Sulla strada verso sud
La parola metodo deriva da greco antico methodos che letteralmente significa ‘trovare la strada’. In effetti Cartesio, il quale scrisse nel 1637 il Discorso sul metodo, racconta il modo in cui trovò quella strada che sarebbe diventata la via maestra epistemologica, scientifica e filosofica della modernità. Questa e molte altre considerazioni si trovano nel bel libro di Mauro Francesco Minervino, Le strade, la vita (Scholé, Mocelliana Brescia 2025, pp. 302). Non sempre la strada si trova e soprattutto non sempre le strade portano da qualche parte. Martin Heidegger mise come titolo a una raccolta di saggi Holzewe che in italiano è noto con la traduzione di Sentieri interrotti, ma che letteralmente significa Sentieri che non portano da nessuna parte e che sono quelli dei boschi. Dante ebbe dei dubbi di ritrovarsi in sentieri di quel tipo quando si ritrovò in un bosco buio e perse la via giusta. Ma poi attraversò l’Inferno, il Purgatorio, il Paradiso. Come ci ricorda Minervino le strade hanno degli ostacoli e sono caratterizzate da due termini: l’errore e il peccato. Errore rinvia al verbo errare, smarrirsi, come Dante che aveva perso “La dritta via”, perdere la giusta direzione e la giusta strada, mentre peccare viene da peccatum che ha a che fare con pes, pedis, piede e significa inciampare, imbattersi in un ostacolo che impedisce di proseguire per la “retta via”. Noi siciliani usiamo (o usavamo?) il termine truppicari, inciampare, che tuttavia è meno pesante di peccare, non si smarrisce la strada, la si riprende dopo l’inciampo. In ogni caso, come fa giustamente notare Minervino, in questi termini si riscontra il passaggio da una condizione materiale, fisica a una astratta. È il viaggio della metafora, è lo spostamento della parola. Eppure, la “dritta via” ha qualcosa di inquietante. Andare dritto vuol dire andare nel giusto. Ma chi decide cosa è giusto? E ancora: la “dritta via” non è anche per caso la strada dell’ortodossia? Il giusto si identifica con l’ortodosso? Trasimaco, il grande personaggio della Repubblica di Platone, definì la giustizia come “l’utile del più forte”. Socrate in realtà non riuscì a controbattere questa definizione. Ma quanto è giusta una giustizia che viene definita come “l’utile del più forte”? E quanto è dritta la strada di una simile giustizia? Dritto, diritto, giusto: perdere la dritta via è davvero soltanto smarrirsi? Non può voler dire anche cercare un’altra strada? Il quotidiano il Manifesto (l’idea se non ricordo male e se non sbaglio fu di Valentino Parlato) ha sempre dichiarato ironicamente di stare “dalla parte del torto”. Ma torto viene dal latino torquere, cioè togliere da ciò che è dritto, rifiutare l’associazione tra dritto e giusto. E se il giusto fosse non dritto, ma storto? O almeno, se il torto servisse ad avvertire che il giusto forse non è affatto giusto?
Il libro contiene interessanti e godibili considerazioni storiche, etimologiche, antropologiche, ma anche riferimenti a libri e a film. Immancabile, naturalmente, On the Road di Jack Kerouac che ha segnato un’intera generazione, ma vorrei soffermarmi su un film, Il sorpasso, di Dino Risi, con Vittorio Gassmann, Jean Louis Trintignant, Catherine Spaak. Si svolge sull’Aurelia da Roma a Castiglioncello ed è uno straordinario spaccato dell’Italia degli anni ’60. Le tristi ombre del cosiddetto miracolo economico, il benessere e l’infelicità, l’arroganza e il menefreghismo, il sorpasso della spider che finisce in un burrone uscendo da una strada tutta curve, l’Aurelia, appunto, che costeggia in modo tortuoso il mare toscano. “Per Bruno Cortona la vita non ha senso se non masticata e sputata fuori. È il tipo ideale dell’italiano instabile, quello che vive un entusiasmo di poche ore, che affida il senso del viaggio a un tragitto bruciante, brevissimo. Ogni cosa, persona, sentimento, idea, che Bruno incontra e maneggia non ha tempo di essere pensata. Deve essere triturata per passare alla successiva o al suo esatto contrario, con la stessa disinvoltura criminale, con lo stesso stile gretto e cialtrone, con il quale fatto un saltello da guitto, si mette alla guida del suo mezzo, la bella Lancia sportiva, veloce, potente, la spider che diventerà bara e tomba alla fine del film” (p. 177). Il film è del ’62. A volte, dimentichiamo che il ’68 fu anche una ribellione e un rifiuto di questa Italia cialtrona che è ritornata a partire dagli anni ’80-90 con altre auto e con i vestiti firmati.

