Categorie

Elenco articoli con tag:

USA

(86 risultati)

Aspettando gli Oscar 3 / Nomadland. Sopravvivere all’America

Le due presenze che più vediamo esistere, come fatti cinematografici, in Nomadland, sono lo spazio e il volto della protagonista. Entrambi si affrontano, anche formalmente, per tutto l’arco della visione, componendo un’esperienza continua di apertura e sconfinamento.  Così da una parte c’è lo spazio: la superficie interminabile della strada, raccontata da campi lunghissimi. Ci sono i paesaggi naturali, i paesaggi umani, e i mondi costruiti dalle merci: i parcheggi, o le enormi officine di manodopera a tempo determinato, i negozi-magazzino dove si compra di tutto, le città fabbriche abbandonate, e poi ancora, secondo una linea narrativa costruita e montata per scivolare sempre avanti, senza inversioni, lo spazio delle migliaia e migliaia di chilometri della terra americana percorsi da un furgone.      Dall’altra parte, assieme allo spazio o in controcampo, un volto, quello di Fern (Frances McDormand), che la regia fissa a lungo e di continuo, come ritraendolo, in tempi lenti di inquadratura spesso affiancati dal silenzio eloquente di scenari e effetti naturali. L’aria, la neve, la notte, il buio, il freddo ci chiedono di fermare lo sguardo, di scrutare quel...

Elezioni USA / Presidenze fittizie, minacce reali

Washington, D.C.. L’enorme, candida cupola del Campidoglio – la sede del Parlamento federale statunitense, il tempio laico della democrazia americana – viene violata. Un’esplosione la scuote. Le fiamme, altissime, squarciano la notte. Il Governo è stato decapitato da un oscuro attentato terroristico.   “Designated Survivor” (prima stagione, episodio I) È l’inizio di Designated Survivor, serie tv che dal 2016 è andata in onda per tre stagioni. Il protagonista, interpretato da Kiefer Sutherland, è Tom Kirkman: membro di secondo piano del Cabinet presidenziale, “sopravvissuto designato” e quindi tenuto al sicuro durante l’annuale discorso sullo Stato dell’Unione. Proprio per garantire, in caso di catastrofe, la continuità del governo del Paese.   Finzione, realtà. Il tema è proprio questo: chi rincorre chi? Quale sta maggiormente influenzando l’altra? La messa in scena narrativa del potere politico ha subito negli ultimi anni una progressiva e formidabile degenerazione morale. Soprattutto la tv ha costruito e cristallizzato un immaginario feroce, sadico, davvero oscuro. Prendendo a esempio la Casa Bianca: la Camelot di The West Wing si è mutata nell'incubo di House of...

Diario Americano / Gli ultimi giorni di Donald Trump

Mercoledì 20 gennaio Joe Biden e Kamala Harris si sono insediati alla Casa Bianca, e spero che il Servizio Segreto, ripulito dai convertiti a Trump, sia in grado di difenderli anche dopo che lo stato d’assedio sarà finito, perché l’eredità lasciata dal presidente uscente, anzi uscito, anzi buttato fuori con un secondo impeachment (che non è solo una formalità, anche se lo sembra) è una guerra civile che ha già avuto le sue prove generali. Non sono andate molto bene, ma si sa che la sera della prima di solito tutto si sistema. E la sera della prima non l’abbiamo ancora vista.   La domanda che l’FBI si pone ora è quanta connivenza ci fosse dall’interno del Campidoglio, tra la polizia, vari deputati e senatori repubblicani, e i rivoltosi fuori. Pare che gli Stati Uniti siano entrati anche loro nell’era dei “servizi deviati”, che chi ha abbastanza anni in Italia ricorda ancora bene. Il cancro della teoria di complotto secondo la quale Biden ha “rubato” la vittoria a Trump è molto diffuso tra la non piccola percentuale di agenti della polizia orientati sulla destra estrema (anche qui, nessuna novità per gli italiani); i loro siti e le loro chat ne traboccano. E scoprire che a...

