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François Truffaut

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Palazzo delle Esposizioni, Roma / Julian Rosefeldt. Manifesto

Con certezza, la chiave di lettura dell’intero corpus artistico di Julian Rosefeldt è “mantenere la storia presente”, seguendo pedissequamente quanto sostiene Andrej Tarkovskij nella citazione “senza la memoria, una persona diventa prigioniera di un’esistenza illusoria, cadendo fuori dal tempo, non riesce a trovare il suo collegamento con il mondo esterno”. Come un filo rosso che collega e percorre ogni sua opera, sin dai primi lavori affiora l’esigenza di portare alla luce quelle tracce storiche che attraversano l’attuale quotidiano, perché sono “il fondamento di ciò che al momento siamo”. Quelle tracce, che già nella prima opera realizzata nel corso dei suoi studi di architettura, ha ricercato e rinvenuto nella sua città natale. È, infatti, negli edifici di Monaco di Baviera che individua quanto è rimasto del Partito Nazionalsocialista di Adolf Hitler. Nonostante molti di essi non mostrino più tale passato, numerosi palazzi furono appositamente costruiti e, altrettanti, furono requisiti agli ebrei, per impiantare il quartier generale nazista per il quale lavoravano circa seimila persone, dislocati in sessantotto edifici. Seppure ad alcuni è stata cambiata la destinazione d’uso e...

Guardare con gli occhi dell’escluso / Le finestre sul cortile di Hitchcock e Chodasevič

Nati entrambi sul finire dell'Ottocento, Hitchcock e Chodasevič sembrerebbero non condividere altro che l’abbondanza di consonanti che compongono i loro cognomi. Regista inglese l’uno, poeta russo l’altro, che il lettore italiano conoscerà forse per Necropoli (Adelphi, 1985), vissero in ambienti e contesti molto diversi, e tali furono anche i loro prodotti artistici. Eppure il film La finestra sul cortile (Rear Window, 1954) e la poesia di Chodasevič Finestre sul cortile (Okna vo dvor, 1924) trattano entrambi il tema dell'osservazione che scaturisce da una condizione di esclusione e di disabilità reale o metaforica grazie alla quale si può vedere e conoscere meglio. C’è poi dell’altro in comune, come vedremo, a partire dall’esclusione vissuta da entrambi come esperienza biografica.   La trama del film di Hitchcock è ben nota: un fotoreporter newyorkese, L. B. Jefferies, interpretato da James Stewart, è bloccato in casa da giorni con una gamba ingessata. È estate e l’afa costringe gli inquilini dei palazzi circostanti a tenere le finestre spalancate. È qui che si posa lo sguardo di Jefferies, la cui assidua osservazione gli permetterà di notare le strane manovre di un sospetto...

Preferisco quando l’eroe è una ragazza

François Truffaut affermava, forse in Il cinema secondo Hitchcock, di detestare i film di guerra per la buona ragione che sono poco frequentati da presenze femminili. Quando lessi questa cosa, pensai subito che la sua riflessione spiegasse la noia che mi assale guardando la gran parte dei film di guerra. Al di là dello stereotipo che vuole la guerra affare da uomini, viene da chiedersi insieme a Truffaut cosa portino i personaggi femminili in una narrazione, se la loro assenza è in grado di azzerare l’interesse per scenari narrativi completamente maschili (e non viceversa, come dimostra l’inarrivabile Donne di George Cukor).  La riflessione di Truffaut mi è tornata in mente mentre guardavo, alcune sere fa, Moonrise Kingdom, commedia del 2012 diretta da Wes Anderson che racconta la fuga d’amore di due adolescenti sull’isola di New Penzance, nel New England, nel 1965. Suzy Bishop, protagonista femminile dotata di acutissima vista, durante la fuga porta con sé, nella sua piccola valigia, alcuni dei libri più amati, i quali attirano l’attenzione di Sam Shakusky, orfano dodicenne e suo promesso sposo. Quando Sam le chiede di...

