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USA

(72 risultati)

Gli USA verso le elezioni / Il capitano del Titanic

Si dice che poco prima che il Titanic si scontrasse con l'iceberg ci sia stata un’interessante conversazione sul ponte di prima classe, riportata poi anche ai ponti inferiori e fin giù nella sala macchine. Il capitano, si diceva, non crede all'esistenza degli iceberg. La notizia aveva generato un’ondata di entusiasmo. Finalmente, dicevano su in prima classe, un capitano che dice le cose come stanno, che è dalla nostra parte, e che sa benissimo che gli iceberg sono un'invenzione della compagnia navale concorrente, delle potenze straniere che non vogliono farci arrivare in America, dei socialisti che vorrebbero abolire la prima classe e mandarci tutti giù nelle camerate con i letti a castello ad affogare di caldo e di fumo insieme a quei disgraziati rancorosi che ci odiano perché non sono come noi e non lo saranno mai.  Dopo che il Titanic colpì l'iceberg, e anzi era già affondato, tra i superstiti al freddo nelle scialuppe di salvataggio circolò un'altra storia, anche questa accolta con lo stesso entusiasmo della prima. Il capitano sapeva benissimo che gli iceberg esistono, ma non voleva intristire i suoi passeggeri con notizie che li avrebbero preoccupati, non li voleva...

Gli Usa verso le elezioni / L’uragano Laura e Trump

La sera dopo l’uragano l’aria profuma di foglie, erba, acqua. Al tramonto, quando il vento si quieta, esco di casa. Un sole beffardo illumina un disastro di case sfondate, alberi in briciole, macchine accartocciate. Mi faccio strada fra i vetri e i detriti. Una ragazza piange accanto al rottame di una Honda nera. Un uomo mi saluta dal portico di una casa senza più tetto. Gli sorrido ma ho un groppo in gola.  Non ho mai visto niente del genere, il nord della Louisiana non è zona di uragani. Eppure Laura ce l’ha fatta. Dopo aver massacrato la costa, ha risalito di furia lo stato, il confinante Texas e all’alba ci è piombata addosso. È stata una giornata di buio e venti furibondi, pioggia e schianti assordanti. L’uragano più potente a toccare terra dal 1856. Quand’è arrivata quassù, si era mutata in tempesta tropicale. È stata la nostra fortuna, poteva andare peggio.  Ci sono paesi bastonati da Dio e da tempo la Louisiana è fra i suoi bersagli favoriti. Negli anni ci ha dato l’uragano Katrina, lo sversamento di petrolio nel Golfo, raffiche di tempeste tropicali, un’epidemia di Covid 19 fra le più aggressive e mortifere. Ho smesso di sorridere quando davanti all’emergenza il...

Il dilagare della cancel culture / Basta. Ti cancello

È censura. No, attivismo. Uccide lo scambio di idee. Non c’è mai stata tanta libertà. È ricatto. È responsabilità. Il bello della cancel culture, la figlia più rissosa dei social media, quella di cui più si discute, è che inchiodarla a un’etichetta è impossibile – contiene tutto e il suo contrario. Invece di domandarsi cos’è vale allora la pena guardarla in azione. Perché la sola certezza è che in quest’estate americana sta scardinando il discorso pubblico.  Mentre le manifestazioni per la giustizia sociale infiammano il paese e le statue razziste sono fatte a pezzi, sulle piattaforme social finisce infatti nel mirino chiunque – individuo, azienda, istituzione – si macchi di discriminazione, pregiudizio, odio. Per i colpevoli o presunti tali la pena è la messa al bando, la cancellazione. E dal virtuale al reale il passo è breve.  Per ogni reputazione che va in briciole su Twitter, ci sono una carriera, un lavoro o un business che minacciano di andare in fumo. Le opinioni si pagano e spesso a caro prezzo. È la regola della cancel culture e il suo snodo più problematico.    L’atto di “togliere supporto a figure pubbliche in risposta a loro comportamenti...