Democrazia / Twitter, Trump: censura o mercato?

Nel dibattito che infuria sulla cancellazione da parte di Twitter dell'account @realdonaldtrump di Trump quasi nessuno ha nominato una parola-chiave, necessaria per capire di cosa stiamo parlando. Questa parola è mercato. Prendiamo la dichiarazione di Massimo Cacciari rilasciata a Adnkronos in cui dice: "È inaudito come imprenditori privati possano controllare e decidere loro chi possa parlare alla gente e chi no. Doveva esserci un'autorità ovviamente terza, di carattere politico, che decide se qualche messaggio che circola in rete è osceno, come certamente sono quelli di Trump. Come oggi è Trump, domani potrebbe essere chiunque altro (ad essere censurato n.d.r.) e lo decide Zuckerberg. È una cosa semplicemente pazzesca".  Semplicemente pazzesca appare l'ingenuità di Cacciari, un filosofo e un politico per il quale, intendiamoci, nutriamo il massimo rispetto. Che deve essere caduto nel trabocchetto delle "dichiarazioni a caldo" che sempre i media chiedono agli opinion leader, e lui ha generosamente risposto, senza nemmeno aver avuto il tempo di buttare un occhio alla IG story di Francesco Costa (@francescocosta21) che ammoniva "Cosa...

Diario americano / La marcia su Washington

Le poche centinaia di bolscevichi che nel 1917 assaltarono il Palazzo d’Inverno non riuscirono a completare la rivoluzione perché Lenin, dopo averli incitati con la sua splendida oratoria, tornò a casa per godersi l’assalto in televisione. Più o meno questo è ciò che è accaduto a Washington il 6 gennaio 2021. Ma se Donald Trump, invece di tornare alla Casa Bianca si fosse messo alla loro testa, il colpo di stato avrebbe avuto buone probabilità di riuscire. I repubblicani sarebbero rimasti terrorizzati e insieme ammirati dall’audacia del loro Grande Capo, e visto che più di cento deputati e una dozzina di senatori avevano già deciso di sollevare obiezioni alla certificazione della vittoria di Biden, non sarebbe stato difficile per Trump convincere gli altri. La certificazione sarebbe stata sospesa, e anche se non era vincolante, sarebbe stato il segnale che la Costituzione, di cui tutti si riempiono oscenamente la bocca, era di fatto sospesa. Trump sarebbe rimasto presidente “in stato di eccezione” finché, per citare parole sue di qualche tempo fa, “non si sarà capito che diavolo sta succedendo”.    Per fortuna per l’America che c’è la televisione, e che Trump ha...

Diario americano / Che cosa dire a un complottista

Il 14 dicembre 2020 gli Stati Uniti hanno superato la soglia dei 300.000 morti di Covid, il vaccino Pfizer ha cominciato ad essere distribuito e i grandi elettori dei singoli stati hanno confermato che Joseph Biden ha la maggioranza necessaria per essere dichiarato presidente degli Stati Uniti. Tre fatti che da soli basterebbero a riempire molte pagine, ma mentre me li allineavo in mente stavo pensando a un recente servizio della CBS, un’inchiesta su coloro che hanno deciso di uscire dalla realtà condivisa e salire sulla navicella della realtà.2 proposta dal movimento QAnon.  Buona parte del servizio era una lunga intervista con un giovane nemmeno trentenne, sensibile, pacato, affabile, sinceramente convinto che il mondo sia dominato da una élite di pedofili cannibali (sì, anche cannibali) i cui capi vanno trovati nella dirigenza del Partito Democratico, nei grandi finanzieri e nei media. Donald Trump è l’unica difesa contro la cabala internazionale dell’élite globalista, e ora che la vittoria gli è stata sottratta con la frode la lotta continua perché si tratta di salvare il mondo. Lui, attaccato al suo computer tutto il giorno, promette di fare la sua parte senza tirarsi...