Confessioni cine-politiche di due post-adolescenti / Nanni a vent'anni

Questo non è un pezzo su Nanni Moretti. Questo è un tentativo pubblico di autobiografia (forse persino di autoanalisi) da parte di due “spettatori di mestiere” cresciuti, cinematograficamente parlando, a cavallo fra i due secoli. È  un pezzo su quello che Moretti ha rappresentato per noi, e forse per tutti quelli che sono nati alla fine degli anni Ottanta. Non ce ne vogliano quindi i lettori se dentro vi troveranno più del nostro che del suo.   Diciamo subito che per noi, almeno sulle prime, Nanni Moretti non era tanto il regista del sopravvalutato La stanza del figlio, quanto quello dei girotondi contro le “leggi ad personam” e del discorso “contestatario” di Piazza Navona (girotondi, “leggi ad personam”... quante espressioni desuete). In quell'ultimo film, che gli era valso l'incoronazione a Cannes quale Auteur indiscusso, Moretti aveva mostrato un seno di Laura Morante (la “scena primaria” di Caos calmo era ancora di là da venire) e si cominciava a parlare di svolta, di “nuova maturità registica” – anche se, a giudicare dai film successivi si trattava piuttosto di una non richiesta “normalizzazione”. Ancora non potevamo saperlo, ma Moretti si avviava a divenire egli...

Il ritorno di Valentina

È nella terza puntata de La curva di Lesmo di Guido Crepax, pubblicata su Linus nel 1965, che entra in scena la fotografa milanese Valentina Rosselli. Capelli tagliati a caschetto, sinuosa, elegante, disinibita, con lunghissime gambe, Valentina prende immediatamente il posto del protagonista della storia a fumetti, il critico d’arte e investigatore dilettante Philip Rembrandt, alias Neutron, suo fidanzato, fornito di una particolarità: possiede uno sguardo che paralizza, rallenta o blocca lo scorrere del tempo. Sono trascorsi quasi cinquant’anni e Valentina ritorna. O forse non se n’è mai andata, dal momento che è lei il personaggio femminile dei fumetti più famoso d’Italia, e non solo. L’editore Mondadori distribuisce in edicola in questi giorni l’intera opera di Crepax con il titolo Guido Crepax – Erotica. Il primo volume s’intitola Venere in pelliccia. Eros e Psiche (€ 9,99): cartonato, di 21 x 26 cm. Nelle stesse settimane s’è aperta a La Spezia, presso lo Spazio 32, centro culturale per i ragazzi con biblioteca specializzata in fumetti, una mostra di venti tavole originali e...

Mommy fino all'ultimo respiro

Il film “Mommy” (2013) di Xavier Dolan è uscito in Francia l’8 ottobre 2014; il titolo di “film de la rentrée” (“film del rientro”, letteralmente, dalla pausa estiva), attribuitogli all’unanimità dalla carta stampata e il battage mediatico, inedito per quanto riguarda il regista québécois, avevano nondimeno già portato il film a Parigi anche al di fuori delle sale cinematografiche. Durante tutto il mese di settembre, gli incontri-dibattito attorno al film, ai quali hanno presenziato lo stesso Dolan e il cast del film, come anche le presentazioni in anteprima hanno registrato rapidamente il tutto esaurito, com’è normale, del resto, per un film per il quale si è creata attesa, che è stato mediatizzato e in parte già mostrato prima ancora dell’uscita effettiva nelle sale.   Dalla presse alle affiches nelle stazioni del métro, Dolan è arrivato a Parigi da più di un mese, e in modo chiassoso: per nessun altro film “evento”, neanche per l’atteso “Saint-Laurent” di Bertrand Bonello, pure supportato da...

Pistoia ovest come Berlino Est

Il rompicapo dell’adolescenza   Ci sono vite che sono fuori dal radar, non entrano nelle rappresentazioni collettive dell’epoca in cui siamo, come ci fosse un casting per essere testimoni del proprio tempo e qualcuno non lo sappia, non gli interessi, non abbia voglia di stare in file. Per esempio chi da ragazzo non è né vittima né eroe, non è sulle barricate delle case occupate né dipendente da internet, non è talent né cervello in fuga, chi non ha fatto una start up e non abita in una smart city, chi non è stato abusato da piccolo né ha minacciato nessuno, chi non è un “angelo del fango” né in una gang di strada… Ogni tanto il dubbio ci viene, che l’universo sia assai diverso dalla sua rappresentazione attraverso il campione della cronaca, della saggistica e del discorso pubblico: in fondo eravamo avvisati, in un delizioso libro dal titolo L’infraordinario Geoges Perec notava che i quotidiani si occupano di tutto tranne che del nostro quotidiano, che l’informazione privilegia lo straordinario per stupirci, e si separa così da noi, dalle vite...