Storia della pubblicità / L'individuo disarticolato del fordismo

Come nasce il fordismo? Nella macina dei grandi fatti storici si sommano grani differenti: fatti minuti, decisioni di vertice, tecnologie nuove. Un episodio in particolare colpisce. È la celebre visita di Henry Ford alle disassembly lines delle macellerie di Cincinnati e Chicago, dove sin dalla seconda metà dell'Ottocento i maiali venivano macellati e smontati in un ciclo continuo (Settis, 2016). Lì, dove si fronteggiano corpi morti e corpi vivi, nasce l’idea: tutti quei maiali appesi a ganci, semoventi, dai quali ogni butcher stacca un pezzo da lavorare – un arto, la testa, un muscolo – non sono forse l'esempio di come produrre al massimo della velocità e del risparmio la sua T-Model, ossia la prima utilitaria al mondo assemblata da una catena di montaggio, gigantesco successo commerciale che cambia le abitudini e le aspirazioni della classe operaia americana?    La disarticolazione del corpo è un pilastro della società di massa. Lo dimostra l’ingegnere Frederick Winslow Taylor, principale teorico dell’organizzazione razionale della produzione, quando studia i movimenti dell’operaio e ne elimina i gesti troppo lenti, non produttivi, dannosi, plasmando come creta una...

Empire state of mind / Stati Uniti: l'impero nascosto

La quarta di copertina di un libro è la prima cosa che si guarda dopo che il titolo ha attirato la nostra attenzione. Non sempre dice la verità. Lo fa nel caso de L’impero nascosto di Daniel Immerwahr (Einaudi, 603 pp., 34 euro), quando dice che “la storia degli Stati Uniti al di fuori degli Stati Uniti” è “la vicenda di un impero che ha sempre negato di essere tale”. Impigliati nella stessa contraddizione che gli aveva impedito di nominare la schiavitù nella Costituzione dopo avere affermato l’uguaglianza e la libertà di tutti gli uomini, gli Stati Uniti hanno evitato di chiamare colonie – di pensare e definire come possedimenti coloniali – le numerose dipendenze territoriali accumulate nel mondo al di fuori dei propri confini nordamericani. Ne è visiva testimonianza anche l’evoluzione delle rappresentazioni novecentesche della mappa – il logo – del paese.   Tuttavia gli Stati Uniti sono un impero, scrive Immerwahr – storico alla Northwestern University – nell’ultima riga del libro, a suggello della sua lunga, argomentata dimostrazione. Nessun arzigogolo. Nessun salto mortale da “antiamericano” vendicativo nei confronti delle proprie classi dominanti. Immerwahr non forza la...

La cecità come scelta / Covid e la fine del sogno americano

Houston, 16 luglio 2020 L’ultimo giorno normale della mia vita è stato il 6 marzo 2020, l’ultima lezione che ho tenuto in classe. Ciò che ha salvato la mia università dalla pandemia, allora, è stato lo spring break, la vacanza di primavera che cominciava la settimana dopo. Tempo pochi giorni, e si è visto che tornare in classe non era più possibile. Io stavo insegnando un corso sulla biopolitica. Parlavamo e abbiamo continuato a parlare via Teams di Michel Foucault, Hannah Arendt, Giorgio Agamben, Roberto Esposito, Antonio Negri, Michael Hardt, Paolo Virno, Donna Haraway, Judith Butler, Anthony Kwame Appiah, Slavoj Žižek e altri ancora. Ancora prima che la pandemia raggiungesse il Texas, ogni settimana trovavo, senza neanche doverlo cercare troppo, qualche articolo di giornalismo investigativo che mettevo a disposizione degli studenti e sembrava scritto apposta per il mio corso.    Se Achille Mbembe parlava di necropolitica e di necropotere, di schiavitù e di colonialismo come stati di eccezione permanente, e del modo in cui le popolazioni soggette potevano essere controllate verticalizzando il loro spazio (non entrerò in particolari perché non è questo il punto che...

