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Fëdor M. Dostoevskij

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Regressione letteraria? / Lolita al tempo di “Me too”

1. “No, non pubblicherei Lolita” avrebbe detto recentemente un editore, Dan Franklin, allo scrittore Will Self. Nell’articolo “Lolita troverebbe un editore nel 2019?” (Il foglio, 23 marzo), da cui attingo queste informazioni, si sostiene (sembra sia ancora Will Self a parlare) che “Se fosse inserito nei programmi universitari (un grande ‘se’), sicuramente susciterebbe una reazione automatica di indignazione perché ‘la trama del romanzo è lo stupro sistematico di una ragazza giovane’”. Il clima culturale a cui l’articolo fa riferimento è quello oggi imperante negli Stati Uniti: il trionfo del politically correct, con una serie di conseguenze, tra cui la particolare facilità di pubblicare storie da parte di scrittrici giovani, etichettabili come BAME (nera, asiatica, e di una minoranza etnica) o LGBT (lesbo, gay, bisessuale, transessuale).  Siamo attraversando “una regressione letteraria”, si dice nell’articolo: un’espressione azzeccata, che merita riflessioni più ampie.     Ci sono diversi punti che andrebbero approfonditi. Anzitutto, la regressione che introdurrebbe meccanismi di censura nei confronti uno dei più bei romanzi del XX secolo non deriva solo dall’...

Il rovescio e il diritto / Albert Camus, "Perché sono un artista e non un filosofo?"

Dove termina Dostoevskij comincia Camus, ma fino a noi sono giunti insieme con la stessa aria di attualità. Ci parlano ancora dell’uomo e del mondo, nell’evidenza che non sono cambiati né l’uno né l’altro. Coscienza esistenzialistica entrambi, ma fideistica una e perplessa l’altra, continuano ad additarci il germe della nostra impotenza a misurarci con gli altri e dell’incapacità di vincerla, in una parola “il senso dell’assurdo”, nella vocazione incoercibile a renderci estranei a noi stessi. Mutuando Heidegger, Camus fa di più nel rappresentarci il dramma dell’uomo posto non davanti al mondo per affrontarlo ma gettato in esso per subirlo: lo grava del peso della solitudine e del silenzio, dell’indifferenza sociale, della prometeica angoscia di non potercela fare, al punto da vedere nel suicidio, come Emil Cioran, la sola possibilità data all’uomo di uscire dalla vita e dunque di sopportarla.    Schiavo di una malattia progressiva e di un tempo funestato di orrori (la prima metà del secolo scorso), l’autore comunista che si fa anarchico non può non maturare un sentimento tragico della vita che ad un certo punto si manifesta in un risentimento antigermanico e contro...

Paolo Nori / La Grande Russia Portatile

No, che io questo La Grande Russia Portatile di Paolo Nori l’ho preso per due ragioni, ed entrambe sbagliate, perché son fatto così, mi fido delle prime impressioni, e poi me ne pento. Intanto, il titolo: che con un titolo così uno pensa a una bella guida turistica da mettersi in tasca e via, quando vai in Russia, se ci vai (perché se non ci vai non ha molto senso comprare una guida. O forse no, c’ha ancora più senso, che quei posti puoi immaginarteli, invece di vederli con il manuale in mano che ti spiega chi ha costruito quella chiesa, in che anno, cosa ci fanno dentro e un sacco di altre robe che se non le sapevi non ti rovinavano la meraviglia – e infatti quel famoso fotografo che veniva dalle stesse parti di Nori, come si chiama, Luigi Ghirri, lui ha fatto un libro che si chiama Atlante, dove si vede tutto il mondo, solo che il mondo sono delle cartine stampate, appunto; però adesso sto divagando, lo so).   Insomma, già sul bus, quando l’ho scartato, ho capito che avevo preso una cantonata, questo è un libro dove ‘sto tale Nori ci spiega il suo amore per la letteratura russa, e cosa ha fatto in Russia tutte le volte che ci è andato, e come a un certo punto nel 1991 ha...