Truffaut alla Cinémathèque

In occasione del trentesimo anniversario della morte di Truffaut (21 ottobre 1984), la Cinémathèque Française, diretta da Serge Toubiana, si è fatta carico di organizzare una rete di eventi in memoria del cineasta francese, scomparso prematuramente all’età di cinquantadue anni.     L’8 ottobre 2014 è stata inaugurata una grande mostra, accompagnata da una retrospettiva completa e da dibattiti e incontri attorno alla figura di Truffaut: quasi ogni giorno, da ottobre a gennaio, sarà possibile partecipare ad un evento legato al regista – dalla programmazione dei suoi film agli atéliers di scrittura creativa fino alla proiezione in sala di una filmografia più recente, discutibilmente considerata “”truffauldienne”: sulla discutibilità, sono da vedere i commenti del pubblico registrati sui blogs e sulle pagine della stessa Cinémathèque a proposito dei supposti eredi di Truffaut, come il Christophe Honoré di Dans Paris (2006) o il più recente Tonnerre di Guillaume Brac (2012), con l’attivissimo Vincent Macaigne: l’eco virtuale...

Intervista con Eva Truffaut

Eva Truffaut è inconfondibilmente riferibile a suo padre François, per fisicità e sensibilità artistica. A Palermo come Presidente di Giuria nell'ottimo Sicilia Queer Film Fest ai Cantieri Culturali alla Zisa, Eva Truffaut si scopre innamorata della Sicilia (“In questi giorni ho fatto tante foto in questa terra di opposti, dall'incredibile fermento. Qui l'ombra è nera e la luce è immensa”) e vive il suo ruolo con consapevolezza e concentrazione:   “Mi piace stare in Giuria. Quale altra situazione permette il confronto di personalità così diverse tra loro per un tempo dato, nella condivisione di un'esperienza comune? Vedo i film più volte e non mi interessano le critiche fini a se stesse, quelle che esprimono un mero giudizio di gradimento, piuttosto amo il dibattito e il confronto di idee. La sensazione è quella di vivere in questo tempo preciso un po' più intensamente, un tempo più appassionato. Vivere i Festival è un'esperienza un po' privilegiata: si sta insieme per scoprire le possibili opere d'arte, perché un film dev'...

La strada di Antoine

Ieri è uscito nelle sale italiane I 400 colpi di Truffaut. In una versione restaurata, ovviamente, perché il prossimo 21 ottobre saranno passati trent'anni dalla scomparsa del regista francese e la Cineteca di Bologna, in collaborazione con la BIM, ha deciso di ricordarlo in questo modo. Il film si spera che lo conoscano tutti, che in molti l'abbiano visto e che in altrettanti lo vadano a rivedere, o vedere la prima volta. Non tanto perché è uno dei più celebri della storia del cinema, ma perché in cinquanta e passa anni non ha perso un briciolo della sua bellezza, della sua dolcezza, della sua meravigliosa grazia.    Forse Truffaut nel corso della sua carriera non è più stato all'altezza del suo straordinario esordio nel lungometraggio (prima aveva girato il corto Les mistons), e forse la sua figura è stata con il tempo un po' ridimensionata (come regista, s'intende, ché come spettatore e critico Truffaut ha insegnato più di ogni altro ad amare il cinema, a viverlo come una passione per la vita): ma I 400 colpi no, I 400 colpi non ha bisogno di essere sminuito o...

Wes Anderson: The look of love

  Non è certo sorprendente, tra i vari tagli possibili per un’analisi estetica dell’opera di Wes Anderson, soffermarsi sul legame che il suo cinema intrattiene con la moda. È sufficiente dare un’occhiata ai tumblr, ai più svariati social network dove il pubblico si fa autore rimaneggiando le immagini consegnate al suo sguardo, per percepire come la ricezione e il ricordo che sopravvive ai film andersoniani passi soprattutto attraverso gli outfit singolari dei suoi protagonisti.   Scompaiono i volti, tele bianche incorniciate da acconciature e abiti indelebili nella memoria degli spettatori, che attraverso un blazer, degli occhiali da sole, la giacca di una tuta o una fascia da tennista, riattivano immediatamente le emozioni provate. Solo la musica nel suo cinema possiede eguale forza evocativa e non è certo casuale che entrambe siano gli elementi espressivi, attigui e complementari al mezzo cinematografico, coi quali restituire un immaginario privato, giustamente definito vintage, essenziale per la sua poetica.   Perché se appare ormai (quasi) definitivamente sdoganato dal peccato di leggerezza e...

