostro impegno da oggi sarà dedicato a sviluppare le relazioni che si sono venute a creare nel corso di questi mesi e a valorizzare tutti i progetti che hanno partecipato a questa edizione. L'obiettivo sarà quello di approfondire il dibattito in corso...

Tavoli | Uliano Lucas

Il tavolo di Uliano Lucas non si trova nello spazio chiuso di uno studio. Non vi sono oggetti familiari a cui aggrapparsi: libri, fogli, matite. Non c’è nemmeno una macchina fotografica. Si vedono solo un ripiano bianco e una sedia, in attesa di qualcuno che potrebbe arrivare da un momento all’altro. Eppure, nella sua estrema semplicità il suo tavolo è come un magnete che attira lo sguardo, uno spirito incastrato in una forma che non riesce a contenerlo, direbbe Charles Bukowski. Si nota immediatamente l’elemento essenziale per un fotografo: la luce, che duplica il tavolo sulla parete lignea. Una luce così intensa da confondersi con la materia della superficie marmorea. Poiché è questo il luogo in cui Lucas nasce, dove il fotografo viene alla luce: un tavolino del leggendario bar Jamaica a Milano.   Negli anni Cinquanta e Sessanta da qui sono passati artisti, fotografi, scrittori, giornalisti. Al bancone del Jamaica si potevano incontrare Piero Manzoni, Ugo Mulas, Mario Dondero e il clima era quello del fermento di idee, delle infinite possibilità, del futuro che si poteva toccare con una mano, tanto che lo...

La Emme delle meraviglie

Anche se nel febbraio 1972 non ero alla Rotonda della Besana per seguire “Milano dagli 8 ai 12”, una manifestazione dove l'arte era spiegata ai bambini da Giuliano Briganti – d'altronde avevo solo 7 anni – crescere in quella Milano è stato bellissimo. Non credo sia solo nostalgia, è anzi un sentimento condiviso da molti coetanei e il ricordo è diventato un incitamento ai tempi della riforma Gelmini, per chi tra noi era genitore, a non mostrarsi troppo passivi, a dimostrare perché non si perdessero diritti così faticosamente acquisiti.   Ci siamo allora ricordati che negli anni Settanta i nostri genitori – nati negli anni del fascismo, cresciuti nei tempi bacchettoni della chiesa di Pio XII – si erano riconosciuti ribellandosi a molte istituzioni che avevano ereditato fino a quel momento senza troppe discussioni. A scuola era il tempo dei decreti delegati e dell'introduzione del tempo pieno, in casa c'era spesso baruffa, ma per noi figli era una pacchia: gli ordini non erano più perentori, le nonne erano finalmente un po' in disparte, anche se al momento giusto non rinunciavano...

Delizie & Matrimonio

«Fate la guerra all’amore!»: nel Settecento non si usavano gli slogan, ma questo si sarebbe adattato benissimo a un’incisione a colori degli inizi del secolo in cui una poderosa fortezza, isolata tra boschi e campagne coltivate, viene cinta da un enorme fossato. Il nemico dichiarato è proprio Amore e il massiccio baluardo militare, con mura, torri di guardia e fossato, serve per resistere ai suoi assalti e ai suoi bombardamenti.   È una delle immagini che troviamo nel libro curato per Mazzotta da Alberto Milano, Le delizie del matrimonio. Trecento anni di una storia d’amore, catalogo della mostra aperta fino alla fine di marzo a Palazzo Morando a Milano. L’autore ha raccolto una ricca serie di incisioni tra XVII e XIX secolo che hanno al centro il tema del matrimonio, nelle sue fasi preliminari, nel fiorire del rapporto amoroso e nel suo quasi inevitabile appassire, se non addirittura degenerare. Si tratta di materiali eterogenei: fogli volanti, calendari, incisioni da applicare su coperchi di tabacchiere, fogli per ventagli, giochi.   Se nel foglio con la fortezza il disegno è accuratissimo e il tema delle...