Minervino, dopo essersi confrontato, con il concetto di “non luogo” di Marc Augé, si lascia andare a una dichiarazione d’amore nei confronti dell’Autostrada del Mediterraneo, quella, per intenderci, che è nota come la Salerno-Reggio Calabria. Riprendendo il libro di Felice Cimatti, Nella giornata più calda dell’anno. Attraversando il Sud (Donzelli, 2025), Minervino scrive: “Del resto, più che un nonluogo nel senso definito da Marc Augé, l’Autostrada A2, la mitologica Salerno-Reggio Calabria che oggi si chiama Autostrada del Mediterraneo, spiega Cimatti, è una strada che si presenta sin da principio come oggetto di una ‘natura indeterminata’, a partire dalla sua nomenclatura, dalla sua postura sempre sospesa e indecisa tra tecnica e natura” (p. 269). Conosco bene la Salerno-Reggio Calabria. L’ho percorsa moltissime volte. È la strada che porta in Sicilia, nella mia Agrigento. Arrivato a Villa S. Giovanni, mi imbarco con l’auto, attraverso lo stretto, e arrivo a Messina. Dopodiché mi tocca fare ancora un bel po’ di chilometri, prima fino a Catania, poi sull’autostrada Catania-Palermo per uscire a Caltanissetta e da lì, attraverso la statale 640, detta scorrimento veloce (sic!) mai finita, ad Agrigento. Attraversando il Sud, dunque, ma ancora più a Sud.
L’autostrada del Sud è in effetti, così come dicono Minervino e Cimatti, un misto particolare tra natura e cultura. È di una “bellezza di secondo grado”, scrive Minervino, espressione di tutte le contraddizioni della modernità. Eppure, è vero che conserva un suo fascino particolare. Nel coacervo di squarci di mare intrecciati a valli e montagne, il paesaggio cambia continuamente e dà uno strano senso di lontananza-vicinanza dei paesi abbarbicati tra colline e monti, all’interno o a picco sul mare. A volte, una deviazione a Lauria, in alto, in Lucania, per scendere verso Maratea, Praia a Mare, Diamante, attraversare la litoranea statale e poi rientrare in autostrada a Falerna. Ho fatto quell’autostrada di giorno e di notte, al tempo in cui la manutenzione era pessima e si doveva stare molto attenti. Passare guardando da lontano luoghi, paesi e spiagge che ti sono familiari ma nello stesso tempo restano paesaggi lontani. “Quante volte, penso, dovremmo trattenerci con chi e là dove solamente ci limitiamo a passare oltre? – scrive Minervino – Questa è una delle mie malinconie ogni volta che viaggio, un languore di rimpianto che sento a ogni bivio, a ogni incontro mancato, a ogni svolta della strada che mi conduce altrove.” (p. 279). Eppure, è forse il non fermarsi, il proseguire, l’oltrepassare che rende pieno di fascino questo viaggio verso il sud, lo stare in bilico tra la realtà di ciò che si vede passando e la fantasia di ciò che potrebbe essere fermandomi, l’intreccio tra il mondo locale e le strutture anonime dei luoghi di sosta, dei nonluoghi, che pure non riescono a essere soltanto nonluoghi. Se mi fermassi in uno di quei luoghi che attraverso con l’autostrada, forse quella fantasia si frantumerebbe in mezzo alle case non finite e alle buche nelle strade che convivono nell’assoluta normalità con piante, alberi e fiori meravigliosi, con il colore e il suono del mare, con la luce delle montagne, a loro volta, così vicine al mare che sanno della sua luce.
Il libro si conclude con una serie di detti e contraddetti. Ne scelgo uno, di Gaudì: “Solo i demoni percorrono strade diritte” (p. 289). E ciò mi riconduce all’inizio e all’immagine della “dritta via”. Se questa è percorsa dai demoni, è molto meglio smarrirsi, errare, peccare e stare dalla parte del torto.