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Annibale Ruccello

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Conversazione con Enzo Moscato / Il teatro, eterna replicanza dell’altro

Se dovessimo identificare un diretto discendente di Antonin Artaud, quello sarebbe Enzo Moscato. Le anomalie e gli ossimori caratterizzano tutta la sua produzione artistica e drammaturgica. Pensiamo alla sua doppia natura di autore e attore che lo vede simultaneamente artefice della scrittura e del suo prendere corpo, voce e senso sulla scena; alla sua doppia e triplice funzione da un lato di autore attore sperimentale alla maniera di Carmelo Bene, dall’altro perfettamente inserito nella tradizione di capocomico di una compagnia che raccoglie alcune tra le forze migliori del teatro napoletano.    Uscito come uno spiritillo dalle macerie del terremoto dell’80 che sconvolse Napoli e ne cambiò la geografia anche teatrale, Moscato fa parte, assieme a Annibale Ruccello, Antonio Neiwiller, Tonino Taiuti, di quella che fu definita la “nuova drammaturgia” post eduardiana che prendeva in carico la Tradizione con tutto il suo portato di tradurre e portare avanti ma anche e soprattutto tradire. Nato e cresciuto nei Quartieri Spagnoli, “gineceo narrante” dal quale ha attinto gran parte dell’immaginario che popola il suo universo teatrale, la filosofia post strutturalista è la lente...

Nella camera della tortura di Ruccello

Ferdinando di Annibale Ruccello sotto le vesti del dramma storico nasconde abissi di desiderio. In questo testo soffocante del 1986 qualcuno ha rintracciato atmosfere pinteriane o influenze pasoliniane (come in Teorema un intruso va a sconvolgere un tran tran familiare). Arturo Cirillo lo mette in scena portandolo dalle parti del ritualismo di Genet, facendone una recita al massacro con riferimenti alle Serve. Con questo spettacolo il regista-attore napoletano si avvicina per la terza volta, dopo la farsa L’ereditiera e dopo la surreale tragedia camp Cinque rose per Jennifer, all’autore di Castellammare di Stabia. Di lui gli interessa non solo la lingua napoletana, sia quella borghese ottocentesca, sia quella contemporanea degradata dei trans di Jennifer, sia quella arcaizzante di Ferdinando. Penetra, Cirillo, nel mondo en travesti di Ruccello, dove i ruoli sessuali, di genere, e quelli relazionali si danno come maschere per nascondere realtà indicibili, da rivelare col procedere implacabile del meccanismo drammatico.     Rispetto alle altre due messinscene (e a paragone dei suoi acuminati, acidi Molière) questo allestimento sembra pi...

Ferdinando

Arturo Cirillo continua a indagare autorevolmente le opere di Annibale Ruccello, scrittore di incredibile prolificità, scomparso giovanissimo nel 1986, all’età di trent’anni. Poco prima della morte repentina, aveva messo a punto, con la complicità di Isa Danieli, primadonna del teatro di Eduardo e di De Simone, da sempre attenta alla nuova drammaturgia, il suo esito maggiore: Ferdinando, che ora il regista e attore napoletano porta in tournée in un’applaudita produzione, che è passata la scorsa settimana al teatro Tieffe Menotti di Milano.   Siamo dalle parti di Teorema, a cui i rimandi sono molteplici, in una rovente cornice borbonica. La vicenda si svolge, infatti, nella stanza da letto della baronessa Lucanigro, che si è votata a una rancorosa dimora in letto, dopo la sconfitta di re Francesco. Insieme a lei sta Gesualda, una parente povera, costretta nelle vesti di cameriera, che è legata a lei da una morbosa relazione di schiavitù. Sullo sfondo Don Catello, forse figlio naturale di un nonno della protagonista, che lei sbeffeggia in ogni modo. Il prete ha la passione dei corpi, dello sporcare...

Ubulibri

Questa voce potrebbe anche chiamarsi Patalogo o Franco Quadri. Ma piuttosto che intitolarsi al critico scomparso il 26 marzo del 2011, questa voce richiama la sua principale impresa teatrale, l’invenzione di una casa editrice che ha seguito e stimolato lo svolgersi della scena, usando come braccio “armato” quel capolavoro di critica in movimento che è stato l’annuario del teatro fondato nel 1979, un “catalogo” con la p della patafisica, la scienza delle soluzioni dettate dall’immaginazione inventata da Alfred Jarry, il padre del grottesco re Ubu.   La casa editrice apre i battenti nel 1977. Il primo Patalogo racconta la stagione 1977-78. Siamo nel pieno degli anni settanta, ma anche sulla china del loro esaurimento, alla svolta di un periodo preciso della nostra storia, tra il marzo bolognese e l’assassinio di Aldo Moro. Stiamo avanzando verso gli anni detti di piombo (o di eroina), verso le febbri del sabato sera, verso la riscoperta del privato (il motto “il personale è politico” coniugato a “tutto fa spettacolo”): stiamo saltando, insomma, nel postmoderno (nella coscienza del...