Baliani: il racconto del teatro

Il merito di Marco Baliani – scriveva Silvia Bottiroli nel 1994 sulla rivista “Prove di drammaturgia” – è quello di “aver cercato ostinatamente nuove forme di una drammaturgia del racconto (…) tra continui slittamenti, domande, tentativi non sempre riusciti di ridefinizione”.   Oggi, vent’anni dopo, quella riflessione non ha perso validità. Consacrato a maestro del teatro di narrazione e punto di riferimento indiscusso per le nuove voci del racconto orale, Baliani sembra non aver perso l’urgenza di mettersi in gioco e di sperimentare (il suo percorso teatrale fino al 2004 lo racconta ancora Silvia Bottiroli nella monografia Marco Baliani, pubblicata per l’editore Zona). Tra monologhi e opere collettive, tra rielaborazioni di classici e scritture sul contemporaneo, gli ultimi spettacoli confermano la volontà di esplorare ancora e di destrutturare le possibilità del racconto.   A tenere insieme esperienze molto diverse, più o meno riuscite, è ancora l’indiscusso talento narrativo di Baliani; emerge con forza – nel confronto con i compagni di scena stabili...

Tavoli | Claudia Tarolo

Non è la stessa scrivania di Claudia a cui mi avvicinai dodici anni fa, con le gambe tremanti,a correggere il primo racconto che la Marcos y Marcos mi pubblicò. Posso però riconoscere lo stesso ordine e la stessa precisione.   Tutto quell'ordine all'epoca mi parve davvero una cosa inconcepibile: ogni singola cosa al suo posto, come una sala operatoria. Mai visto niente del genere.   Poi ho capito che quello che fa Claudia con le bozze dei nostri libri in effetti è una specie di alta chirurgia; aggiusta quello che non funziona.   Adesso so che quel genere di ordine è tipico delle persone che lavorano tanto, e tanto amano quello che fanno.   Non che i disordinati non lavorino tanto e non amino il proprio lavoro, ma diciamo che possiamo permetterci il lusso di cercare una certa matita o un tale foglio anche per dieci minuti.   Vedendo la foto della sua scrivania, mi è subito balzato agli occhi il motivo per cui Claudia e io ci troviamo ancora così bene a lavorare insieme, dopo dodici anni e sei romanzi.   Le persone per andare d'accordo devono incastrarsi, come le sagome dei puzzle...

Kyla Davis: To walk is easy

La incontro proprio a Nosadelladue, l'accogliente spazio che ospita artisti in residenza in un bell’appartamento all'angolo della suggestiva Piazza Malpighi, nel centro storico Bologna. Kyla Davis, performer e regista sudafricana, fondatrice della Well Worn Theatre Company, a quel punto è in Italia già da tre mesi, infatti ha ormai fatto sue le abitudini di baciare sulle guance per salutare e sorseggiare vino mentre si chiacchiera.   Per quel che riguarda il suo lavoro in residenza, invece, quando la incontro ha terminato una lunga serie di laboratori teatrali realizzati in diversi paesi della provincia felsinea, e non si è fatta mancare due incursioni nelle realtà occupate delle principali città italiane: il Teatro Valle a Roma e il Macao a Milano, in cui ha tenuto dei laboratori immergendosi completamente nelle dinamiche e nelle tematiche delle due autogestioni e dei rispettivi promotori.   Ph. Laura Molinaro   In maniera estremamente low-profile, tipica degli artisti formatisi nella cultura anglosassone, mi ha raccontato di cosa l'appassiona e di come cerchi di convogliare nei suoi lavori, i suoi...

