Carlo Rovelli: niente su Saturno
“Mi interessano i fatti, non le parole”, è il triste luogo comune che non smette di venirci alla bocca quando non abbiamo buoni argomenti; ci interessano le cose, non quello che se ne può dire. Le cose, appunto, che pretendiamo che se ne stiano là fuori, davanti a noi, belle solide e sicure, del tutto indipendenti da quello che ne possiamo pensare o dire. Perché questo hanno di confortevole i ‘fatti’, che sono appunto sicuri e indubitabili. I fatti separati dalle interpretazioni, come andava di moda dire ancora pochi anni fa. Ma poi arriva la scienza, e anche i fatti, proprio loro, vengono meno. Quello che la fisica ci presenta – come scrive Carlo Rovelli in Sull’eguaglianza di tutte le cose. Lezioni americane (Adelphi 2025) – “è un mondo che non è fatto di oggetti, non occupa uno spazio, non si svolge in un tempo e non è governato da cause ed effetti. È tessuto da relazioni, composto dall’intrecciarsi di prospettive, può essere descritto solo dal suo interno. Ci invita a modificare i concetti con cui siamo abituati a organizzare la realtà, ad abbandonare certezze e rinunciare a fondamenti ultimi” (p. 12). Suona strano, ma è proprio la scienza che ci chiede di “rinunciare” a cercare dei “fondamenti ultimi”. Quand’anche troviamo un fondamento, al massimo è penultimo. Quindi non fonda proprio niente.
Torniamo allora ai ‘fatti’, il fondamento su cui vorremmo appunto fondare le nostre certezze (se si è proprio disperati addirittura i propri valori; e però se un valore ha bisogno di appoggiarsi su di un fatto non deve poi valere tanto). Partiamo dalla prima affermazione di Rovelli, il “mondo non è fatto di oggetti”. Ma come, insorge l’ingenuo realista che è in tutti noi, in che senso non esiste questo tavolo su cui poggia il PC con cui stiamo scrivendo queste note? E le dita delle mani, e il ‘mio’ corpo? Che vuol dire che nel mondo non ci sono le cose? Per rispondere a questa domanda occorre ripartire, è questo il suggerimento di Rovelli, da un confronto con la scienza fisica, in particolare con la rivoluzionaria fisica del XX secolo. E il primo sapere che deve di nuovo confrontarsi con questa rivoluzione è la filosofia: “parte della filosofia” contemporanea (soprattutto quella che paradossalmente pretende di essere più vicina alla scienza, quella cosiddetta analitica) “si tiene alla larga dalla scienza contemporanea. Penso sbagli. La migliore filosofia è sempre stata attenta alla scienza del suo tempo. Guardavano con estrema attenzione alla scienza Aristotele, Hume, Kant, Husserl… Ignorare la scienza attuale è come restare ancorati all’idea che la Terra sia il centro del cosmo, dopo la rivoluzione copernicana. È non guardare fuori dall’aiuola. Ma anche la parte della filosofia attenta alla scienza mi sembra fatichi a fare interamente i conti con il sapere della tumultuosa rivoluzione scientifica in corso” (p. 14).

Che succede, invece, se proviamo a “guardare fuori dall’aiuola”, se proviamo a relativizzare la nostra posizione nel mondo (Rovelli ha ragione, per la maggior parte di noi la “rivoluzione copernicana” non è ancora cominciata), se facciamo l’esperimento mentale di vedere il mondo non soltanto con i nostri limitatissimi occhi, bensì con quelli alieni di uno sguardo inumano? Ad esempio, finché non riusciremo a pensare la radicale estraneità dello sguardo animale rispetto al nostro come potremo anche solo immaginare mondi diversi da quello umano (lo ‘sguardo’ di un virus può far collassare l’antropocene)? E una filosofia incapace di pensare mondi diversi non è più filosofia. La prima mossa, allora, una mossa che come sempre è anche la più semplice e la più difficile, consiste nel vedere che la nostra prospettiva sul mondo è solo una fra le infinite possibili: “noi umani abitiamo la superficie del pianeta Terra, e questo è un luogo peculiare: ha aspetti che non sono affatto comuni nell’universo. Non sono unici – ci sono anche pianeti simili alla Terra –, ma il cosmo sterminato è molto diverso da casa nostra. Le peculiarità della superficie del nostro pianeta ci portano a pregiudizi che ci rendono difficile comprendere il vasto mondo” (p. 16). Ecco il punto, si tratta di prendere coscienza del fatto che molti, quasi tutti, dei nostri concetti non descrivono affatto il mondo, al contrario, non rappresentano altro che “pregiudizi” prodotti dal fatto di vivere in un luogo molto particolare. Rovelli smonta uno ad uno questi pregiudizi. Il primo è che la nozione di tempo sia la stessa ovunque nell’universo: “l’idea di un tempo comune funziona qui […] sulla Terra, non funziona con il resto dell’universo” (p. 17). Un altro pregiudizio, uno dei più tenaci, sostiene che esistano gli oggetti, come il PC del nostro ingenuo realista: “un sasso, una penna, una casa – sono oggetti, cose. Entità solide, ben definite, stabili nel tempo. Questo