L'insorto / Metafisica del populismo

Liquidare il populismo come mero non-pensiero, ripetendo il ritornello della “pancia” contrapposta alla “ragione critica”, non solo ne sottovaluta la potenza, ma impedisce all'antifascismo di dotarsi delle armi necessarie per combatterlo. L'antifascismo della “sinistra” è vittima della perversa illusione che attribuisce al suo avversario. Fare della semplificazione demagogica la chiave di volta del successo del populismo su scala planetaria non è forse una semplificazione altrettanto grave di quella che vorrebbe denunciare? La tesi della semplificazione è una tesi “comoda” che, semplificando, esonera dallo sforzo dell'analisi. Le conseguenze sono gravi. Già negli anni Trenta del secolo scorso, filosofi come Ernst Bloch o Georges Bataille gridavano (nel deserto) che non si sarebbe andati molto lontani limitandosi a stigmatizzare l'irrazionalismo dell'avversario nazionalsocialista. Il fascismo non era mera ciarlataneria da fiera, anche se come imbonitori si presentavano i suoi alfieri agli occhi dell’élite intellettuale europea (a un Benedetto Croce, ad esempio). Il fascismo era una metafisica; il fascismo apparteneva alla storia dello spirito europeo. Se si voleva essere veramente...

Il giocatore / E se vinco?

Ecco cosa dice Maestro Snoopy all’allievo Woodstock: “Nasci. Cresci. Colpo di fulmine. Colpo d’aria. Colpo di freddo. Colpo di sonno. Ma un colpo di culo, mai?” È questo il pensiero, per niente recondito, di tantissimi italiani: l’idea che solo un colpo di fortuna possa veramente portarti fuori dalle peste del vivere. Con la forza di una formidabile sintesi il nostro bracchetto sa toccare, anche se non proprio con grande raffinatezza, il nervo giusto per capire la radice del comportamento di tantissima gente che si rivolge quotidianamente alla fortuna con intenti serissimi pensando di potere davvero mettere le mani su un tesoro definitivo per una piena realizzazione della propria vita. Nello spirito di Aleksej Ivanovic, Il giocatore di Dostoevskij: “Contando anche la vincita precedente, avevo ora millesettecento fiorini, e tutto questo in meno di cinque minuti! Sì, in momenti come quelli ti dimentichi di tutti i tuoi precedenti insuccessi. Quel denaro io l’avevo vinto rischiando più che la vita; avevo osato rischiare, e ora ero stato riammesso nel consorzio umano!” (F. Dostoievskij, Il giocatore, trad, G. Pacini, Garzanti 2016, p. 193).    Tutti abbiamo esperienza di...

Il disincanto dello scrittore polacco-napoletano / Gustaw Herling

Non so se facesse la sua passeggiata quotidiana anche prima; prima che gli venisse un infarto e che il medico gli vietasse di andare a Parigi, come faceva regolarmente ogni due mesi. La passeggiata lungo via Caracciolo doveva farla perché il cuore ne traeva giovamento, ma forse era anche un modo per mimare il suo allontanamento da casa e il successivo ritorno in uno spazio e in un tempo diversi, quasi una miniatura, rispetto a quelli cui era abituato nella sua pratica dell’andirivieni. Parlo di Gustaw Herling, di quell’uomo alto e di corporatura massiccia che ogni mattina puntualmente attraversava a piedi alcune strade napoletane. Da via Crispi, oltrepassata piazza Amedeo, veniva giù per via dei Mille fino a piazza dei Martiri; da lì, tagliata in due piazza Vittoria, scendeva fin quasi al mare e tornava indietro percorrendo via Caracciolo in senso contrario allo scorrere delle automobili, fino a raggiungere Mergellina, dove al capolinea c’era un autobus che l’avrebbe riportato a casa. M’immagino che a volte, al centro esatto della vasta baia, si fermasse dimenticando per un attimo il suo rimuginìo continuo. Per poi affrettare il passo, quando gli tornava in mente qualche...

