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Arthur Rimbaud

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Apocalisse / Franzobel, La zattera della Medusa

18 luglio 1816: nel mare al largo della Mauritania il brigantino Argus avvista tra i flutti un relitto alla deriva. Avvicinandosi, i marinai vedono che – aggrappati a quello scampolo di assi di legno – ci sono i corpi consunti di quindici uomini, da tredici giorni alla deriva in mare, preda della fame, della sete, delle onde. Sono gli unici superstiti dei 147 passeggeri saliti a bordo di una zattera messa su alla bell’e meglio dopo che la nave francese Medusa si è arenata nelle sabbie africane d’Arguin. Mentre i superstiti raggiungono Parigi, la loro storia scuote e interroga l’opinione pubblica: cosa è successo su quella zattera? Come hanno fatto a resistere? E soprattutto: cos’è successo agli altri?    Questo il plot, ferocemente giallistico, di La Zattera della Medusa, ultimo corposo romanzo di Franzobel (pseudonimo dell’austriaco Franz Stefan Griebl, una fra le voci più popolari della narrativa in lingua tedesca), da poco uscito per il Saggiatore. Un romanzo carnevalesco e polifonico, grottesco e sgraziato – una sinfonia animalesca intorno a un interrogativo tanto irraggiungibile quanto squisitamente pop: a quali abissi d’orrore può spingersi la natura umana una...

Lingue / Etel Adnan, una vita fuori posto

Out of place   L’incontro con la pittura di Etel Adnan è inaspettato. Raccogliendo materiale sul plurilinguismo mi capita tra le mani un breve memoriale che contiene molto più di quanto promette il titolo: To write in a foreign language (1984), adattato in francese nel 2014: Ecrire dans une langue étrangère. Leggendolo mi viene in mente il titolo di un altro memoriale, scritto contro il tempo quando l’autore sapeva di avere i giorni contati: Out of place di Edward W. Said. Una vivida ricostruzione della catena di esili – Gerusalemme, Palestina, Libano, Egitto, Stati Uniti – che ha segnato la sua esistenza e in cui si legge, in filigrana, la geopolitica del Novecento. Americano, palestinese, cristiano: Said dispiega l’impressionante trans-culturalità con la quale ha fatto i conti tutta la vita, consapevole che colui che ha più identità e vive in luoghi diversi ha un bagaglio di esperienze più ricco ma, in fondo, non ha una patria né una casa che gli appartenga.  È la ragione per cui, a forza di trasferirsi da una costa all’altra dell’Atlantico, Adnan ha accumulato e conservato poco e gettato molto. “Non mi sono mai sentita al cento per cento a casa mia. […] ho un’...

Sotterraneo / “Overload”: Forster Wallace nell’acquario mediatico

Succede a tutti quanti. È più che normale: naturale. Guardare e non vedere, ascoltare e non sentire. Il corpo da una parte, la testa da un’altra. Distratta da un accidente del caso. Un pensiero, un ricordo, una sensazione improvvisa. Varchi su momenti o circostanze diverse da ora. Altrove, senza muoversi di un passo. Andare e tornare in sé: dura lo spazio di un lampo. O meglio, durava. Perché con Internet e i Social lo sdoppiamento tra qui/adesso e ovunque/sempre è diventato una costante di vita giornaliera. Secondo l’inchiesta di PresaDiretta (Rai3) Iperconnessi, quotidianamente ci scambiamo 150 miliardi di email e 42 miliardi di messaggi su Whatsapp, che uno su tre controlla ogni 5 minuti. Tocchiamo il cellulare 2.617 volte al giorno. La linea del tempo non è più continua. È spezzata. Interrotta. Siamo di fronte a un sovraccarico di possibilità di switchare, di saltare da un pezzo di informazione all’altro, con conseguente calo dell’attenzione a favore della rapidità e distanza del salto. In Overload, vincitore del Best of Be festival Tour 2016 e candidato ai premi Ubu e Rete Critica quale miglior spettacolo dell’anno, Sotterraneo fa scontrare questo stato avanzato di cose...

Dario Bellezza a vent'anni dalla morte / Fingere la poesia

C’è stato un momento, più o meno all’inizio degli anni Settanta, in cui la poesia italiana ha divorziato dalla Storia. Allora, mentre i poeti anziani minavano le forme nobili della modernità, lasciando penetrare nella loro scrittura il blob massmediatico, gli esordienti ritrovarono l’ambigua innocenza e la fantasmatica vitalità da zombie registrata in una famosa antologia di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli. Superate le inibizioni imposte dalle neoavanguardie prima, e poi dal rifiuto della letteratura che si respirava nel clima contestatorio, i ventenni del ’68 proposero una lirica poco sorvegliata e molto informe, risorta dalle ceneri delle battaglie moderne come confessione o eclettica euforia linguistica, come esibizione individualistica o scoria post-avanguardista stilisticamente depotenziata. L’esempio più tipico è forse quello di Dario Bellezza: un autore così assolutamente certo di nuotare nella Poesia come in un originario liquido amniotico, da fagocitare senza batter ciglio i relitti del peggior cattivo gusto, e da riuscire talvolta perfino a trasformarli in testi sorprendenti; ma anche, date le premesse, un autore condannato a riproporre in eterno una performance...