La tempesta di James Ellroy

Chiunque scriva di James Ellroy non può prescindere dall’associare il suo nome a due aggettivi: «prolifico ed eccessivo».  Dopo il quartetto « L.A.Quartet » (Dalia nera, L.A. Confidential, White Jazz, Il grande nulla, scritti tra il 1987 e il 1992), dopo la trilogia « Underwold USA » (American Tabloid, Sei pezzi da mille, Sangue randagio, scritti tra il 1995 e il 2009) è entrato in una nuova era, o secondo le sue stesse parole, in un nuovo quartetto.   L’esordio è stato Perfidia (Einaudi 2014), seguito ora da Questa Tempesta (Einaudi 2020). Il titolo esprime un raffinato avvertimento, come segnala la nota finale. In una pagina si legge che taluno “conosceva un fruttato poeta inglese, WH Auden”. Questi, in realtà, scrisse una poesia (‘A uno scrittore per il suo compleanno’) nel 1935 per il suo amico compagno, C. Isherwood utilizzando le parole "Questa tempesta" per segnalare la profezia di una catastrofe. (la tempesta-che viene- è un disastro-che inselvatisce- la pioggia - l’oro - il fuoco- tutto questo- una sola- e la stessa- storia, in New Verse, 1935, n. 17). Lasciati gli anni ’30 corrotti e bui ci si immerge nella Los Angeles dei primi anni 40, nel preludio e nell’...

Un gesto antico / Inginocchiarsi

Il ginocchio che premeva sul collo di George Floyd non era solo quello di Derek Chauvin e dei razzisti di tutto il mondo: era anche il ginocchio degli antenati. È così che da sempre gli uomini impongono la propria forza sugli animali, schiacciandone il corpo per impedirne i movimenti. In questo modo Mithra, un dio orientale venerato in tutto il mondo romano durante l’età imperiale, sgozza il toro puntandogli il ginocchio sul dorso.        Si è fatto così, per secoli, in uno dei più importanti riti contadini, l’uccisione del maiale. Il gesto è ben testimoniato nel Trecento da un Tacuinum sanitatis (una sorta di manuale di medicina); indifferente alla successione temporale, il miniatore descrive due uomini che macellano il suino, mentre il norcino con un grembiule bianco lo sta ancora uccidendo; una donna si china in avanti per raccogliere il sangue (la tazza e il recipiente servono in cucina per preparare i sanguinacci).   In una scena di Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976) il rito che abbiamo visto nel manoscritto medioevale si ripete quasi identico; questa volta tre inservienti prendono per le zampe il maiale, poi interviene Olmo (Gérard Depardieu)...

Stati Uniti / Dollari e no dopo la fine del secolo americano

In questi giorni le fiamme degli Stati Uniti ci colpiscono e ci interrogano. Nella scia della più grave crisi sanitaria e all’inizio di una grande depressione economica, l’uccisione di George Floyd, la rivolta generalizzata e la repressione che ne sono seguite, riportano alla luce e intrecciano “i fili della rabbia americana”, come ha scritto sul manifesto Bruno Cartosio. Dello stesso autore arriva in libreria un saggio, Dollari e no. Gli Stati Uniti dopo la fine del secolo americano (Derive e approdi, aprile 2020), che funziona come una guida di lettura all’incendio. I due fili della rabbia sono il razzismo e la disuguaglianza. La pandemia, colpendo prima e di più, sia nel contagio fisico che nelle conseguenze economiche, gli afroamericani perché più poveri, ha tirato entrambi questi fili. E insieme ha teso all’estremo le contraddizioni della democrazia statunitense. Su queste il lavoro di Bruno Cartosio (lungo e ben conosciuto ai lettori di Doppiozero) indaga, con due premesse. La prima è la visione storica: “La repubblica statunitense non è nata democratica e la sua storia non è stata una progressione lineare verso il migliore dei mondi possibili”. La seconda è evidente sin nel...