Recuperare la follia allegra del giocatore / Città come spazi di gioco

“The only game in town” è un film del 1970 con Warren Beatty ed Elizabeth Taylor. Parla di due giocatori, di due “gambler”, che in modo diverso si “giocano” la vita sul tavolo da gioco lui e nella vita sentimentale lei e che si ritrovano insieme. Un film sull’azzardo senza alcuna connotazione moralistica che per altro ha anche un happy end (lui vince al gioco e loro rimangono insieme). Un film molto bello che poi è diventato un modo di dire. Recentemente qualcuno ha fatto negli Stati Uniti con lo stesso titolo un documentario sulle banche e sul peso della finanza nella nostra vita.   Ed è un buon modo per avvicinarsi al nostro tema. Da un certo punto di vista, dal Giocatore di Dostoevskij in poi, il gioco inteso come un gioco di adulti è diventato tout-court il gioco d’azzardo e le città del gioco sono state delle località dove la grande aristocrazia della fine del secolo diciannove si è giocate intere fortune: Baden Baden, Marienbad, Montecarlo, Venezia. E in anni più vicini a noi nel dopoguerra in un’atmosfera da Tenera è la notte di Scott Fitzgerald si sono bruciati i destini della nuova borghesia. Eppure sia nel racconto di Dostoevskij che nel film il gioco ha ancora un...

Un mondo spopolato / Simenon e la giustizia

Sono passati più di cento anni dalla nascita di Georges Simenon e il fenomeno continua. Il successo di pubblico non ha conosciuto soste, anzi sembra incontrare rinnovate fortune. Tradotto in più di cento lingue, dal cinese all’islandese, dal russo al giapponese è stato venduto in oltre mezzo miliardo di copie.  Con ritmi maniacali, impulsivo nello scrivere quanto ricercato nei particolari, attento al pubblico quanto al denaro, curioso nel captare stimoli per le sue storie, Simenon ha prodotto qualcosa come quattrocento romanzi, per non parlare dei racconti, dei resoconti di viaggi, del lavoro come giornalista, con il proprio nome o con pseudonimi. Come egli stesso ha riconosciuto, sono “nato per scrivere”. Dopo il corpulento, solido, lento e rassicurante Maigret, il pubblico scopre i romanzi “durs”, quelli senza l’ispettore e spesso estranei al genere poliziesco, quelli su cui Simenon riversava le ambizioni di scrittore.   Di recente è uscito in Francia Simenon et la Justice (Encrage, Paris, 2017), saggio di due magistrati C. Guéry e A. Fabbri. Esso riepiloga i grandi temi dello scrittore e nel contempo mette a fuoco i protagonisti delle narrazioni rispetto agli snodi...

Suwałki, 6 marzo 1926–Varsavia, 10 Ottobre 2016 / I démoni di Andzej Wajda

“Wer der Dichter vill verstehen Mus in dichters lande gehenn” (Chi vuol capire il poeta deve recarsi nel suo paese)               W. GOETHE   Autore di quaranta film e di quasi altrettante regie teatrali ANDRZEJ WAJDA (Suwałki, 6 marzo 1926–Varsavia, 10 Ottobre 2016) è un artista difficilmente comprensibile senza conoscere la Polonia e la sua drammatica storia. Questo è il motivo per cui i suoi capolavori (come I dannati di Varsavia, 1957; Ceneri e diamanti, 1958; Tutto in vendita, 1968; Il bosco di betulle, 1970; Le nozze, 1970; Paesaggio dopo la battaglia, 1970; La terra della grande promessa, 1974; Le signorine di Wilko, 1974; L'uomo di marmo, 1976; Senza anestesia, 1978; Korczak, 1990; Katyn, 2007) sono stati apprezzati nel mondo soltanto per i loro valori formali e per la denuncia politica, ma non hanno mai avuto il successo di pubblico che avrebbero meritato. I film di Wajda attendono ancora di essere considerati nella loro complessa trama culturale, anzitutto letteraria. La metà dei suoi film infatti sono tratti da romanzi o racconti della letteratura polacca o russa e sono un'efficace fusione della...