Lettera a Robert Lachenay

Ricordiamo François Truffaut a trent’anni dalla sua morte con le sue stesse parole. Doppiozero pubblicherà ogni mese una lettera da Autoritratto. Lettere 1945-1984 (Correspondance. Lettres recueillies par Gilles Jacob et Claude de Givray, 1988) pubblicato da Einaudi nel 1989 a cura di Sergio Toffetti, con contributi di Marco Vallora e Jean-Luc Godard “Nel corso della nostra vita, noi diventiamo tante persone differenti, ed è proprio questo a rendere così strani i libri di memorie. Una persona, l’ultima, si sforza di unificare tutti i personaggi differenti” François Truffaut     Nel luglio del 1950 François Truffaut è un giovane reporter, collabora con varie riviste e vive con frenetica eccitazione le sue giornate parigine tra nuovi incontri e storie da raccontare. Tuttavia si sente irrisolto e depresso sia dall’artificiosità del suo lavoro sia dal logorante amore per Liliane Litvin, una giovane cinefila conosciuta alla Cinémathèque un sabato pomeriggio, corteggiata anche da Jean Gruault e Jean-Luc Godard. In questa lettera all’amico Robert Lachenay (che ispir...

Storie d’amore (che durano un po’)

Eros, Narciso, il Cantico dei cantici, San Bernardo, San Tommaso, l’esteta inquieto Don Giovanni di Molière, Romeo e Giulietta odi et amo amore e morte, Maria Vergine madre non sposata Stabat Mater sposa del Figlio, i trovatori occitani cultori dell’adulterio e della sodomia, la quietista torturata Jeanne Guyon, il sadomaso Baudelaire, il femmineo femminista Stendhal, il perverso Bataille, Freud, E.T.: Julia Kristeva aveva pubblicato il primo nucleo di Histoires d’amour nel 1983: «Ho scritto Storie d’amore in una tappa della mia vita in cui l’amore si ritraeva da me. Quale amore? Il colpo del “Grande Amore”, mito salvifico, passione consolatrice e derisoria illusione, carica umorale ed elettrica, o fulmine del destino. Un amore che aveva fatto il suo tempo».     Per la seconda edizione di questa sua summa di prospettive amorose, Kristeva ha scritto per Donzelli una prefazione nuova, che ripropone in una prospettiva di esperienza un libro che attraversa centinaia di libri, e di filosofie, e di letterature e di mistiche e di teologie per inseguire dalla prospettiva della stanza silenziosa di una...

Milano nello sguardo del cinema

La conversazione qui pubblicata è estratta dal libro Una scelta per Milano. Scali Ferroviari e trasformazione della città (Quodlibet), a cura di Laura Montedoro: un corposo studio corale dedicato ai sette scali ferroviari milanesi dismessi che rappresentano un’occasione eccezionale e irripetibile di trasformazione urbana e di messa a punto di un’idea di città.   Il volume raccoglie pertanto numerosi contributi secondo uno schema tripartito: una prima parte contiene i saggi d’indirizzo volti a delineare strumenti e obiettivi del progetto urbano contemporaneo. La seconda parte presenta le esplorazioni progettuali per il riordino degli scali e una raccolta di casi studio. La terza, infine, propone una sorta di verifica a più voci delle ipotesi sviluppate nelle prime due, interrogando sia architetti e urbanisti, come Emilio Battisti, Pierluigi Nicolin e Luigi Mazza, sia personalità extradisciplinari di assoluto rilievo, come Ermanno Olmi, partendo dall’assunto che per capire una città sono necessari molti punti di vista, compreso quello del cinema, spesso trascurati dal mondo accademico ma forse gli unici in...

Giovanni La Varra. Case Minime

Case minime (Robin edizioni, 15 euro), romanzo d’esordio di Giovanni La Varra esce in contemporanea  a Barreca & La Varra. Questioni di facciate, a cura di Moreno Gentili, un libro che raccoglie e problematizza  quindici anni di lavoro professionale di La Varra, prima socio di studio di Stefano Boeri, poi in proprio con Gianandrea Barreca. Ad altri i rilievi sulle opere di architettura (ma non ci sono un po’ tanti rendering?), in questa sede trattiamo il romanzo d’esordio di un professionista che si immagina (e si sa) impegnatissimo, ma che trova il tempo di tuffarsi negli acerbi sentimenti della generazione Erasmus, per poi raccontare Milano, vera protagonista del libro.   Non che non esista una trama: Sergio e Mattia, 22 anni, svogliati ma non del tutto disinteressati frequentatori della facoltà di architettura, guadagnano qualche soldo al servizio di una società che deve censire lo stato dell’edilizia pubblica. Ai due viene in mente di affittare abusivamente gli appartamenti vuoti agli studenti stranieri e italiani che si fermano temporaneamente a Milano. Un piccolo salto nel vuoto per i due che si mescola a una...