Gianni Cascone. Tre romanzi in prima persona plurale

Ci sono tre romanzi scritti da trentasette autori più uno, Gianni Cascone, ideatore dei tre laboratori di scrittura che, dopo anni di lavoro, hanno prodotto tre gruppi autoriali: gli Immagici e il loro La mano di corallo (Il Funaro 2012),  gli IndiMondi con Trailer. 7 giorni di cinema a San Lazzaro (Giraldi 2014), i Banchéro, Quello che non sei (Giraldi 2015). A lettura finita viene il dubbio, è venuto anche a me che conosco Gianni Cascone da più di venti anni, che il trucco deve esserci: sì la scrittura collettiva, però poi ci vuole la manina de Dios, come quella famosa di Maradona contro gli inglesi, altrimenti il gruppo da solo potrebbe produrre al massimo un colorato e simpatico patchwork, non un’opera compiuta, stilisticamente mossa ma sempre ben sorvegliata in tutte le tonalità.   Gianni Cascone   Ma oltre a chiederlo a Gianni, che ha giurato di essere stato al massimo un direttore d’orchestra, non certo l’autore degli autori, sono stato testimone, una sera a Philo, a Milano, di una sconcertante presentazione dei tre libri: erano arrivati da Pistoia, da San Lazzaro di Savena, da Taggia...

Il fantasma del censimento

Ancora oggi non so perché ho deciso di lavorare come rilevatrice al censimento della popolazione. Forse perché dopo mesi e mesi trascorsi da sola davanti a un computer per scrivere la tesi di dottorato avevo bisogno di mettere nuovamente le mani nella terra, sbriciolarla, farla entrare nelle unghie e sentirne l’odore. In poche parole avevo bisogno di gente, di rumore, di guai, di tutto quello che è quotidianità: il caffè prima di entrare in ufficio, il barista con cui parlare di politica, la discussione, il dibattito, lo scontro, la guerra, fuori dalle pareti della mia stanzetta.   Per molti mesi io stessa ho tenuto una mano sopra la mia testa, facendole tante carezze appaganti ma anche calcandola sotto il livello dell’acqua, giusto quel tanto per asfissiarmi e quel poco per poter tirare fuori il naso e respirare, il minimo per non credere di essere morta. La mia “dolce attesa” non era ancora iniziata, visto che il termine per la consegna della soffertissima tesi era la fine di ottobre, eppure già stavo esorcizzando il potere di quella parola, che è appunto “attesa” e di quell’...

Matria

Oggi, dopo le tragedie del Novecento, “patria” è forse una parola, se non inservibile, irrecuperabile. Patria è ancora la nazione maschia (o meglio – in un rovesciamento semantico – la nazione femmina la cui inviolabilità è garantita dagli italiani maschi), è il precipitato della peggiore retorica bellicista ed escludente, respingente e classista. Eppure queste parole di Levi, inaspettatamente, sembrano dirci che è possibile ancora restituirle un senso. Stefano Jossa, a un recente convegno dedicato a letteratura italiana e identità nazionale (Marzo 2011. Una d’arme di lingua d’altare/di memorie di sangue di cor) insisteva ragionevolmente sull’urgenza di dare pieno corso al lemma “matria”, quale possibile alternativa all’ormai inattingibile “patria”. Probabilmente è così. Altrimenti si tratterebbe di risalire a una nozione che, proprio a cavallo del processo di unificazione nazionale italiana, preesiste al becero nazionalismo moderno. Recuperare quell’idea di patriottismo che Maurizio Viroli contrappone appunto alle degenerazioni...

Roma, Esquilino / Paesi e città

Dai tetti dell'Esquilino, a Roma, la chiesa di San Vito, a fianco dell'Arco di Gallieno, può far pensare alla prua di un vecchio naviglio arenato nella nuova Chinatown. I fedeli che partecipano alle funzioni religiose sembrano naufraghi riuniti attorno all'imbarcazione tirata a riva dopo il fortunale. È un effetto dello strapiombo storico che l'Urbe imperitura sa dispensare agli animi inquieti. Nella parete destra, accanto alla “Pietra scellerata”, sulla quale la tradizione vuole che fossero stati uccisi molti cristiani, risplende, dopo i restauri, l'edicola sacra rinascimentale attribuita ad Antoniozzo Romano, nel cui preciso disegno avverti ancora con forza la lezione dell'angelo impartita allo scolaro diligente da Melozzo da Forlì.  Nel piazzale retrostante l'ingresso i secoli hanno scavato un vortice di memorie: volti, nomi e date si affollano dentro di me insieme ai ricordi di quand'ero bambino e giravo intorno alla chiesa con la bicicletta numero dodici pedalando sui marciapiedi come oggi sarebbe impossibile fare. Alla fine sei stanco di questo mondo antico. Il verso, in cui mi sono rispecchiato,...