Black Lives Matter / George Floyd. L’America brucia

Da giorni l’America brucia e nessuno può fingere di non vedere. La rabbia che scuote il paese dopo l’uccisione di George Floyd esplode sotto i nostri occhi con la potenza di una verità troppo a lungo taciuta. È stato un video ad accendere quest’incendio. Ed è un fiume gonfio di immagini a raccontarne gli intrecci, incontri, scontri. Basta un telefono oggi a illuminare la faccia della Storia – pochi frame a interrogare le coscienze.  In quest’immenso racconto collettivo ogni volto, voce, gesto è necessario. La bimba di tre anni che in Indiana piange per i gas lacrimogeni. La polizia che a New York carica i manifestanti e gli agenti che da Portland a Oklahoma City simpatizzano con la protesta. I grandi magazzini Macy’s presi d’assalto e i manifestanti che altrove riparano i danni. I giornalisti presi di mira. La protesta sgomberata con la forza a Washington per l’ennesima photo opportunity di Trump.  Un giorno, quando svolgeremo il filo di questo mare d’immagini, forse capiremo. Forse il quadro, oggi così mosso, si farà nitido. E ancora torneremo lì dove tutto è cominciato. A Derek Chauvin, il poliziotto bianco che per otto minuti e 46 secondi, il volto svuotato di ogni...

Red mirror / La Cina e il Grande Fratello

Ci siamo accorti che la Cina c’è e insieme agli Stati Uniti dominerà il mondo prossimo venturo. L’Europa, speriamo riesca a uscire dalla morsa. Ogni buon libro che parli del gigante cinese è allora benvenuto, e alcuni tra i giornalisti italiani più informati e competenti ne stanno sfornando. Simone Pieranni in Cina ha abitato molti anni, e ora la segue dalla sua posizione agli esteri del Manifesto, che non per nulla è diventato il giornale italiano che sforna in continuazione notizie interessanti sull’Asia tutta, grazie anche a una batteria di freelance abituati a consumare le suole delle proprie scarpe nel mondo reale. Questo suo Red Mirror. Il nostro futuro si scrive in cina, per Laterza, indaga la trasformazione del reale in Cina, con un titolo che è tutto un programma: programma rispettato.   Riesce, Pieranni, a immergerci in quella distopia geograficamente localizzata che sta diventando la Cina, il paese tecnologicamente più avanzato al mondo che di questa supremazia farà il grimaldello per una penetrazione geopolitica e soprattutto culturale. Si parte da wechat, app totalizzante, socialmente olistica, dentro alla quale già da anni i cinesi trovano tutto, e fanno tutto....

Democrazia e controllo / Trump e Twitter: l'ipocrisia

Era inevitabile. Prima o poi sarebbe successo. È iniziato un duro scontro tra i social e il potere politico. La posta in gioco è il valore e il senso della libera informazione e dunque della democrazia.  Protagonisti del duello sono Donald Trump e Twitter, che un paio di giorni fa ha bollato due tweet del presidente degli Stati Uniti d'America sul voto per corrispondenza con il punto esclamativo. Come ha spiegato un portavoce di Twitter al “New York Times”, secondo il social network preferito di Trump, quei tweet «contengono informazioni potenzialmente fuorvianti sulle modalità di voto e sono state etichettate per fornire ulteriore contesto». Ai punti esclamativi, il presidente ha risposto duramente: un ordine esecutivo renderà più facile portare il social network in Tribunale se assumono il ruolo di "moderatori" delle fake news, cancellando post o chiudendo account.  Per capire la portata di quello che sta accadendo, e la posta in gioco, è necessario fare qualche passo indietro. I social network sono infestati di fandonie, lo sappiamo tutti. È il loro stesso meccanismo a premiare gli “acchiappaclic”: non importa se una notizia è vera o falsa, basta che attiri traffico....