75 milioni di voti a Trump / "Meglio una guerra nucleare che aggiungere un'altra lettera a LGBT"

Non riesco più a contare gli articoli che dal 3 novembre in qua sono usciti per chiedersi non tanto come abbia fatto Joe Biden ad accumulare 80 milioni di voti (cifra inaudita) ma come abbia fatto Donald Trump a mantenere, anzi ad accrescere il suo bottino elettorale fino ad arrivare a 74 milioni di voti (cifra altrettanto inaudita per uno sconfitto). Sei milioni di voti sono uno scarto che non si era mai visto, ma non avrebbe dovuto essere maggiore? Biden avrebbe dovuto vincere almeno con il 65% dei voti, non con il 52%. Ribattere che l’America è sempre stata politicamente polarizzata e che ben pochi presidenti hanno vinto con un margine uguale o superiore al 53% non è un argomento. Affrontavano candidati che rientravano nelle norme della politica. Trump non rientra in nessuna norma, salvo forse nelle linee guida di qualche manuale sul disordine narcisistico della personalità. E dunque? E dunque, da qui sono partite le analisi. Ma più che procedere hanno annaspato, perché una risposta unica non c’è. Ci vorranno mesi per analizzare i risultati delle elezioni statali, di contea e cittadine, che spesso hanno registrato la schizofrenia di elettori che hanno votato sia contro Trump...

Diario americano / America: salviamoci la pelle

Se Biden è il Mosè d’America, come qualcuno si è affrettato a proclamare dopo le elezioni, prima di inoltrarsi nel deserto dovrà tornare sui suoi passi. E tentare il miracolo di ripescare dal Mar Rosso quei settanta milioni di americani che ancora annaspano nella sconfitta perché senza di loro non andiamo da nessuna parte. Anzi, finiamo tutti insieme a schiantarci contro il muro – rossi e blu, destra e sinistra, complottisti e progressisti.  Mentre gli opinionisti compilano meticolosi elenchi di ciò che abbiamo perduto nell’era Trump – l’innocenza, l’altruismo, il senso morale, il sogno americano, l’orgoglio, la cultura e mi fermo qui – il treno della pandemia viaggia ormai a un’andatura folle. I segnali sono inequivocabili: sarà un inverno da incubo. L’unica luce fioca che s’intravede in lontananza è il vaccino. E non è detto sia il libera tutti. Il furore elettorale sembra avere incrinato una delle poche certezze di questo Paese – la fiducia nei medici e nella ricerca medica. Un anno fa una ricerca del Pew Research Center mostrava che, a prescindere dall’orientamento politico, 74 americani su cento avevano un’opinione positiva dei medici e 68 su cento degli scienziati. Un...

Make America Great Again / Ivanka e l’Abc

Qualche giorno fa mi ha scritto Ivanka. “Stiamo combattendo per il futuro del nostro Paese. Dipende tutto dal tuo voto”. Prima di lei si erano fatti vivi Lara e Don Jr incoraggiandomi a votare per posta – benché da mesi il Padre Presidente ripeta che è fonte inesauribile di brogli. Per il resto, da mesi a scrivermi è una certa Sarah. Mi chiede se sono pronta a votare per “Make America Great Again”, quanto sono preoccupata per le “sommosse” di Portland e incalza senza pietà: vota, vota, vota. Sei già andata a votare? Quando voterai? È tutta colpa mia. Qualche anno fa, quando qui in Louisiana si eleggeva il governatore, mi sono registrata a un rally di Trump. Volevo vederlo in azione dal vivo. Ho dato forfait causa influenza e ancora mi mangio le mani, intanto il mio numero è finito nelle liste dei supposti simpatizzanti. Potrei svanire con un clic, ma non lo faccio.  Nell’isolamento forzato di questa pandemia, ogni messaggio di Sarah e della Dinastia, come ormai la chiama il Presidente, è uno strattone che mi riporta alla realtà. Mi ricorda che c’è una ragione (anzi sono parecchie) se appena esco di casa vado a sbattere contro un cartello Trump 2020, se la gente rifiuta le...