Ciao! Sono la Stefi

C’ero anche io tra le migliaia di bambine che alle elementari aspettavano ogni settimana le strisce della Stefi sul Corriere dei Piccoli, pubblicate regolarmente dal 1976 e oggi ospitate di tanto in tanto dal Corriere della Sera.   Ciao! Sono la Stefi, Grazia Nidasio, Rizzoli 1978 Lucy e Mafalda erano bambine troppo adulte per i miei gusti.   Linus, anno X, numero 1, Milano Libri 1974   I cento volti a fumetti di Pierino la Peste, Marcelo Ravoni e Valerio Riva (a cura di), A. Mondadori Editore 1972 pag. 70 La Stefi, invece, era una bambina vera: Stefi Morandini, otto anni, una famiglia tradizionale ma aperta e affettuosa, due fratelli adolescenti (il Cesare e Valentina), Ubu, il cane, la nonna, molti amici e compagni di scuola, Eziomaria il preferito.
Una bambina a cui viene la febbre alta, che ha il terrore del dentista, che non riesce a imparare le poesie a memoria e non capisce nulla dei test di intelligenza, che scappa di casa dopo una sgridata finché la nostalgia la riporta in un lampo tra le braccia della mamma.   La Stefi odia le smancerie, vorrebbe saper fischiare e fare il muratore, giocare a calcio con i maschi, senza per...

Dieci anni di Buone Pratiche

Crisi cronica, assenza di risorse, istituzioni sorde e impossibilità di ricambio generazionale: il teatro italiano degli ultimi dieci anni potrebbe essere riassunto così. Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino, con Le Buone Pratiche del Teatro, hanno provato a raccontare (e a far raccontare) un’altra storia. Era il 2004: il sito ateatro.it lancia una convocazione a tutte le realtà del teatro per un confronto orizzontale e una condivisione di formule innovative per l’auto-organizzazione. “Sappiamo – scrivevano allora i promotori dell’iniziativa – che in questa progressiva desertificazione esistono esperienze e pratiche di un teatro vivo e diverso”.   Da allora l’appuntamento (organizzato in modo indipendente e senza budget) si è trasformato spontaneamente negli Stati Generali del teatro italiano e oggi, a un decennio dall’inizio dell’avventura, diventa anche un libro. Le Buone Pratiche del Teatro (FrancoAngeli 2014, pp. 260) è inevitabilmente l’occasione per un bilancio: “Nelle pagine di questo libro”, spiega Ponte di Pino, “c’è la storia di un...

Mantegna fuori prospettiva

Nonostante l’accorato e civile confronto tra i “guelfi” e i “ghibellini” del nuovo allestimento de “Il Cristo morto” (tempera su tela di 68x81 cm) dipinta da Andrea Mantegna nel 1480-1484, ideato e realizzato dal regista Ermanno Olmi nelle sale della Pinacoteca di Brera a Milano, le due posizioni restano inconciliabili e distanti tra loro. I punti, diciamo così, forti, che il regista ha esposto durante una affollatissima conferenza, organizzata dalla Soprintendente Sandrina Bandera nella Sala della Passione della Pinacoteca, per rispondere alle polemiche che l’iniziativa ha sollevato, sono tutti riducibili ad una personalissima concezione del dipinto, dalla quale il regista fa discendere, coerentemente, anche la particolare collocazione dell’opera.   Ora che le scintille delle polemiche si sono momentaneamente spente proviamo a riflettere sulle ragioni principali che hanno motivato questa scelta espositiva. Il regista Ermanno Olmi nella descrizione dei criteri che lo hanno portato ad adottare questa soluzione indica la luce come uno dei fattori determinanti, in virtù del fatto che il dipinto fu eseguito dal...