No, non è finita / Pandemia e riaperture negli Stati Uniti

No, non è finita. Mentre gli Stati Uniti corrono alla riapertura, è facile convincersi del contrario. Ma l’onda d’urto della pandemia non si è esaurita – soprattutto non al Sud. Due mesi e quasi duemila morti dopo, qui in Louisiana il virus accenna però ad allentare la morsa. Balzati alla ribalta nazionale come uno degli hotspot più preoccupanti del paese, con un bizzarro colpo di scena ci siamo dunque tornati da primi della classe.  In un incontro alla Casa Bianca, uno dei tanti che scandiscono queste settimane, il presidente Trump ci ha additato ad esempio all’intero paese. Siamo “un grande successo” nella gestione dell’epidemia – gente con cui è un “onore” lavorare.  Non siamo più lo stato dove il virus cresce con maggiore rapidità – un primato di cui ci siamo liberati con sollievo. Mentre scrivo, ai primi di maggio, la fiammata di contagi che ha massacrato New Orleans si è assestata a livelli più contenuti. A Shreveport, dove abito, i casi iniziano a imboccare la china discendente. L’epidemia ora imperversa a nordest, nella desolazione rurale che da Ruston e Monroe lambisce il confine con il Mississippi.      La poverissima Louisiana che rallenta la...

II / Cinque domande sullo scenario futuro

Con queste cinque domande ci prefiggiamo di individuare i nodi che la crisi sanitaria del Covid-19 con le sue conseguenze ha provocato a livello mondiale, con l’idea che, come disse anni fa un economista americano, la crisi, per quanto terribile, è un’occasione da non perdere.   Francesca Rigotti, filosofa   1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.   La pandemia ha prodotto ovunque un immenso ricorso agli strumenti hightech, oltre che biotech. Ora, si sarebbe immaginato anche soltanto negli anni '90 di chiudere in casa tanta gente (non tutta: la società è stata spaccata in due: chi doveva/poteva lavorare e comandare e chi no, mentre i bambini sono stati privati di diritti essenziali)? Ci sarebbero state queste chiusure se non ci fosse stata Internet? Se non si fosse pensato: “Faranno il telelavoro, giocheranno e forse seguiranno le lezioni con smartphone e tablet, passeranno la giornata dietro alle notizie o visitando siti online di musei, ascoltando musica, scambiandosi notizie sul nulla”? Penso di no. L'esistenza di Internet ha...

Louisiana / L’epicentro della pandemia

Siamo nel cuore della tempesta perfetta. Il nuovo punto caldo della pandemia è quaggiù in Louisiana e da settimane gli occhi dell’America sono puntati su di noi. Siamo la prova generale del disastro che minaccia di allargarsi all’intero Sud.  L’epicentro è New Orleans dove la mortalità sfiora quella di New York e gli ospedali sono ormai allo stremo. Il contagio è figlio delle parate di Mardi Gras che a febbraio richiamano in città un milione e mezzo di persone. Da lì è risalito verso il nord dello stato fino a Shreveport, la città dove vivo.  Pochi l’avevano sentita nominare. Finché di recente è balzata alle cronache nazionali come il test che gli Stati Uniti aspettavano. Shreveport non è una meta turistica né una bellezza nascosta. Ha avuto il suo momento di gloria a fine Ottocento come porto sul Red River e oggi è la capitale di una minuscola regione rurale.    L’attrattiva principale sono i grandi casinò lungo il fiume. Ci si viene per lo shopping, l’università, gli ospedali, il centro medico all’avanguardia. Per il resto è un punto qualunque nell’infinita costellazione di città e villaggi che compone la pancia dell’America.  Il fallimento del paese più...

