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Ennio Flaiano

(13 risultati)

Passato e presente / Se il fascismo è di moda

Dovremmo finalmente far entrare il fascismo a pieno titolo nel nostro patrimonio culturale. Sarebbe l’unico modo per interrompere, almeno per un po’, il meccanismo inceppato della sua evocazione per descrivere il presente. Come un dente di un ingranaggio che scatta indietro dopo un movimento apparentemente coordinato, la moda del fascismo non passa. Se il fascismo è di moda, il fascismo fa la storia della contemporaneità: ma non perché sia riprodotto o ne siano reiterati gli elementi strutturali, piuttosto perché esso viene evocato come una forma del pensiero (malefico) che da settant’anni a questa parte non ha conosciuto periodi di bassa stagione. Questo continuo riferirsi non va, come si potrebbe ingenuamente pensare, nel senso di un lavoro di memoria, ma piuttosto a reificare il significato di un’epoca senza il beneficio di allontanare il suo ritorno, con l’effetto contrario di vivere il nostro presente parzialmente in funzione di essa.   La demonizzazione del fascismo, innescata con forza inaudita dalla formula crociana che lo relegava a una “parentesi” della storia italiana, ha contribuito non solo a un suo studio fortemente ideologizzato ma, più grave, a un deposito di...

L’Italia che crocifigge / La maestra e il licenziamento in tronco

Un licenziamento in tronco di un dipendente pubblico, da parte del segretario del partito di governo, in diretta televisiva, non si era mai visto. Per lo meno in democrazia.  È successo il 27 febbraio, quando la trasmissione Matrix, su Canale 5, ha mandato in onda le immagini registrate durante i tafferugli avvenuti a Torino in occasione di una protesta contro CasaPound, e tra queste, in particolare, quelle in cui compariva Lavinia Flavia Cassaro, maestra precaria presso una scuola elementare della periferia, ripresa in primo piano, sotto la pioggia, impegnata in una violenta invettiva contro la polizia: "Vigliacchi! Mi fate schifo..." E l'immancabile (in ogni rissa di tifoseria o studentesca) "Dovete morire...". Da cui la reprimenda renziana, favorita da un assist di Nicola Porro: "Che schifo, una professoressa che augura la morte ai poliziotti andrebbe licenziata su due piedi".   Detto fatto. A stretto giro arriva la dichiarazione della ministra della Pubblica istruzione in persona, Valeria Fedeli, che definendo "inaccettabile ascoltare dalla voce di una docente parole di odio e di violenza contro le Forze dell'Ordine", annuncia che il Miur ha "avviato un procedimento...

Per fare l’arte ci vuole l’artista

Leggo il programma del Festival della Mente di Sarzana che aveva come sottotitolo Come e perché nascono le idee. Interventi sulla creatività, spettacoli, incontri con scienziati, artisti, letterati, storici e filosofi. Salta subito all’occhio l’assenza di artisti visivi. Tra gli invitati non c'è nessun artista visivo. Singolare, perché un festival della mente dovrebbe occuparsi anche dell’arte di oggi, del resto, l'arte contemporanea non è concettuale da parecchio tempo? Scriveva Joseph Kosuth nel 1987: L’opinione prevalente è che l’artista, se ha qualcosa da dire, lo debba esprimere attraverso la propria opera. E naturalmente, alcuni dei miti ereditati … richiedono all’artista più un ruolo da stregone che da intellettuale… (L’arte dopo la filosofia, Costa & Nolan, 1987).    Anche al Festival Filosofia di Modena di quest’anno il tema era “le arti” (!), ma nessun artista visivo è stato invitato nel programma filosofico; lo spazio per gli artisti era confinato nel programma (recinto) creativo delle mostre e installazioni in gallerie e musei, oppure è rimasto negli studi. Un’idea della considerazione che si ha degli artisti è forse la presenza, nel programma filosofico...