Parigi. Jean-Pierre Léaud

Scomparsi i filosofi (o presunti tali) in salsa Glucksmann o in salsa Bernard-Henri Lévy a seconda delle preferenze del salotto o del più modesto tinello, i grandi assenti delle elezioni francesi paiono essere proprio i pensatori e gli artisti. Il rapporto tra le élite culturali e il paese si è rarefatto, in buona parte ha cambiato forma e preso direzioni inedite. Prima che in una piazza, è così necessario entrare in un cinema e fare caso ad alcuni personaggi negletti e secondari. Ad esempio quelli interpretati negli ultimi anni da Jean-Pierre Léaud che ha saputo trasformare una dichiarazione pubblica di rivolta in un discorso intimo, e il buio di questi tempi in quello di una sala cinematografica.     Dopo avergli donato il personaggio di Antoine Doinel e un posto di rilievo assoluto nella storia del cinema, Francois Truffaut muore nell’inverno del 1984 abbandonando quello che resterà per sempre il suo figlioccio e alter ego sullo schermo. François Truffaut sta ormai morendo e Jean-Pierre Léaud vaga inconsolabile e disperato lungo boulevard Raspail: così lo incontriamo per l...

Franz Hessel. L’arte di andare a passeggio

Se già è straordinario che il testo di un ultranovantenne sia diventato il libro simbolo della rivolta giovanile globale, è forse ancor più apprezzabile che tutta questa attenzione attorno a Stéphane Hessel, partigiano e diplomatico francese di lungo corso, autore di Indignez-vous, abbia finito per ridare voce e spazio proprio al padre di Stéphane, Franz Hessel. Scrittore e saggista tra i più rilevanti nella vita parigina d’inizio secolo e fautore con Henri-Pierre Roché ed Helend Grund del ménage à trois per eccellenza, immortalato al cinema da François Truffaut con Jules e Jim, Franz Hessel ritorna disponibile per i lettori italiani dopo vent’anni di assenza in una nuova antologia, L’arte di andare a passeggio (Elliot, Roma 2011) che raccoglie una scelta dei suoi testi per la cura attenta e rigorosa di Eva Banchelli.   Amico di Walter Benjamin, con cui tradurrà in tedesco due volumi della Recherche, Hessel è forse colui che più di tutti ha dato vita alla figura dello scrittore flâneur, dissipatore di tempo e di passioni, camminatore metropolitano,...

Disastri psichici e sottomissione

Nella biblioteca del mio studio incontro un libro che non cercavo e non ricordavo di avere: Spinoza Dictionary, pubblicato negli Stati Uniti dalla Philosophical Library, nel 1951, prefazione di Albert Einstein. Si tratta di un’antologia delle opere spinoziane tradotte in un inglese ottocentesco. Alla voce Obbedienza trovo una citazione dal Capitolo XVII del Trattato Teologico-Politico: “Se coloro che sono i più temuti possedessero il maggiore dominio, il maggior potere lo deterrebbero i sudditi del tiranno, perché costoro son coloro che i tiranni temono maggiormente”. Secondo Spinoza il tiranno intende esaurire la differenza tra il diritto naturale dei soggetti e la legge dello Stato, come in un’immagine di Adone Brandalise: “Colmare il vuoto con una gettata di cemento”. Tuttavia i tiranni temono massimamente i sudditi perché il ghetto di cemento provoca rivolte. Per questo il tiranno inganna i sudditi mostrando insegne mitiche, religiose, nazionalistiche che li tengono a freno. Così i sudditi combattono per la propria schiavitù, come se combattessero per la propria salvezza. Le persone, per essere...

