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Don De Lillo

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Fare fiction con la storia / Un’osservazione a partire da Chernobyl

Nella Poetica Aristotele scrive che nel dramma è preferibile un “impossibile credibile a un possibile incredibile” (Poetica, 1461b, 12). Questa osservazione lapidaria dice più di quanto il suo autore non avesse progettato. E mette nelle condizioni di impostare nuovamente un discorso sul significato della scrittura di finzione in rapporto agli eventi storici. Discuterne è urgente soprattutto in questo periodo, quando la serialità televisiva saccheggia l’universo delle tematiche narrative con una voracità finora sconosciuta, obbligando la storia a offrire il proprio contributo in termini di spunti e trame. Come accade in Chernobyl, miniserie televisiva marchiata HBO che ha fatto incetta di elogi tra critica e pubblico mettendo in scena, con esibita accuratezza, l’incidente nucleare del 1986. Proprio la fortuna della serie ideata da Craig Mazin, grazie alla sua fedeltà agli eventi, offre l’occasione forse più eclatante per ripensare il significato di un’operazione particolarmente delicata: fare fiction con la storia.   Non esistono molti modi per fare fiction con la storia, specie quando la vicenda scelta scarseggia di hegeliani individui cosmico-storici, come la Maria Stuart di...

La catastrofe è la nostra favola della buonanotte / De Lillo. Zero K

Zero K di Don DeLillo è un romanzo sulla fine del tempo. Sulla gloria che, come ha scritto Giuseppe Berto, coincide con la fine del tempo e ne rappresenta il compimento. Jeffrey, Jeff, il protagonista-sé-nonostante, è soprattutto un figlio di. La madre, Madeline, sua compagna di esperienze, traslochi e giochi ha avuto l’eleganza di andarsene mentre il padre – separati sì, ma da quanto? – Ross Lockhart, sorrideva dalla copertina di Newsweek. La madre muore in un letto e il padre vive immobile sulla copertina di una rivista patinata. Probabilmente, la prima avvisaglia di come DeLillo ha immaginato il tempo in questo romanzo. Di come il passato e il futuro non rappresentino né gli opposti né i contrari logici e teleologici del presente. L’opposto logico e teleologico del presente è il perenne. La morte e l’immagine, la morte è l’immagine. Solo che con la tecnologia siamo diventati bravi, bravissimi, le nostre immagini sono ormai tridimensionali, nelle nostre immagini c’è lo spazio per il vuoto lasciato dagli organi. Gli organi, come hanno insegnato gli egizi, possono essere riposti nei canopi. Qualunque nome diamo a quei vasi. Definisci Canopo, direbbe Jeffrey. Così racconta De Lillo...

Giovani si diventa

Giovani si diventa è un film sul tempo. Sul tempo come simultaneità e sul tempo come successione di esperienze. Un film sull’orizzontalità e sulla verticalità, e sulla distanza fra queste divergenti impostazioni della vita. Ovviamente, è anche un film sulla giovinezza, sull’età adulta e sulla diversa percezione del tempo vissuta da ogni generazione. Giovani si diventa, forse, è soprattutto un film sulla percezione del tempo: su cosa resta di un mondo che si credeva solido, forte, anche giusto, in qualche modo concluso, quando ci si accorge che in realtà quell’idea di mondo è stata soppiantata da un’altra – e per di più in silenzio, senza che nessuno se ne accorgesse, grazie al semplice, inesorabile passare delle stagioni. Giovani si diventa è, prima di tutto, un film di sguardi: di come due quarantenni intellettuali, benestanti, senza figli, mediamente soddisfatti delle loro vite – lui, Josh, regista e insegnante di cinema, lei, Cornelia, produttrice cinematografica e figlia di un celebre regista militante degli anni ’60 – si accorgano di essere invecchiati...