Christian Salmon / Trump, Johnson, Bolsonaro: la tirannia dei buffoni

Martedì 3 novembre 2020, gli Stati Uniti d'America torneranno a scegliere il loro presidente. Non è solo una sfida tra democratici e repubblicani, tra l'irruenza del miliardario da talent show e la grigia competenza del politico di professione, tra il populismo movimentista e l'apparato di partito. La riconferma di Trump sancirebbe il trionfo della “Tirannia dei Buffoni”, come la definisce il politologo francese Christian Salmon nel suo recente La Tyrannie des Bouffons, Les Liens Qui Libèrent, 2020. Nella galleria di Salmon, accanto a Trump e Boris Johnson, rientrano il brasiliano Bolsonaro, il filippino Duterte, l'ungherese Orban e l'indiano Modi, nonché l'italiano Matteo Salvini (e di striscio Beppe Grillo, il prototipo del “comicopolitico”). Ultimo arrivato, la star delle serie tv ucraine Zelensky. Per gli studenti ai quali era stato mostrato un video con le sue affermazioni più controverse, Bolsonaro appare “cool, perché è un mito, perché fa ridere, perché dice quello che pensa” (Salmon, p. 63).    Come mai queste figure grottesche (vedi Bachtin) hanno occupato la scena politica e dominano il carnevale mediatico globale? A questi improbabili leader mancano le doti...

Che cosa accadrà se Trump vince / L’anima troll dell’America

In Il fantasma della libertà di Buñuel, un medico dice al suo paziente: “Lei ha una malattia incurabile”. Il paziente si offende, gli dà uno schiaffo e se ne va. Immaginate che il paziente sia Donald Trump e il dottore sia Anthony Fauci, e avrete un’idea di quello che accadrà se Trump vincerà le elezioni, o se trovasse il modo di vincerle approfittando della mancanza di precise norme costituzionali in caso di elezione contestata, nonché di una Corte Suprema ora saldamente in mano ai conservatori. In realtà le cose andrebbero ancora peggio. Il dottor Fauci si prenderebbe ben più di uno schiaffo (Trump l’ha già definito “un idiota”), e alla popolazione degli Stati Uniti verrebbe detto che avere una malattia incurabile è la cosa migliore che gli possa capitare (“Il Covid è stata una benedizione di Dio”, ha detto Trump di se stesso). La chiave sta in un documento intitolato Great Barrington Declaration, la cui esistenza al di fuori degli addetti ai lavori è emersa il 13 ottobre, in una conversazione tra giornalisti e due funzionari della Casa Bianca.   La Great Barrington Declaration è un documento steso da tre docenti di Harvard, Stanford e Oxford. Non è stato approvato da...

Diario Americano / America, conflitti insanabili

So che molte delle mie storie americane cominciano con “Tempo fa avevo uno studente che…”. Vent’anni fa, quando abitavo a New York, non conoscevo solo studenti, ma ora più meno è così. Non appartengo a chiese o a circoli del tiro a segno, e insegno in un dipartimento di lingue straniere dove la maggior parte dei miei colleghi sono come me, venuti da altrove. I miei studenti sono la mia principale finestra sull’America. In questi giorni in cui Donald Trump appare contemporaneamente fragilissimo e indistruttibile (perché sta montando una marea contro di lui, e perché pare uscito dal Covid come il Nerone di Petrolini, “più bello e più superbo che pria”) uno in particolare mi viene in mente spesso. Qualche anno fa stavo insegnando un corso sulle idee della modernità e avevo uno studente afroamericano di piccola statura, magro, che entrava in classe sempre con la stessa felpa grigia col cappuccio alzato sulla testa – lo hood che anche visto da lontano mette terrore all’America bianca. Non parlava mai, si sedeva appoggiato al muro, discosto dagli altri, sembrava volesse sparire. Io cercavo di parlare per tutti, anche per quelli che mi chiedevano se la Rivoluzione Francese fosse venuta...

