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Eugenio Barba

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Dedicato al mio amico Mandiaye N’Diaye e alla sua famiglia

Ho conosciuto Mandiaye N’Diaye nel 2002. Sbarcato in Italia alcuni anni prima, si era mantenuto facendo il sarto - ma  un giorno s’è spacciato per attore con Marco Martinelli, direttore del Teatro delle Albe di Ravenna. Il suo imbroglio è andato bene, e dal 1988 ha preso a recitare  in coppia con lo straordinario attore senegalese Mor Awa Niang.  Questa coppia ha inventato un genere africano di Commedia dell’Arte, utilizzando modi di recite tradizionali senegalesi dei griots (figure di narratori orali).     Ma è  stata soprattutto la  vena comica di Mor Awa Niang nella parte dell’Arlecchino ( Mandiaye incarnava un’altra maschera tradizionale della Commedia dell’Arte) a creare il  successo del loro spettacolo in tutta Europa -  anche presso teatri di ricerca, come il danese Odin Teatret, diretto da Eugenio Barba.  Con l’adattamento d’un canovaccio di Goldoni fatto da Marco Martinelli (I ventidue infortuni di Mor Arlecchino, 1993), i due hanno raggiunto un livello di azione comica tra i più apprezzati. Ma dopo tanti applausi, Mor Awa Niang  decide...

Intervista a Judith Malina

Sembra molto piccola, su quella sedia a rotelle, Judith Malina, una leggenda vivente, l’allieva di Piscator, la fondatrice del Living Theatre, la moglie di Julian Beck, la rivoluzionaria pacifista, un pezzo di storia del teatro e del pensiero underground americano. Ma, a 87 anni, non ci tiene a farsi imbalsamare. Cammina con difficoltà, ma non ha perso lo smalto carismatico, e neppure una certa aria da pantera, con le unghie lunghissime dipinte di rosa squillante e tanti braccialetti freak. Si scusa per il suo italiano, “un po’ arrugginito”, ma poi, quando inizia a parlare, è precisa, pungente, anche se ogni tanto deve ricorrere all’aiuto di Thomas Walker, un altro del vecchio Living, per precisare i termini. È tornata in Italia per rappresentare The Plot is the Revolution, uno spettacolo dei Motus, in cui la trentenne Silvia Calderoni come una scolaretta rivisita la straordinaria stagione teatrale e politica del Living, rievocando pezzi di famosi spettacoli come The Brig o Paradise Now, che debordò dal teatro trasformandosi in manifestazione di piazza, con attori nudi e intervento della polizia, al festival di Avignone...

La vita cronica dell’Odin Teatret

Se potessimo tracciare graficamente su una carta tutte le geografie che compongono La vita cronica, l’ultimo spettacolo dell’Odin Teatret, ci troveremmo di fronte a segni e traiettorie che si mescolano nella vecchia Europa. Il lavoro di Eugenio Barba porta in scena un genere umano composito che, seppur all’insegna delle diverse provenienze, non conosce comunque appartenenza geografica: un genere umano cittadino del mondo, figlio futuribile dei nostri tempi. È un lavoro intelligente e appassionante che sa subito conquistare lo spettatore. Le tinte di disperazione che colorano le vite dei protagonisti non tardano a delinearsi fin dalle prime (poche) parole pronunciate. Il caos delle esistenze da subito affolla il palcoscenico: la vedova di un combattente basco con il suo scialle nero a vivere quotidianamente il proprio lutto; una rifugiata cecena e la memoria delle sue continue emigrazioni; una casalinga rumena maniacalmente concentrata sulla pulizia; un rocker dal sapore nostalgico con una chitarra elettrica, ogni nota a rievocare quel che fu. E poi un avvocato, una stupefacente Madonna nera e un ragazzetto alla ricerca del padre perduto. Si alternano...

Ubulibri

Questa voce potrebbe anche chiamarsi Patalogo o Franco Quadri. Ma piuttosto che intitolarsi al critico scomparso il 26 marzo del 2011, questa voce richiama la sua principale impresa teatrale, l’invenzione di una casa editrice che ha seguito e stimolato lo svolgersi della scena, usando come braccio “armato” quel capolavoro di critica in movimento che è stato l’annuario del teatro fondato nel 1979, un “catalogo” con la p della patafisica, la scienza delle soluzioni dettate dall’immaginazione inventata da Alfred Jarry, il padre del grottesco re Ubu.   La casa editrice apre i battenti nel 1977. Il primo Patalogo racconta la stagione 1977-78. Siamo nel pieno degli anni settanta, ma anche sulla china del loro esaurimento, alla svolta di un periodo preciso della nostra storia, tra il marzo bolognese e l’assassinio di Aldo Moro. Stiamo avanzando verso gli anni detti di piombo (o di eroina), verso le febbri del sabato sera, verso la riscoperta del privato (il motto “il personale è politico” coniugato a “tutto fa spettacolo”): stiamo saltando, insomma, nel postmoderno (nella coscienza del...