Settant'anni fa / Ennio Flaiano. Tempo di uccidere

Il dattiloscritto del romanzo che Leo Longanesi ricevette da Ennio Flaiano nel marzo del 1947 si intitolava Il coccodrillo, animale emblema di un momento fondamentale della trama. Emblematiche erano pure altre ipotesi di titolo volute dall’autore: Il dente e La scorciatoia. Eppure, tutte quelle proposte non convincevano, soprattutto Il coccodrillo. L’editore aveva infatti già pubblicato La vita del camaleonte di Fernand Angel e Parliamo dell’elefante dello stesso Longanesi, il quale allora chiese a Flaiano di ripensarci: altrimenti «facciamo un giardino zoologico». Ventiquattro ore dopo, il nuovo titolo: Tempo di uccidere. «Un po’ troppo allusivo e letterario per un libro che è invece chiaro e senza letteratura», scriveva Enrico Emanuelli su “Europeo”.   È la storia di un tenente dell’esercito italiano in Abissinia, durante la campagna del 1936; un’Africa «di cartapesta» che da subito assume contorni fantastici e simbolici. Snodo principale, l’incontro e il conseguente rapporto intimo con una ragazza indigena che il protagonista ucciderà per errore. Da quel momento, e dalla scoperta che il turbante da lei indossato è il possibile segno di distinzione dei lebbrosi, il tenente...

L'eredità di Totò tra avanspettacolo e ricerca / Totò, Leo e il Nuovo Teatro

«Fisicofollia… Caricatura, abissi di ridicolo, cascate d’ilarità irrefrenabili… Analogie fra l’umanità, il mondo animale, il mondo vegetale, il mondo meccanico... Scorci di cinismo rivelatore, intrecci di bisticci, di motti spiritosi, con tutta la gamma dell’imbecillità, della balordaggine, della stupidità e dell’assurdità, che spingono insensibilmente l’intelligenza fin sull’orlo della pazzia…» (Filippo Tommaso Marinetti, Il Teatro di Varietà, 1913).   Sembra che Totò abbia lavorato per dare corpo e voce al Manifesto di Marinetti, modulato a sua volta su quel varietà nel quale il comico napoletano, marionetta snodabile, eccentrico per eccellenza, nacque e si formò, attraversando poi tutte le forme di teatro popolare del primo Novecento: la farsa, l’avanspettacolo, la rivista, la commedia e la commedia musicale, portando sempre con sé lo spirito anarchico delle origini. Il cinema lo rapì tardi, alla fine anni '30, ma soprattutto negli ultimi due decenni di vita. E nei film mantenne spesso l’istinto del palcoscenico, quell’improvvisazione che non voleva dire inventare sul momento ma mutare ogni volta la prospettiva, fare le cose diversamente, sorprendendo e sorprendendosi,...

Caratteristi

Machiavelli va in taverna e s'ingaglioffa, Flaiano al cinema e ride guardando I pompieri di Viggiù, Umberto Eco sta in casa e si sintonizza su Don Matteo. Anch'io, si parva licet, resto a casa e cerco su youtube gli spezzoni della vecchia commedia all'italiana. Ho la religione di Totò  – in sottordine mi merito Alberto Sordi – ma lo apprezzo di più quando ci sono Peppino, Fabrizi, Nino Taranto, ma anche quei miracolosi attori napoletani: Pietro De Vico, Tina Pica. Quel cinema italiano è fatto di facce irregolari che dichiarano le miseria: Capannelle, Vincenzo Talarico o di imbroglioni come Franco Fabrizi e Riccardo Garrone, o di cattivi come Adolfo Celi e Mario Carotenuto. Ognuno lascia un’impronta, una tonalità. Non disprezzo nemmeno i film di "chiappa e spada" con Renzo Montagnani, Lino Banfi, Aldo Maccione (e la Fenech...). A volte penso che vorrei comporre un video-saggio approfondendo, chiarendo. Ma no, meglio divertirsi.  

