Il tuo due per mille a doppiozero

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Annemarie Schwarzenbach

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Non tutte le strade sono aperte / Sulla Transiberiana

«Non cercavamo l'avventura, ma soltanto un attimo di respiro, in paesi nei quali le leggi della nostra civiltà non valevano ancora». Tra 1939 e il 1940 due donne di trentuno e trentasei anni partono dalla Svizzera con una Ford. Si lasciano alle spalle un'Europa che sta implodendo e guidano, guidano verso Est, attraversando l'Anatolia, l'Iran, l'Afghanistan fino all'Hindu Kush, a un passo dalla Cina. Una delle due, Ella Maillart, proseguirà fino in India. L'altra, Annemarie Schwarzenbach, si sentirà in dovere di tornare indietro, di raggiungere i fratelli Mann e affrontare di petto la Storia.  Annemarie ed Ella son fatte di sostanze diverse e son spinte al viaggio da opposte urgenze. La prima, come la definì Thomas Mann, era un angelo inconsolabile, devastato, viva e leggera come l'aria e insieme imprigionata in un denso abisso interiore fatto di crisi di panico e morfina; la seconda era una donna libera, sana. Entrambe scrivevano: Ella «scriveva per viaggiare» – Annemarie «viaggiava per scrivere».  Leggendo Tutte le strade sono aperte, diario di viaggio della Schwarzenbach riedito dal Saggiatore nel 2015, l'impressione di quest'instancabile perdersi a levante si fa...

1961. Pasolini in India ovvero questa enorme folla vestita praticamente di asciugamani

1. (mappa)       La Malabar Hill con le sue palazzine residenziali degne dei Parioli (p. 8) un paesaggio da cartolina esotica dell’ottocento, da arazzo da Porta Portese (p. 10) Sundar viene da Haiderabad, dove ha la famiglia; cerca fortuna a Bombay, come un ragazzo calabrese può venire a Roma (p. 12) a Bombay, con chilometri di strada nelle gambe, camminavo per il lungomare… imparando a conoscere passo per passo quel nuovo mondo, così come avevo conosciuto passo passo, camminando solo, muto, la periferia romana (p. 19) gli uomini obbedivano alla donna anziana, pazienti e subordinati… questa situazione non mi era nuova: anche tra i contadini friulani succede qualcosa di simile, in certe usanze rustiche, sopravvissute al paganesimo (p. 22) eppure gli indiani si alzano col sole, rassegnati, e rassegnati, cominciano a darsi da fare: è un girare a vuoto per tutto il giorno, un po’ come si vede a Napoli, ma qui con risultati incomparabilmente più miserandi (p. 25) [il santone] camminava altezzoso col petto in fuori, senza degnare di uno sguardo i fedeli. Sembrava un capufficio che passasse per il corridoio tra gli uscieri e i fattorini (p. 36) Suor Teresa...

Annemarie Schwarzenbach. Gli amici di Bernhard

Un romanzetto lumpen, questo di Annemarie Schwarzenbach, di recente tradotto per L’Orma (Gli amici di Bernhard, 2014). E non perché siano effettivamente straccioni, i suoi protagonisti, quanto piuttosto in obbedienza al perdurante stereotipo connesso alla mitografia dell’artista: idealista interamente dedito alla ricerca della «bellezza della vita» e dell’«accesso al nucleo più profondo della propria anima», talmente perso dietro al rovello del talento da non poter nutrire alcuna preoccupazione di ordine materiale, né tantomeno in grado di arrivare a percepire l’orizzonte materiale come autentica limitazione. O, quando occasionalmente così non fosse, pronto a uscirne rapidamente, come il giovane Bernhard, grazie al sostegno di qualche benefattore subito disposto a prestare soccorso, in virtù dell’altrui grazia e gentilezza. Del già di per sé esile romanzetto, proprio Bernhard, che pure dovrebbe assurgere in qualche modo a protagonista (insieme, certo, ai preannunciati amici), è la figura senz’altro più sfuggente (tanto da venir raccontato meno di tutti, anzi,...