L’obesità narcisista, risvolti comunitari

Giovane donna, da poco passati i trenta. Grande obesa, come va di moda dire. Si siede con difficoltà. Dice di essere ciclotimica, termine introdotto da Enrst Kretschmer (1888-1964) per indicare stati dell’umore meno gravi rispetto all’antagonista schizotimia. Secondo Gregory Bateson se un ciclotimico e uno schizotimico s’incontrano la circolarità caratteriale del ciclotimico cozzerà con la pendolarità dello schizotimico rendendolo schizofrenico.   La donna è stabilizzata grazie al trattamento con litio, elemento chimico della tavola periodica, usato nelle pile, come lubrificante, per la fabbricazione del vetro, e nella forma di sale, come stabilizzatore dell’umore. Potenza della tecnica. Vecchio farmaco con effetti collaterali, aumento del peso e calo del desiderio sessuale. Lei sta bene, dice. Chiede un giudizio tecnico: vuole sapere che le succede se si sottopone a bendaggio gastrico. Se il farmaco stabilizza la ciclotimia e fa ingrassare, allora può sottoporsi al bendaggio, sarebbe magra e stabilizzata, rimedio all’effetto collaterale. Invece se è l’obesità a stabilizzare l...

Il potere del noir

Le belve, il nuovo libro di Don Winslow che arriva oggi in Italia, è un film imperdibile. E il fatto che Oliver Stone ne stia girando l’adattamento cinematografico è un dettaglio quasi secondario. L’ultima fatica di quello che James Ellroy definisce (con generosità, ma senza esagerare) un “maestro”, viaggia sul filo dell’immaginario da grande schermo sin dalle prime pagine e arriva in fondo mantenendo le promesse. C’è la California del surf, delle belle donne, della dolce vita e dei soldi facili e c’è il Messico crudele dei narcotrafficanti. Lungo il confine di queste due fragili faglie si muovono personaggi così veri, così reali che non puoi evitare di vederli vivere (e spesso morire) accanto a te mentre leggi. Ed è una fatica quasi fisica abbandonare il libro, come appunto nessuno si sogna di uscire da un cinema a proiezione in corso. La sala resta buia per tutta la lettura, che corre veloce, quasi banale. Uno stile che sembra facile, ma che è figlio di tanta fatica e ancora più lavoro, come spiega lo scrittore americano. Alcuni critici parlano di Le belve citando...

Il sabato del villaggio / La camera verde

Il corpo del desiderio e il corpo del reato, il corpo come mezzo e il corpo come fine. Più che dittatura della maggioranza come si dice in questi giorni, l’Italia sembra subire una dittatura dei corpi, quello malato di Bossi e quello ritoccato di Berlusconi. Marco Belpoliti ci spiega quanto sia stretto il legame tra i due leader di governo e il corpo del paese. Anna Stefi recensisce il libro di Michela Marzano che partendo dal suo stesso corpo ripercorre il proprio percorso formativo e professionale, qualcosa di simile elabora Marco Mancassola in forma narrativa: cinque storie private, cinque storie di corpi che raccontano meglio di ogni cronaca la mutazione del nostro paese. Lo recensisce Silvia Mazzucchelli. Antonella Anedda ci racconta La Maddalena, il corpo e la storia di un isola’che è parco nazionale, ma la cui cronaca si lega all’incuria e all’inquinamento di un G8 «promesso e non mantenuto» e di una base militare da poco smantellata. Roberto Marone ci parla delle infografiche e della possibilità di dar forma e corpo alla nostra realtà attraverso colori, grafici e traiettorie. Con una sorpresa:...

Vedere la scuola. Conversazione con Giampiero Frasca

La scuola sta finendo, con lo strascico dell’esame di maturità o terza media per alcune classi e docenti, per tutti con l’ennesimo psicodramma degli scrutini, delle bocciature, dei debiti formativi, dei recuperi coatti. E poi, dopo, ancora una volta inizierà un periodo di riposo, convalescenza, rimozione e distacco da un mondo amato e odiato sempre più con ambivalenza quanto meno bipolare. Mentre i ragazzi potranno tirare il fiato e piombare in uno stato di standby rispetto alla cultura lettoscritturale tradizionale (per alcuni l’anticamera stagionale della vita adulta) gli insegnanti potranno dedicarsi a letture, studi e passatempi preferiti, alle famiglie, a viaggi più o meno istruttivi, alle segrete passioni di sempre. Molti riusciranno a ricordarsi perché gli piace il loro lavoro e potranno ripartire con l’energia necessaria per fronteggiare il summer-lag cognitivo settembrino che colpisce la maggioranza degli studenti tornati sui banchi. Tra parentesi: i tre mesi di vacanza sono un mito antistatalista che alimenta il livore dei dipendenti del settore privato; al limite è vero che, chi nella scuola ha un...