Essere all'altezza / Il coronavirus come acceleratore di immanenza

Ogni evento è un acceleratore di ciò che è in atto. A sua volta e a suo tempo, ciò che è in atto è un evento o è stato un evento.  Ogni evento ha un suo ritmo, un suo decorso, una sua capacità di mobilitare gli altri eventi intorno a sé, da quelli più vicini a quelli più lontani, in misura diversa e magari minima, senza tuttavia lasciarne nessuno davvero intatto. Strana comunicazione di tutti gli eventi con tutti gli eventi. Strana coincidenza per cui ogni evento è in un certo modo ogni altro evento. Ma quella comunicazione non è piatta, senza differenziazioni, senza differenti velocità e linee di forza. Un grande evento, noi lo definiamo tale perché sembra intercettare gran parte degli altri, infletterne il movimento nella propria direzione, metterla al proprio servizio e nutrirsene. O magari relegare alcuni o molti altri ai margini della scena o nel dimenticatoio di ciò che è ormai privo di incidenza (ma anche questo essere relegati ai margini, non è forse una forma limite dell’essere intercettati dal grande evento, sicché nulla resta mai davvero fuori dall’evento e dalle sue differenti linee di accelerazione?).   E così il coronavirus è un evento, forse il maggiore...

Un delitto efferato / Bob Dylan. Murder Most Foul

Con un messaggio sul suo sito www.bobdylan.com e poi su vari social media, Bob Dylan ha annunciato l’uscita di questa sua canzone, Murder Most Foul, dedicata all’uccisione del presidente John Fitzgerald Kennedy a Dallas, Texas il 22 novembre 1963. La canzone, postata su youtube e ripresa da vari siti, è la prima in otto anni firmata da Dylan (dall’uscita di Tempest, 2012) e stando alla voce e dall’arrangiamento sembra registrata non più di cinque anni fa. “Murder most foul”, il delitto più efferato, è una citazione dall’Amleto di Shakespeare (Atto I, Scena 5; lo spettro del padre descrive la sua morte ad Amleto) e tutta la canzone, come è nello stile di Dylan, contiene moltissime citazioni da canzoni e film, riferimenti letterari e storici, in particolare relativi all’assassinio di Kennedy il riferimento alla “collinetta erbosa” o grassy knoll verrà immediatamente compreso da chi è convinto che proprio dietro quella collinetta della Dealey Plaza di Dallas si celasse un tiratore scelto) ma non solo. L’ultima parte è una vera e propria litania, in cui Dylan invoca il disc jockey Wolfman Jack (Robert Preston Smith, 1938-1995) perché suoni, come lamento funebre per il presidente...

America al bivio 2 / Ricchi ma buoni

Quando Bernie Sanders tuona contro i miliardari, il messaggio è più sfumato di quel che sembra. In ballo ci sono l’equità sociale, le tasse, le immense concentrazioni di potere. E l’ipocrisia inevitabile del filantrocapitalismo – l’idea, rilanciata da una grancassa culturale senza precedenti, che il bene degli ultraricchi sia quello della collettività.  Ben prima che Mike Bloomberg si affacciasse alle primarie dopo aver inondato il paese di filantropici miliardi, la figura dell’imprenditore votato alla causa umanitaria era uno dei profili più ricercati. Fra le star, Bill e Melinda Gates, Warren Buffett, Marc Zuckerberg e la moglie Priscilla Chan. A seguire, un codazzo di aspiranti ansiosi di macinare profitti e rendere il mondo un posto migliore. Lo scenario ha un che di paradossale. Mai prima d’ora le élite erano state così ansiose di salire sulle barricate del cambiamento sociale. E mai prima d’ora, dicono i numeri, sono state così potenti e predatorie. Decise a salvarci, ma alle loro condizioni. La filantropia non si discute, a rischio di sembrare ingrati. Soprattutto negli Stati Uniti, dove s’inscrive in una gloriosa tradizione. Sempre che in ballo non ci sia una società...