ci induce a ritenere che la natura sia fatta di cose. Ma basta pensare a Giove o Saturno, o al Sole, per rendersi conto che non è sempre così. Sono mondi più vasti della Terra, vi avviene ogni sorta di fenomeni, ma sono fluidi. Lì, i fenomeni non sono interpretabili in termini di oggetti. Non ci sono cose su Saturno” (p. 17). Non ci sono cose su Saturno, potrebbe essere l’inizio di libro di ontologia, il sapere filosofico che si occupa di ciò che c’è, le cose (gli enti) appunto. Un ontologo di Saturno non parlerebbe mai di cose, perché non le avrebbe mai viste, non saprebbe nemmeno figurarsele. Immaginiamo un convegno transplanetario di ontologia, in cui l’ontologo terrestre dibatte con un ontologo di Saturno: ‘l’ontologia si occupa delle cose’, dice il primo, ‘no’, risponde l’altro, ‘non esistono le cose’. Chi ha ragione? Pensiamo a quanto cambierebbe la nostra idea di linguaggio se non fossimo più limitati dal pregiudizio sull’esistenza delle cose: secondo alcuni (cosiddetti) filosofi del linguaggio i nomi si riferiscono alle cose, ma se le cose non esistono, che cosa diventano i nomi, a che cosa si possono riferire? Che cos’è un linguaggio che non si riferisce alle cose? Ma se le cose stanno così (cioè appunto non stanno in alcun modo, perché le cose non esistono) allora la forma di linguaggio più rappresentativa non è quella ‘cosale’, al contrario, è la letteratura, che parla di mondi che non esistono, che inventa mondi possibili (su Saturno la filosofia del linguaggio coincide con la teoria letteraria). Altro pregiudizio, che esista il vuoto, cioè uno spazio assolutamente privo di materia: “l’evanescenza dell’aria” sulla terra “ci induce a immaginare lo spazio vuoto. Di veramente vuoto non c’è nulla nel cosmo” (p. 17). In effetti, se non ci sono cose, non c’è nemmeno lo spazio fra le cose. Occorre pensare in tutt’altro modo il mondo, a partire da una intuizione completamente diversa. In effetti occorre anche abbandonare l’idea che le ‘cose’ stiano da qualche parte, ossia che esista un enorme ‘spazio’ che le contenga: “se ci fosse solo mare, dove l’acqua non sta mai ferma, localizzarci sarebbe […] complicato, come sanno i marinai. L’esistenza di luoghi fissati dalla rigidità dei continenti ci porta a pensare allo spazio in un modo che altrove non funziona. Ci permette di dire ‘resto nello stesso posto’ per dire ‘non mi muovo rispetto alla superficie solida della Terra’. Su Giove non è chiaro cosa significhi ‘resto nello stesso posto’” (p. 18). Cominciamo a capire quanto la nostra immagine del mondo, che presumiamo solida e indiscutibile, sia invece limitata se non esplicitamente sbagliata perché “ci viene istintivo prendere particolarità locali per verità universali” (p. 18).
Ma se rinunciamo a questi pregiudizi terrestri (o meglio, di quella piccola parte della terra che parla inglese che però pretende di parlare a nome di tutto il pianeta), ebbene, quale immagine del mondo ne risulta? Rovelli ci presenta un mondo per molti versi antico (il libro è ricchissimo di riferimenti alla sapienza greca come a quella buddista, in particolare Nāgārjuna), per altri un mondo che è sorprendentemente semplice, perché è il mondo che vediamo, non quello che un realismo profondamente irrealistico ci impedisce di vedere: un mondo fatto di relazioni, non di cose, perché “l’essere” non è nient’altro che “interazione” (p. 40). Le cose, le cose individuate e separate non esistono (quindi non può esistere nemmeno l’homo œconomicus), appunto, esistono solo le relazioni; quelle che chiamiamo cose non sono altro che nodi relazionali, noi stessi, gli osservatori umani, siamo nodi di una rete immensamente più vasta e interconnessa. Noi umani, che pretendiamo di poter descrivere il mondo come se non ne facessimo parte (il nostro insuperabile antropocentrismo, o almeno, l’antropocentrismo di quella parte di mondo che pensa di incarnare l’unico modo di essere umano), ebbene noi umani non possiamo uscire dal mondo, perché “noi siamo una prospettiva sul mondo” (p. 63). Non siamo noi che osserviamo il mondo, come se non ne facessimo parte, perché il mondo ci include, perché “il mondo lo descriviamo sempre dal di dentro” (p. 25). Ma soprattutto, dal momento che le cose non esistono, e che esistono solo le relazioni, e che le relazioni sono mobili e cangianti, allora il mondo – e questa è una affermazione che è tanto scientifica quanto spirituale – “è cambiamento. Gli oggetti che non sembrano cambiare – come i sassi – cambiano anch’essi, solo più lentamente. Anche i sassi più duri finiscono per disgregarsi. Un sasso non permane identico a sé stesso; è un succedersi di minuscoli eventi; anche un sasso è un processo” (p. 65). Ma questo vuol dire che perfino un sasso in qualche senso è vivo (e anche questo i saturnini lo hanno sempre saputo).
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