Verso le elezioni / Stati Uniti: in attesa del colpo di stato

Parecchi anni fa ho avuto una studentessa brillante e piuttosto pazzariella, che aveva preso l’abitudine di confidarsi con me. Allora non ero un professore di ruolo, e non sapevo ancora che è meglio non incoraggiare troppo le confidenze. Era una bella ragazza, e molto corteggiata. Ma andava a letto solo con quelli che trovava arroganti e vanitosi. Alla mia domanda: “Perché lo fai?” rispondeva: “Così imparano”. Che cosa imparavano, quei poveri sfortunati? Che lei gli aveva mostrato, in modo che più chiaro non si può, quanto li disprezzava. Poca autostima? Eh sì, poca autostima. Ma questo frammento di vita mi viene ancora in mente se mi chiedo quali vantaggi avrà l’elettore di Donald Trump quando il suo amato presidente verrà rieletto, o se troverà il modo di restare al potere anche in caso di vittoria dei democratici. Fatemi spiegare.    Intanto, la risposta è semplice: non ne avrà nessuno. Il pensionato incazzato che guarda Fox News otto ore al giorno da Trump non avrà nulla (dico pensionato perché l’età media di chi guarda i canali televisivi dedicati alle notizie e ai commenti politici è di 65 anni). La Corte Suprema, che presto sarà saldamente in mano ai...

Diario americano / Il nostro inverno nucleare

Da settimane in New Mexico è una pioggia di uccelli migratori. Li raccolgono a migliaia lungo i sentieri, nei parcheggi, sulla soglia di casa. Rondini, merli, passeri, bluebirds – morti di fame e sfinimento. È una delle storie più amare e più politiche di questi giorni. Una tragedia naturale figlia dell’emergenza climatica che sta devastando gli Stati Uniti su un doppio fronte – il fuoco sulla West Coast e gli uragani a Sud. Il futuro dell’America si gioca qui, prima ancora che negli equilibri della Corte suprema stravolti dalla scomparsa di Ruth Bader Ginsburg. È la differenza fra la vita e la morte. L’acqua e la sete. Il raccolto e la carestia.  La strage dei migratori racconta quest’alternativa. È stata la furia degli incendi a scacciarli dalle eterne rotte che dall’Alaska e dal Canada li conducono, lungo la costa, a svernare in centro e sud America. Costretti a sorvolare troppo a lungo territori poveri d’acqua e cibo, a metà strada sono stati stroncati dalla fatica e dall’inedia. A centinaia si sono schiantati al suolo in un ultimo spettacolare tuffo a testa nell’immensità del deserto di Chihuahua, uno dei luoghi più temuti dai migranti che tentano di passare negli Stati...

Gli USA verso le elezioni / Il capitano del Titanic

Si dice che poco prima che il Titanic si scontrasse con l'iceberg ci sia stata un’interessante conversazione sul ponte di prima classe, riportata poi anche ai ponti inferiori e fin giù nella sala macchine. Il capitano, si diceva, non crede all'esistenza degli iceberg. La notizia aveva generato un’ondata di entusiasmo. Finalmente, dicevano su in prima classe, un capitano che dice le cose come stanno, che è dalla nostra parte, e che sa benissimo che gli iceberg sono un'invenzione della compagnia navale concorrente, delle potenze straniere che non vogliono farci arrivare in America, dei socialisti che vorrebbero abolire la prima classe e mandarci tutti giù nelle camerate con i letti a castello ad affogare di caldo e di fumo insieme a quei disgraziati rancorosi che ci odiano perché non sono come noi e non lo saranno mai.  Dopo che il Titanic colpì l'iceberg, e anzi era già affondato, tra i superstiti al freddo nelle scialuppe di salvataggio circolò un'altra storia, anche questa accolta con lo stesso entusiasmo della prima. Il capitano sapeva benissimo che gli iceberg esistono, ma non voleva intristire i suoi passeggeri con notizie che li avrebbero preoccupati, non li voleva...