1961. Pasolini in India ovvero questa enorme folla vestita praticamente di asciugamani

1. (mappa)     La Malabar Hill con le sue palazzine residenziali degne dei Parioli (p. 8) un paesaggio da cartolina esotica dell’ottocento, da arazzo da Porta Portese (p. 10) Sundar viene da Haiderabad, dove ha la famiglia; cerca fortuna a Bombay, come un ragazzo calabrese può venire a Roma (p. 12) a Bombay, con chilometri di strada nelle gambe, camminavo per il lungomare… imparando a conoscere passo per passo quel nuovo mondo, così come avevo conosciuto passo passo, camminando solo, muto, la periferia romana (p. 19) gli uomini obbedivano alla donna anziana, pazienti e subordinati… questa situazione non mi era nuova: anche tra i contadini friulani succede qualcosa di simile, in certe usanze rustiche, sopravvissute al paganesimo (p. 22) eppure gli indiani si alzano col sole, rassegnati, e rassegnati, cominciano a darsi da fare: è un girare a vuoto per tutto il giorno, un po’ come si vede a Napoli, ma qui con risultati incomparabilmente più miserandi (p. 25) [il santone] camminava altezzoso col petto in fuori, senza degnare di uno sguardo i fedeli. Sembrava un capufficio che passasse per il corridoio tra gli...

Buzzi e Steinberg. Mirabilia tascabili

Sondrio, Museo Valtellinese di Storia e d'Arte. Uno striscione: Aldo Buzzi e Saul Steinberg. Un'amicizia tra letteratura, arte e cibo. «Il percorso della mostra inizia da quella parte?», domando all'impiegata del museo indicando l'ingresso. Mi risponde a metà fra lo stupito e il perplesso: «Veramente... Di solito noi iniziamo di là, dall'altra parte, al Credito Valtellinese...». Vorrei replicare qualcosa in merito a quel “di solito” e alla mancanza di indicazioni. Lascio perdere. Meglio farsi spiegare la strada. Provo a ripeterla, ma mi confondo subito. S., che fino a quel momento è rimasta al mio fianco, attrezzatura in spalla, senza dire una parola, mi interrompe: «Non preoccuparti, ho capito dov'è. Vieni». La seguo. Mentre percorriamo i cento metri che separano le due sezioni della mostra, penso che la situazione non stonerebbe in un libro di Aldo Buzzi.   La Galleria del Credito Valtellinese è piccola, deserta e silenziosa. Niente personale, niente visitatori. Il ronzio dei faretti al neon è il solo rumore. Mentre S., con la sua solita prontezza, inizia quasi subito a scattare le foto, io mi aggiro un po' distratto fra gli espositori. L'allestimento assomiglia a un...

Una conversazione con Tatti Sanguineti / Io, Sonego e gli altri

Non avevo mai parlato con Tatti Sanguineti prima di questo pomeriggio. Al telefono, dove subito ci siamo dati del tu, abbiamo fissato l'intervista per la sera, intorno alle nove, perché, mi ha spiegato lui, «preferisco lavorare di notte, nella penombra, quando nessuno ti scoccia con le telefonate e ti puoi dedicare con tranquillità alle cose da fare». L'oggetto dell'intervista è Il cervello di Alberto Sordi. Rodolfo Sonego e il suo cinema (Adelphi 2015), versione riveduta e parecchio accresciuta de Il cinema secondo Sonego, edito nel 2000 dalla Cineteca di Bologna.   Durante la nostra chiacchierata, mi accorgo che Tatti non utilizza mai il termine “riscrivere”, ma sempre parole come “ricostruire” o “rifare”. Evidentemente, per lui questo libro è qualcosa di più e di diverso da un libro di cinema, e non soltanto per le dimensioni (poco meno di seicento pagine): man mano che ci si inoltra nella lettura, si ha sempre più l'impressione di avere a che fare con un folto romanzo di avventure, una cavalcata a rotta di collo attraverso cinquant'anni di cinema italiano. Il protagonista è un personaggio tutto sommato poco noto al grande pubblico: Rodolfo Sonego (1921-2000), ex...

Teatro Valle: il bacio di Giuda?