Dorfles: oltre un secolo nell’arte

È una giornata piovosa di gennaio e mi sto dirigendo verso casa di Gillo Dorfles. L’ho conosciuto all’inaugurazione della sua mostra personale alla Fondazione Marconi e mi ha accordato un appuntamento per oggi pomeriggio. Sono in anticipo, e mi fermo a bere un caffè in un bar che si affaccia sulla stessa piazza del suo palazzo. Osservo al di là della vetrina l’edificio, sobrio ed elegante; a fianco si trovano un barbiere e una vecchia officina, e c’è anche un po’ di verde. Qui, in Piazzale Lavater, pare che il tempo scorra rispettoso dei propri ritmi. Poco dopo scoprirò che questo luogo è lo specchio della cordiale gentilezza di Gillo, che mi accoglie a casa sua senza fretta, ma con una rara e autentica disponibilità. Mi guida nel suo studio percorrendo l’anticamera e il corridoio: i libri sono ovunque, ammassati tra un Capogrossi e una scultura di Fontana, sulle librerie e per terra. È un privilegio per me essere qui con questo signore di quasi 104 anni, che ha vissuto tutto il secolo breve e ciò che ne è conseguito ed ha ancora voglia di raccontare. Non ha perso la sua...

This is Plastic

La nuova sede di via Gargano, vicino ai fantasmi delle industrie passate e di fronte a un ufficio notturno degno di Hopper che smista implacabilmente la posta, accoglie i visitatori con una sequenza notevole di lampadari che pendono dal soffitto. Una panoplia di cristalli, che si riflettono tra di loro, e vengono magnificati dalle luci sulla pista, o dai bracciali di strass di un ragazzo dall’elaborata acconciatura con in mano un White Russian, o forse è Ginger Ale.     Alle pareti video che danno film noir e forti opere pittoriche, dal segno pop, che si debbono a Nicola Guiducci. Nella stagione in corso spicca un Robin allusivo, che reca messaggi piccanti; e d’altro canto il “Picasso dei dj”, è da sempre attratto dalla moltiplicazione dei segni e dei sensi, nella sua attività di disegnatore (in evidenza nella rivista NG, realizzata negli scorsi anni e nei  visuals del recente progetto The House of Bordello), come in quella di strepitoso mago delle piste, che può far danzare al ritmo de La ballata de l’amore cieco di Fabrizio De Andrè, come dei più pungenti successi club della scena attuale...

Delio Tessa. La bella Milano

A Palazzo Morando, nella Milano del quadrilatero, si può in questi giorni visitare una delle innumerevoli mostre fotografiche dedicata alla città tra le due guerre. Di solito la massima attrazione per i visitatori, e vale anche questa volta, è osservare le fotografie della Milano che non c'è più: quella dei Navigli, della Darsena, il glorioso sistema di trasporti via acqua che si fa risalire a Leonardo e che dava un tono da ville d'eau alla città. I Navigli vennero interrati tra il 1929 e il '30 e da allora aleggia un sentimento di nostalgia in fondo antitetico allo spirito milanese che, come tutte le grandi città, o che si credono tali, è sempre pronto ad abbracciare con entusiasmo il partito del nuovo.   I nostalgici dovrebbero rileggere Delio Tessa (1886-1939), ora che Quodlibet ripropone le sue prose apparse sui giornali milanesi e ticinesi tra il 1934 e la morte, avvenuta pochi giorni dopo lo scoppio della seconda guerra. “Quando c'erano i Navigli ogni anno, tra Marzo e Aprile, si andava incontro alla cosiddetta «sutta»; si toglieva cioè l'acqua per circa un mese allo...

Lea Vergine e Milano

«Scrivendo ho sempre cercato di privilegiare il lettore che nei riguardi dell’arte ha nutrito diffidenza, perplessità, curiosità e speranza. Non ho mai praticato la scrittura come un resoconto elettorale ma neanche come colonna sonora liturgica. Ho prediletto le gioie insolenti dell’intelligenza. Tra i miei desideri c’è sempre stato quello di fare con la scrittura quello che mio padre faceva con il pianoforte. La scrittura è come il piano: bisogna sempre perfezionare i suoni. Non mi sono mai sentita critico, ma una persona che scriveva di cose che non erano manifestamente, ma che potevano essere.»   Con queste parole Lea Vergine parla del suo lavoro di critico d’arte, in occasione della cerimonia per la laurea honoris causa conferitale dall’Accademia di Brera lo scorso 11 dicembre. Milano è infatti la città che l’ha vista costantemente presente sulla sua scena culturale: vi si è trasferita da Napoli a metà degli anni Sessanta, ed a Milano vive tuttora. Qualche giorno dopo sono andata ad intervistarla nel suo studio in via Sant’Agnese, attiguo al suo appartamento...