Gli Usa verso le elezioni / L’uragano Laura e Trump

La sera dopo l’uragano l’aria profuma di foglie, erba, acqua. Al tramonto, quando il vento si quieta, esco di casa. Un sole beffardo illumina un disastro di case sfondate, alberi in briciole, macchine accartocciate. Mi faccio strada fra i vetri e i detriti. Una ragazza piange accanto al rottame di una Honda nera. Un uomo mi saluta dal portico di una casa senza più tetto. Gli sorrido ma ho un groppo in gola.  Non ho mai visto niente del genere, il nord della Louisiana non è zona di uragani. Eppure Laura ce l’ha fatta. Dopo aver massacrato la costa, ha risalito di furia lo stato, il confinante Texas e all’alba ci è piombata addosso. È stata una giornata di buio e venti furibondi, pioggia e schianti assordanti. L’uragano più potente a toccare terra dal 1856. Quand’è arrivata quassù, si era mutata in tempesta tropicale. È stata la nostra fortuna, poteva andare peggio.  Ci sono paesi bastonati da Dio e da tempo la Louisiana è fra i suoi bersagli favoriti. Negli anni ci ha dato l’uragano Katrina, lo sversamento di petrolio nel Golfo, raffiche di tempeste tropicali, un’epidemia di Covid 19 fra le più aggressive e mortifere. Ho smesso di sorridere quando davanti all’emergenza il...

Il dilagare della cancel culture / Basta. Ti cancello

È censura. No, attivismo. Uccide lo scambio di idee. Non c’è mai stata tanta libertà. È ricatto. È responsabilità. Il bello della cancel culture, la figlia più rissosa dei social media, quella di cui più si discute, è che inchiodarla a un’etichetta è impossibile – contiene tutto e il suo contrario. Invece di domandarsi cos’è vale allora la pena guardarla in azione. Perché la sola certezza è che in quest’estate americana sta scardinando il discorso pubblico.  Mentre le manifestazioni per la giustizia sociale infiammano il paese e le statue razziste sono fatte a pezzi, sulle piattaforme social finisce infatti nel mirino chiunque – individuo, azienda, istituzione – si macchi di discriminazione, pregiudizio, odio. Per i colpevoli o presunti tali la pena è la messa al bando, la cancellazione. E dal virtuale al reale il passo è breve.  Per ogni reputazione che va in briciole su Twitter, ci sono una carriera, un lavoro o un business che minacciano di andare in fumo. Le opinioni si pagano e spesso a caro prezzo. È la regola della cancel culture e il suo snodo più problematico.    L’atto di “togliere supporto a figure pubbliche in risposta a loro comportamenti...

Storia della pubblicità / L'individuo disarticolato del fordismo

Come nasce il fordismo? Nella macina dei grandi fatti storici si sommano grani differenti: fatti minuti, decisioni di vertice, tecnologie nuove. Un episodio in particolare colpisce. È la celebre visita di Henry Ford alle disassembly lines delle macellerie di Cincinnati e Chicago, dove sin dalla seconda metà dell'Ottocento i maiali venivano macellati e smontati in un ciclo continuo (Settis, 2016). Lì, dove si fronteggiano corpi morti e corpi vivi, nasce l’idea: tutti quei maiali appesi a ganci, semoventi, dai quali ogni butcher stacca un pezzo da lavorare – un arto, la testa, un muscolo – non sono forse l'esempio di come produrre al massimo della velocità e del risparmio la sua T-Model, ossia la prima utilitaria al mondo assemblata da una catena di montaggio, gigantesco successo commerciale che cambia le abitudini e le aspirazioni della classe operaia americana?    La disarticolazione del corpo è un pilastro della società di massa. Lo dimostra l’ingegnere Frederick Winslow Taylor, principale teorico dell’organizzazione razionale della produzione, quando studia i movimenti dell’operaio e ne elimina i gesti troppo lenti, non produttivi, dannosi, plasmando come creta una...