Proviamo a vedere la questione del Teatro Valle da lontano. Da una città del Nord. O forse, meglio, da Marte. Una sala storica, che faticosamente si affranca dal teatro di tradizione e cerca nuove strade di sperimentazione, improvvisamente si vede privata di proprietà e di direzione.   Gli umani usano strane sigle seppellite dalla polvere dei secoli per narrare questi fatti: Eti, Comune (chi si ricorda più chi, quando: balugina solo un vago nome famoso per aver rinverdito i fasti del basso impero: Almanno, o qualcosa del genere). Insomma un bel giorno un gruppo di attori, lavoratori dello spettacolo, gente che qualcuno definisce precari senza arte né parte, dimenticando come si tratti di loro creature, forgiate da una cultura che esaltava la terziarizzazione, i lavori creativi, che ha fondato una decina e più di Dams sparsi per l’Italia, che ha moltiplicato scuole e scuolette di teatro: questo gruppo occupa il teatro che voci incontrollate dichiaravano destinato a essere abbandonato o trasformato in qualcosa di indicibile.   La faccio breve: molti dubbi all’inizio. La casta dei teatranti sembra insorgere: lo spazio...

Una voce nel tempo

Non accetto però lo faccio. Però non accetto. (Valeria Parrella, Tempo di imparare) Persona, spazio, tempo. Una voce senza nome, la voce di una donna, parla da una città che pure non è nominata. È Napoli: continuamente allusa, descritta per dettagli, parti per il tutto, scorci; additata da qualche riferimento esplicito, ma sporadico (a Posillipo, per esempio); proclamata, di fatto, dall'espressione della voce, che ha giri di frase napoletani soprattutto nel riportare dialoghi ma – a tratti e più lievemente – anche nel suo monologare («E stavamo tutte donne sul bagnasciuga»). È il caso di parlare di una voce, prima che di una scrittura, perché si tratta di un romanzo tanto scritto quanto trascritto. La scrittura è di Parrella, della narratrice è la voce, o meglio la narratrice è la voce stessa, senza che ciò consenta minimamente di parlare di monologo interiore: non c'è flusso di coscienza, bensì narrazione controllata e strutturata. Tempo di imparare è un romanzo su come ci raccontiamo le cose che ci capitano: su come la cognizione e la memoria...

L'epoca della prevalenza dello stupido

Un’occhiata alla bacheca di Facebook, una alla Timeline di Twitter, e ci si dice: la stupidità degli altri deve essere davvero lo spettacolo più affascinante del mondo. C’è chi pensa che i social network producano i propri contenuti, e se ne potrebbe discutere; ma intanto possiamo tenere per certo (è infatti vero per definizione) che li registrano, così documentando tendenze altrimenti volatili. Prima lo studio delle mitologie sociali era fatalmente basato su fonti di seconda mano e sul sentito dire delle chiacchiere al bar e delle opinioni dei tassisti. Intuizione, penetrazione e sintesi mettevano poi in risalto, sullo sfondo grigio del senso comune, i commenti dei Flaiano e dei Barthes.   Oggi su Facebook e Twitter chiunque può invece verificare, e con grande margine di probabilità induttiva, che molto spesso chi prende la parola lo fa per additare, smascherare, irridere, disprezzare, censurare, condannare, possibilmente immolare, auspicabilmente incenerire, moralmente scomunicare, indignatamente ostracizzare. Cosa? La stupidità di qualcun altro. Dalla stupidità altrui non ci distraiamo mai,...

Fondamenta del design

È forse la spettacolarizzazione e l’universale estetizzazione del mondo che ci circonda (come avrebbe potuto dire Walter Benjamin) la causa dell’affermarsi e del diffondersi oltremisura di istituzioni per la formazione nel campo del design? Purtroppo oggi in Italia, dopo un recente periodo di espansione dentro l’università pubblica - con punte, peraltro, di grande prestigio anche internazionale-, si rischia che il succulento mercato della didattica del design ritorni riserva esclusiva delle imprese scolastiche private. Le manovre ministeriali, talora benintenzionate ma incaute ed insipienti, talora direttamente malintenzionate, stanno causando grandi guasti. Porre dei vincoli alla moltiplicazione senza regole è buona cosa, ma attraverso un’applicazione puramente astratta e idealistica, e non aderente ai fenomeni, questi vincoli finiscono semplicemente per togliere di mezzo la concorrenza pubblica alle istituzione private.   È inconfutabilmente l’industria della cultura, dell’informazione e della comunicazione a possedere oggi il ruolo traente: è l’immagine guida della nostra cultura e...