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Antonio Tabucchi

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Quid animo satis? / Dannato cibo

Se con una bacchetta magica facessimo scomparire dalla nostra società tutti i luoghi dove si propone del cibo preparato, probabilmente assisteremmo a una sorta di desertificazione dei centri storici, delle vie eleganti, delle piazze più belle, di tanti deliziosi paesini. Venendo meno l’istanza alimentare iperbolica della nostra epoca scopriremmo traumaticamente che non pensiamo quasi ad altro che al cibo, anzi, al consumo di cibo. Una vera damnatio ad cibum che stentiamo sempre più a vivere come fisiologia.  Mangiare è un’azione primaria, ma che, a un certo punto del nostro percorso evolutivo, superato il confine della funzione di nutrimento, oggi si trasformasse quasi in un vezzo comportamentale, in un pervasivo arzigogolo gastronomico, era difficile da prevedere. Cibo-schifezza ovunque (nelle macchinette dei corridoi delle scuole, degli ospedali, nelle sale d’attesa) e birignao gourmet: guai se non sai abbinare una pietanza a un vino, attenti alle cremosità, occhio agli aromi, se non prenoti per tempo non è possibile trovare un tavolo nei nuovi templi della religione alimentare per la preghiera laica del sabato sera. La nozione di cibo è divenuta in qualche modo...

L'omaggio dello scrittore torinese ad Antonio Tabucchi / Andrea Bajani. Mi riconosci

Tra le mani il nuovo romanzo di Andrea Bajani, Mi riconosci. Si è rinnovato un pensiero, che mi aveva attraversato con Ogni Promessa e prima ancora con Se consideri le colpe.Un pensiero che è una frase di Roland Barthes: “la parola mi trasporta con questa idea: che farò qualcosa con lei”. E non è solo perché l’autore in questo romanzo racconta della libertà che i personaggi si prendono rispetto alle intenzioni di chi scrive, ma perché la potenza di questo ‘con’ abita ogni sua pagina: fare qualcosa con le parole, stare al mondo con le parole.Forse è troppo, e per una recensione soltanto poi, ma mi pare che si possa dire quel che dovrebbe essere ovvio, e che in verità ha smesso di essere tale da un po’, e cioè che Andrea Bajani è uno scrittore e i suoi romanzi sono letteratura. Si moltiplicano i libri, di questi tempi, e sembra sempre più che il bisogno di dire, il bisogno di comunicare un messaggio, renda legittimo il prendere in mano la penna.Come se la scrittura fosse un dettaglio, il mezzo.Tra queste righe, invece, ci sono le parole prima di tutto, e anche le voci, che devono essere trattenute, chiudendo gli occhi.Bajani “disegna una strada di parole”: e il peso del mondo,...

Quattro anni fa moriva a Lisbona Antonio Tabucchi / Antonio muore

Antonio Tabucchi si è spento a Lisbona, la sua seconda patria, la città di Fernando Pessoa, la città di sua moglie Maria José, la città che la sua narrativa ha visitato, smembrato, illuminato di barbagli allucinati. In fondo tutto comincia da lì, da una fascinazione letteraria che poi diventa oggetto di studi e di specializzazione accademica. Chi lo ha avuto come docente testimonia una altezza di scandaglio e  una voluttà pedagogica che ha determinato una vera e propria trasmigrazione di  passioni e di pertinenze critiche. Tabucchi ha cercato subito nei suoi allievi l’auditorio privilegiato del suo discorrere. Non è un caso che da quella sui discenti è passato con naturalezza alla prodiga maieutica esercitata su alcuni giovani scrittori. E forse piuttosto che di maieutica bisognerebbe parlare di esercizio di fratellanza in cui ha fatto convivere esigente severità e divagante amicizia. La sua casa di Vecchiano è stata, in questo senso, ricetto e fucina di idee, e la sua tavola un’occasione di simposi ben irrorati di vino e letture ad alta voce. Ah, sentirlo leggere Palazzeschi, o Montale, o Carlos Drummond De Andrade, il gomito appoggiato sulla scrivania, il libro nella...

La mia patria è la lingua

L’espressione corrente in Italia per designare la propria origine, appartenenza, identità è “il mio paese”. Provate a ripeterla in uno qualunque dei dialetti italiani: ha sempre la stessa coloritura emotiva. Suona diretta, sincera, autentica: nulla di astratto, di costruito o convenzionale. Le si addicono le intonazioni affettuose, partecipi, ora sorridenti ora commosse, ma più spesso nel senso della rassegnazione o della nostalgia che non della fierezza o della determinazione. Lo stesso non avviene con l’espressione “la mia città”, dove una sfumatura di orgoglio è più frequente: serve all’amor proprio meglio che all’intenerimento. Sarà perché provenire da una città, storicamente, è cosa diversa che provenire dal contado? Perché chi è nato in un paese è più probabile che ne parli da emigrato, anche se solo a qualche decina o centinaio di chilometri di distanza? Certo, “la mia città” ha un’implicazione più esclusiva e (paradossalmente) più campanilistica: manca della felice ambiguità di...