Empire state of mind / Stati Uniti: l'impero nascosto

La quarta di copertina di un libro è la prima cosa che si guarda dopo che il titolo ha attirato la nostra attenzione. Non sempre dice la verità. Lo fa nel caso de L’impero nascosto di Daniel Immerwahr (Einaudi, 603 pp., 34 euro), quando dice che “la storia degli Stati Uniti al di fuori degli Stati Uniti” è “la vicenda di un impero che ha sempre negato di essere tale”. Impigliati nella stessa contraddizione che gli aveva impedito di nominare la schiavitù nella Costituzione dopo avere affermato l’uguaglianza e la libertà di tutti gli uomini, gli Stati Uniti hanno evitato di chiamare colonie – di pensare e definire come possedimenti coloniali – le numerose dipendenze territoriali accumulate nel mondo al di fuori dei propri confini nordamericani. Ne è visiva testimonianza anche l’evoluzione delle rappresentazioni novecentesche della mappa – il logo – del paese.   Tuttavia gli Stati Uniti sono un impero, scrive Immerwahr – storico alla Northwestern University – nell’ultima riga del libro, a suggello della sua lunga, argomentata dimostrazione. Nessun arzigogolo. Nessun salto mortale da “antiamericano” vendicativo nei confronti delle proprie classi dominanti. Immerwahr non forza la...

La cecità come scelta / Covid e la fine del sogno americano

Houston, 16 luglio 2020 L’ultimo giorno normale della mia vita è stato il 6 marzo 2020, l’ultima lezione che ho tenuto in classe. Ciò che ha salvato la mia università dalla pandemia, allora, è stato lo spring break, la vacanza di primavera che cominciava la settimana dopo. Tempo pochi giorni, e si è visto che tornare in classe non era più possibile. Io stavo insegnando un corso sulla biopolitica. Parlavamo e abbiamo continuato a parlare via Teams di Michel Foucault, Hannah Arendt, Giorgio Agamben, Roberto Esposito, Antonio Negri, Michael Hardt, Paolo Virno, Donna Haraway, Judith Butler, Anthony Kwame Appiah, Slavoj Žižek e altri ancora. Ancora prima che la pandemia raggiungesse il Texas, ogni settimana trovavo, senza neanche doverlo cercare troppo, qualche articolo di giornalismo investigativo che mettevo a disposizione degli studenti e sembrava scritto apposta per il mio corso.    Se Achille Mbembe parlava di necropolitica e di necropotere, di schiavitù e di colonialismo come stati di eccezione permanente, e del modo in cui le popolazioni soggette potevano essere controllate verticalizzando il loro spazio (non entrerò in particolari perché non è questo il punto che...

La tempesta di James Ellroy

Chiunque scriva di James Ellroy non può prescindere dall’associare il suo nome a due aggettivi: «prolifico ed eccessivo».  Dopo il quartetto « L.A.Quartet » (Dalia nera, L.A. Confidential, White Jazz, Il grande nulla, scritti tra il 1987 e il 1992), dopo la trilogia « Underwold USA » (American Tabloid, Sei pezzi da mille, Sangue randagio, scritti tra il 1995 e il 2009) è entrato in una nuova era, o secondo le sue stesse parole, in un nuovo quartetto.   L’esordio è stato Perfidia (Einaudi 2014), seguito ora da Questa Tempesta (Einaudi 2020). Il titolo esprime un raffinato avvertimento, come segnala la nota finale. In una pagina si legge che taluno “conosceva un fruttato poeta inglese, WH Auden”. Questi, in realtà, scrisse una poesia (‘A uno scrittore per il suo compleanno’) nel 1935 per il suo amico compagno, C. Isherwood utilizzando le parole "Questa tempesta" per segnalare la profezia di una catastrofe. (la tempesta-che viene- è un disastro-che inselvatisce- la pioggia - l’oro - il fuoco- tutto questo- una sola- e la stessa- storia, in New Verse, 1935, n. 17). Lasciati gli anni ’30 corrotti e bui ci si immerge nella Los Angeles dei primi anni 40, nel preludio e nell’...

