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Edmond Jabes

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Naufragi / Ospitalità, incrocio di cammini

Ci sono alcune parole che nel nostro tempo, e in particolare nei nostri giorni, sono offese. O straziate. Perché svuotate di senso, respinte nell’insignificanza, rinviate a quella coscienza dell’umano ritenuta puro orpello di anime belle. Parole ritenute altro dalla politica. Altro dalla decisione politica, che in un preteso stato di necessità richiede fermezza e ruvidezza e maniere forti. È del resto sulla voce tuonante e sulla presenza incombente che si costruisce il consenso, e si raccoglie il frutto delle disseminate paure. Tra le parole oggi rese pallide, e restituite all’inerzia di un lessico depotenziato della sua energia, c’è la parola ospitalità. Rinviata a una corretta e igienica pratica alberghiera, destituita di quel riconoscimento forte del tu che è suo vero ritmo, sua ragione. Sottratta anche al disegno del noi, di un noi festivo, che in essa prende forma e vigore. Liberata da quel passaggio miracoloso dall’hostis all’hospes, dall’estraneità alla prossimità, che è scritto invece nell’origine del suo nome. In ognuna delle lettere che compongono il suo nome.    Una frase di Edmond Jabès coglie il tragico di questo svuotamento del nome ospitalità e l’urgenza...

Straniero, dialogo, condivisione, ospitalità / Edmond Jabès. La parola ferita

“Non si racconta Auschwitz. Ogni parola lo racconta”. Così Edmond Jabès replica alla domanda se sia possibile scrivere poesia dopo Auschwitz. La frase compendia bene il cammino dello stesso Jabès, nella cui scrittura la parola ferita, la parola segnata dal tragico del Novecento, è insieme parola del dolore e della responsabilità, del deserto e del cielo che lo sovrasta, del vuoto e delle immagini che lo abitano, dei silenzi e delle voci che li attraversano e interrogano.          A ventisei anni dalla sua morte, Edmond Jabès è uno scrittore fortemente contemporaneo. Per il fatto che la sua opera si situa, ancora, nel cuore delle domande proprie della nostra epoca. Parole come straniero, dialogo, condivisione, ospitalità, nei libri di Jabès si aprono in un ventaglio di interrogazioni, si fanno pensiero e racconto, lingua della poesia e compito morale, rappresentazione meditativa e invito alla responsabilità del singolo.           Questa contemporaneità di Jabès, nel mio caso, che è il caso di un traduttore e amico, ha anche un’altra configurazione: è presenza di un’immagine – con la sua voce, con il suo sguardo, con le sue...

Conversazione con Antonio Prete / Divento Io dicendo Tu

Al Festival della Letteratura di Mantova Antonio Prete ha raccontato come il suo ultimo libro – Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità – nasca da un azzardo: raccontare l’interiorità significa dare voce a una pluralità di figure e di linguaggi, abitare uno spazio e iscriversi in un movimento necessario e senza termine, dal momento che, come è detto nelle prime pagine, interiorità è parola che designa e non definisce, parola senza confini che invita a un’esplorazione.   La disposizione alla scrittura è, in queste pagine, una disposizione all’ascolto. C’è umiltà davanti al sapere, e un’idea di saggezza come movimento: il soggetto è un enigma, e i diversi momenti del libro non sono che uno dei sentieri che si potrebbero tracciare, un percorso in cui veniamo accompagnati dalla voce di un io che colloca prima di tutto il suo stesso guardare.   Conosci te stesso, raccoglimento, cosmografie interiori, studio d’amore, soliloquio, in cammino; la parola percorre queste e altre stanze a partire da un dire singolare: “mi è difficile separare la parola ‘ricordo’ dal ‘mi’ che la precedeva nelle conversazioni e nei racconti che ascoltavo da ragazzo, la sera, sull’uscio...