Oltre l'estetica di Calimero

Cosa ci spinge a esibire le campagne pubblicitarie di cinquanta, sessanta anni fa? A considerarle mirabili? A Roma si è conclusa la mostra Il cibo immaginario, mentre a Milano una retrospettiva su Calimero, storico testimonial del detersivo Ava, proseguirà fino al 9 marzo. Sono gli esempi più recenti. Ciò che la cultura ufficiale non dedica al linguaggio pubblicitario dei suoi anni, lo fa con vecchi poster, figurine da collezionisti, gadget ingialliti.     In effetti ogni epoca della pubblicità consente ottime selezioni su base estetica. Anche quella attuale. Le campagne degli ultimi dieci anni sarebbero altrettanto rappresentative – così come viene detto delle vecchie – dei mutamenti sociali e culturali. Però quest'altra mostra dell'oggi non può davvero avvenire. Perché? Il punto è in un fenomeno poco osservato: il cambio di natura della pubblicità nel tempo. Dentro la sua epoca essa suona invadente, aggressiva, magari anche disumana, ma lo sguardo dei posteri la rende innocente, innocuo svago, arcadia immaginaria di un consumismo sano, forma del bello....

Warhol a Milano

Vorrei proporre un’interpretazione privata e a tratti “esoterica” di Warhol, solo in parte libertina. La mostra milanese della collezione di Peter Brant si presta bene a rinnovare l’immagine dell’artista (a Palazzo Reale fino al 9 marzo 2014).     Che ne è del divo distaccato e metallico del primo periodo della Factory, immancabilmente attivo dietro alla macchina da presa, nei disegni a china, foglia d’oro e nastro degli anni Cinquanta? O dell’istrione luciferino e scarmigliato negli affettuosi esercizi di copia dall’Ultima Cena di Leonardo di metà anni Ottanta (eh sì, proprio non prevedevamo di usare l’aggettivo “affettuoso” in relazione al produttore dei Velvet Underground...)? I biografi persuasi della religiosità di Warhol, cattolico di rito ortodosso, attribuiranno il gusto per l’immagine devozionale, agghindata da finiture lustre e sbalzate, alla familiarità con gli ex voto della fede popolare e le iconostasi delle chiese di rito ortodosso.   Partiamo dal gatto. Paffuto, ronfante e compiaciuto, è l’animale prediletto: popola i...

Memento italiano

Una flessuosa linea di continuità ha attraversato la storia politica italiana, almeno nel periodo repubblicano. Eventi rilevanti, cruciali, definiti variamente come «terremoti», «innovazioni», «rivoluzioni», sono stati in realtà rapidamente derubricati a corrente normalità.   Un collettivo fenomeno di rimozione, cancellazione cosciente o acquiescente e interessata, delle vicende dolorose e vergognose della storia patria. Abbiamo superato o meglio saltato con un’alzata di spalle e un misero e incespicante mea culpa rapidamente recitato come svogliati ragazzini in sagrestia. Per passare da una fase – triste e ignominiosa – a una potenzialmente prospera e civile.   Alberto Sordi ne I Vitelloni di Federico Fellini   È possibile individuare quattro momenti in cui il cambiamento, pur significativo, ha coinciso con una fase di continuità, una lunga e indistinta calma come se nulla (o quasi) fosse avvenuto. Gli snodi della Repubblica, salutati rapidamente come «rivoluzionari» o «epocali», si sono trasformati però in una appiccicosa fase di...