Un gesto antico / Inginocchiarsi

Il ginocchio che premeva sul collo di George Floyd non era solo quello di Derek Chauvin e dei razzisti di tutto il mondo: era anche il ginocchio degli antenati. È così che da sempre gli uomini impongono la propria forza sugli animali, schiacciandone il corpo per impedirne i movimenti. In questo modo Mithra, un dio orientale venerato in tutto il mondo romano durante l’età imperiale, sgozza il toro puntandogli il ginocchio sul dorso.        Si è fatto così, per secoli, in uno dei più importanti riti contadini, l’uccisione del maiale. Il gesto è ben testimoniato nel Trecento da un Tacuinum sanitatis (una sorta di manuale di medicina); indifferente alla successione temporale, il miniatore descrive due uomini che macellano il suino, mentre il norcino con un grembiule bianco lo sta ancora uccidendo; una donna si china in avanti per raccogliere il sangue (la tazza e il recipiente servono in cucina per preparare i sanguinacci).   In una scena di Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976) il rito che abbiamo visto nel manoscritto medioevale si ripete quasi identico; questa volta tre inservienti prendono per le zampe il maiale, poi interviene Olmo (Gérard Depardieu)...

Stati Uniti / Dollari e no dopo la fine del secolo americano

In questi giorni le fiamme degli Stati Uniti ci colpiscono e ci interrogano. Nella scia della più grave crisi sanitaria e all’inizio di una grande depressione economica, l’uccisione di George Floyd, la rivolta generalizzata e la repressione che ne sono seguite, riportano alla luce e intrecciano “i fili della rabbia americana”, come ha scritto sul manifesto Bruno Cartosio. Dello stesso autore arriva in libreria un saggio, Dollari e no. Gli Stati Uniti dopo la fine del secolo americano (Derive e approdi, aprile 2020), che funziona come una guida di lettura all’incendio. I due fili della rabbia sono il razzismo e la disuguaglianza. La pandemia, colpendo prima e di più, sia nel contagio fisico che nelle conseguenze economiche, gli afroamericani perché più poveri, ha tirato entrambi questi fili. E insieme ha teso all’estremo le contraddizioni della democrazia statunitense. Su queste il lavoro di Bruno Cartosio (lungo e ben conosciuto ai lettori di Doppiozero) indaga, con due premesse. La prima è la visione storica: “La repubblica statunitense non è nata democratica e la sua storia non è stata una progressione lineare verso il migliore dei mondi possibili”. La seconda è evidente sin nel...

Black Lives Matter / George Floyd. L’America brucia

Da giorni l’America brucia e nessuno può fingere di non vedere. La rabbia che scuote il paese dopo l’uccisione di George Floyd esplode sotto i nostri occhi con la potenza di una verità troppo a lungo taciuta. È stato un video ad accendere quest’incendio. Ed è un fiume gonfio di immagini a raccontarne gli intrecci, incontri, scontri. Basta un telefono oggi a illuminare la faccia della Storia – pochi frame a interrogare le coscienze.  In quest’immenso racconto collettivo ogni volto, voce, gesto è necessario. La bimba di tre anni che in Indiana piange per i gas lacrimogeni. La polizia che a New York carica i manifestanti e gli agenti che da Portland a Oklahoma City simpatizzano con la protesta. I grandi magazzini Macy’s presi d’assalto e i manifestanti che altrove riparano i danni. I giornalisti presi di mira. La protesta sgomberata con la forza a Washington per l’ennesima photo opportunity di Trump.  Un giorno, quando svolgeremo il filo di questo mare d’immagini, forse capiremo. Forse il quadro, oggi così mosso, si farà nitido. E ancora torneremo lì dove tutto è cominciato. A Derek Chauvin, il poliziotto bianco che per otto minuti e 46 secondi, il volto svuotato di ogni...