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Franca Valeri

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31 luglio 1920 - 31 luglio 2020 / Franca Valeri: quattro date per cento anni

Per Paolo Poli Franca Valeri era “il mio unico maestro”; Arbasino dichiarò che “poteva sempre perderci la testa”, come se fosse la prima volta che la vedeva, nello stesso tempo proclamandosi “uno dei suoi fan più antichi”. Due encomi piuttosto celebri e di vistoso pregio, a cui si potrebbe aggiungere quello di Gadda, che, chiamato da Valeri a produrre una commedia per lei, avrebbe preso congedo lasciandole in dono l’idea, e come consacrazione la certezza che l’avrebbe scritta meglio da sola. Se non fosse abbastanza, ci sarebbe anche Gianfranco Contini, che nel 1963 introduce l’edizione Einaudi di La cognizione del dolore annettendo al canone multilinguistico di Gadda le origini dell’espressività regional-gergale dei tre “mimi più valorosi: da Eduardo al Totò meno consunto e a Franca Valeri”.    Per parte sua Valeri (al secolo Franca Maria Norsa) veste con orgoglio simili dichiarazioni di stima – è lei a scrivere che i sentimenti si provano come pantaloni o un cappello, mai provata l’invidia –, e sono suoi tratti lapalissiani, in tutte le celebrazioni dedicatele, durante i molti premi ricevuti, le assolute pacatezza e imperturbabilità. Ma attingendo ancora a un’...

Cento anni fa / Fellini, Sordi e… Franca Valeri: nascere alla radio

Anche se il centenario della nascita di Federico Fellini, Alberto Sordi e di Franca Valeri, l’unica a spegnere le candeline, non coincide perfettamente con il centenario dell’inizio delle trasmissioni radiofoniche italiane (1924), verrebbe voglia di festeggiarli assieme. In una fantomatica serata in onore dei cento anni della radio, i tre giganti del cinema e dello spettacolo, occuperebbero un posto privilegiato, non solo per il loro talento, ma anche perché rappresentanti di una generazione intera di artisti che nacque, o mosse i suoi primi passi, alla radio.   Fellini arriva a Roma nel 1939, frequenta l’ambiente dell’avanspettacolo e del «Marc’Aurelio», dove inventa rubriche e pubblica scenette illustrate. Tra gli anni Trenta e Quaranta il disegno satirico e i testi umoristici sono la strada più veloce per arrivare alla radio, più del teatro, che messo in onda soffre ancora il peso delle lungaggini drammatiche e la mancanza della dimensione visiva. Così già dal 1940 Fellini scrive decine di copioni originali per l’Eiar, l’antenata diretta della Rai, dai Notturni alle Fantasie, alle scenette incentrate sulle Avventure di Cico e Pallina, trasmesse all’interno del programma di...

Gli Orizzonti mediterranei di Chiusi

Mustiola ha le mani giunte in preghiera e gli occhi bassi, penitenti e remissivi, guardano il bambino Gesù. Sulla tavola conservata nel Museo della Cattedrale di Chiusi, in provincia di Siena, e attribuita al pittore Marco Bigio (XVI secolo) la giovinezza della Santa è un pallore olivastro e schivo: mai penseresti che abbia esploso una fede che è corsa dalla Roma anticristiana fino a noi. Lo capisci in barca sul Lago di Chiusi, là dove si tramanda che il 3 luglio del 274 d.C. Mustiola abbia fatto del suo mantello una zattera e di Dio il suo sposo: Silvia Frasson ha alzato gli occhi della futura patrona della città all'altezza dei suoi carnefici e non li ha abbassati fino all'ultimo silenzio, contro un sole come ricoperto di rabbia e vergogna.   La Santa, ovvero quando Mustiola volò sul Lago, della 'narratrice immaginifica' nata chiusina e formatasi alla Paolo Grassi di Milano, ci ha condotto per mano dentro Orizzonti Festival delle Nuove Creazioni nelle Arti Performative (31 luglio – 9 agosto); dentro MediTERRAnea2015, il tema di questa XIII edizione, seconda dell'era Andrea Cigni, e prima a essere...

Homo ferens

Homo faber, homo loquens, homo ludens, homo ridens? Macché. Homo homini lupus? Meno che mai. A caratterizzare la specie umana rispetto agli altri animali è semmai l’homo ferens, il portatore: colui il quale decide di trascinarsi dietro, con denegata scomodità, una miriade di cose inutili, o in ogni caso ben poco necessarie nella maggior parte delle situazioni quotidiane. E per questo ha viscerale bisogno di borse che li contengano.   A proporre questa tesi semiseria – il portaborse come archetipo antropologico – è Steven Connor, che in Effetti personali (Cortina, pp. 289, € 19) passa in rassegna tutti quegli oggetti che, appunto, normalmente stanno riposti in una qualsiasi borsa: bottoni, carte, pettini, occhiali, fazzoletti, chiavi, pillole, spilli, elastici, caramelle, fili e quant’altro. Connor, docente di inglese a Cambridge, offre della questione una prospettiva fortemente letteraria, dove l’esperienza personale viene rielaborata alla luce di celebri opere, del canone e non, da Shakespeare a Forster, da Yeats a Joyce, da Swift a Beckett, da Carroll a Abbott, ma anche Bachelard, Sartre e molti altri....