In vista del confine / Il sale della terra

Le prime righe di Il sale della terra di Jeanine Cummins, il romanzo negli Stati Uniti al centro di un esplosivo caso letterario, sembrano uscite da una pagina di cronaca. “Una delle prime pallottole entra dalla finestra aperta sopra la testa di Luca, che è in piedi davanti al water. All’inizio non capisce che è una pallottola ed è solo una questione di fortuna se non gli finisce dritta in mezzo agli occhi”.  A mettere in salvo il bambino è la madre Lydia, che lo spinge nella doccia e lo copre con il suo corpo. Intanto in cortile l’intera famiglia, sedici persone riunite per festeggiare la quinceañera della cugina Yénifer, cade sotto le raffiche impazzite dei narcos.  Prende il via da qui la disperata fuga di madre e figlio, unici due sopravvissuti, dal sud del Messico agli Stati Uniti. Al loro inseguimento, il boss mandante della strage, cliente della libreria gestita dalla donna, denunciato in un articolo dal marito di lei, il giornalista Sebastian.     Annunciato come uno dei romanzi più attesi dell’anno, Il sale della terra (Feltrinelli, traduzione di Francesca Pe’, 410 pp.) ci conduce nel cuore della crisi dell’immigrazione, lungo la rotta dei migranti...

Un’autobiografia mancata / Lawrence Ferlinghetti, Little Boy

No, no, no, Lawrence, questo non ce lo dovevi fare. Hai compiuto cent'anni, ti è toccata l’incredibile fortuna, alla tua età, di avere ancora la testa lucida e la mano che corre sulla tastiera, che cosa ti impediva di scrivere semplicemente la storia della tua vita, solo i fatti, bastavano quelli e l’avremmo letta più che volentieri? Perché non ci hai raccontato davvero la tua giovinezza strana, di orfano italiano sballottato tra famiglie francesi e americane, dei tuoi anni a Parigi da studente alla Sorbona, del tuo ritorno in America, della fondazione di City Lights su quell’angolo di Columbus Avenue a San Francisco, di tutti i tuoi incredibili incontri? È vero, sei il Ringo Starr della Beat Poetry, quello che da solo magari non era niente di speciale, ma al momento giusto stava nel posto giusto, e non basta la fortuna, ci vuole il talento di capire che qualcosa sta succedendo e che anche tu la fai succedere, ti vogliamo bene per questo, non lo sai?   Perché invece hai voluto darci un libro come questo Little Boy (trad. di Giada Diano, Firenze, Edizioni Clichy, 2019, pp. 240), che ci fa rimpiangere tutto quello che avresti potuto fare invece? Inizia come l'autobiografia che...

The Great Reversal / America al bivio/1

Per cogliere la rabbia e le speranze di questo tempo americano, basta mettersi in ascolto. Silenziato il rumore di fondo delle presidenziali, i tweet e gli uffici stampa, risuona nitido un cambio di passo e umore che deborda dalla cronaca politica e si rifrange in un fermento che con coraggio rilancia nel discorso pubblico i temi del vivere civile. È una stagione appassionata e complessa, in cui una parte del Paese prova con fatica a riannodare le promesse infrante dell’American dream – democrazia, diritti, libertà, eguglianza, opportunità. Il tradimento più subdolo si è consumato in silenzio nelle tasche dei cittadini, come racconta uno dei libri più letti e recensiti di questi mesi, The Great Reversal – How America Gave Up on Free Markets (Harvard University Press, 368 pages) di Thomas Philippon. La rivoluzione che negli ultimi vent’anni ha mutato la condizione degli americani ha infatti preso di mira i loro portafogli. A partire dal fronte spicciolo dei consumi.    Internet, telefoni, biglietti aerei. Il college. Le cure mediche, soprattutto, capaci di aprire voragini anche nel bilancio più florido. Gli Stati Uniti non sono più il paradiso dei consumatori. Anzi,...

Lessico guerresco / La politica militare di Trump

Missili senza nome piombano sul deposito di munizioni della base K1di Kirkuk in Iraq, uccidendo un contractor americano e ferendo svariati soldati. A questi attacchi l’intelligence americana attribuisce un mittente e sceglie di bombardare alcune strutture, in Siria e in Iraq, riconducibili al gruppo paramilitare di Kata'ib Hezbollah. A questo punto, violente manifestazioni scoppiano presso la sede dell’ambasciata statunitense a Bagdad, ad opera di una folla inferocita ancora una volta senza nome. A questi disordini l’America risponde con un omicidio mirato, quello del generale iraniano Qasem Soleimani, a capo della Niru-ye Qods, l'unità delle Guardie della Rivoluzione responsabile per la diffusione dell'ideologia khomeinista fuori dalla Repubblica Islamica. Non sfugga il doppio movimento: a un attacco senza rivendicazioni ufficiali, inserito nell’epica della sollevazione popolare e anonima contro l’infedele invasore, si risponde con l’individuazione di un responsabile, l’organizzazione Kata'ib Hezbollah che viene immediatamente chiamata in causa con una ritorsione. Di nuovo si ripete lo schema: il popolo senza nome si solleva contro l’ambasciata di Bagdad, la risposta arriva con l...

Lawrence Wright / Texas, viaggio nell’America che verrà

Buona o cattiva che sia, tutti hanno un’opinione sul Texas. È uno di quegli argomenti capaci di scatenare una rissa, in America come oltreoceano. I liberal lo detestano, i conservatori lo adorano. Quanto ai texani, sono certi di essere i migliori. Se sognate la California, il Texas è il vostro incubo e Trump il suo profeta. Eppure – piaccia o no – il futuro degli Stati Uniti passa da qui. Non solo dal punto di vista strettamente politico.  Il nuovo libro di Lawrence Wright, Dio salvi il Texas, da poco in italiano per NR edizioni (trad. Paola Peduzzi, 284 pp.), ci conduce proprio qui – nel cuore del più grande e discusso stato repubblicano d’America – in un viaggio che fra memoir, saggio e inchiesta s’inoltra nei dibattiti più roventi del nostro tempo: dal petrolio al muro con il Messico.  Giornalista per il New Yorker, drammaturgo, sceneggiatore e già Pulitzer per Le altissime torri, magistrale saggio su Al Qaeda, Wright ha trascorso in Texas gran parte della sua vita e all’occhio del reporter unisce la sensibilità e l’ironia affettuosa di chi è di casa.     “Ho imparato ad apprezzare ciò che lo stato rappresenta, sia per chi ci abita, sia per chi ci osserva...

I fantasmi del vecchio sud sotto nuove spoglie / Jesmyn Ward. A casa dopo l'uragano

Bois Sauvage è il genere di posto da cui i turisti girano alla larga. Un pugno di case sul delta del Mississippi flagellate da miseria e uragani, dove il futuro è un lusso e il divario tra bianchi e neri somiglia a un precipizio. Eppure Jesmyn Ward, afroamericana, unica donna a vincere due volte il National Book Award, in un breve giro di anni è riuscita a farne uno dei luoghi più frequentati dall'immaginario americano.  Inutile cercare Bois Sauvage sulla carta geografica, anche se è facile immaginarla in DeLisle, dove Ward è cresciuta e di recente ha fatto ritorno. Come la contea di Yoknapatawpha immaginata da William Faulkner, cantore ineguagliato del Mississippi, Bois esiste solo nel reame della fiction – terreno gravido di storie che hanno il sapore inconfondibile della realtà. Non per caso NNEditore che ha pubblicato in italiano i due libri di Ward vincitori del più prestigioso premio letterario americano – Canta, spirito, canta (239 pp.) da poco in libreria e Salviamo le ossa (316 pp.) – li ha raccolti sotto la dicitura Trilogia di Bois Sauvage.  Come Faulkner, di cui molti la considerano l'erede, Jesmyn Ward affonda il racconto nelle pieghe della sua terra. Piega...