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Giorgio Bassani

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Roberto Longhi e la cultura italiana / Con gli occhi di Artemisia

L’importanza di Roberto Longhi nella cultura italiana, non solo per la storia dell’arte ma per la letteratura e le sue intersezioni con altre forme di espressione, come fotografia, cinema e teatro, è stata da lungo tempo individuata e sancita; Gianfranco Contini e Cesare Garboli, due fra i più importanti critici del Novecento, hanno studiato la prosa longhiana, l’incredibile tensione stilistica che la innerva nel confronto con le opere d’arte e la sua capacità di traduzione fra codici diversi, visivo e verbale, che diventa atto conoscitivo.  Marco Antonio Bazzocchi nel bel libro Con gli occhi di Artemisia. Roberto Longhi e la cultura italiana, edito ora dal Mulino, amplia ulteriormente l’indagine sull’influenza longhiana e mostra attraverso l’analisi delle opere di alcuni scrittori, suoi allievi o a lui molto prossimi – Anna Banti, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Bassani e Giovanni Testori – come il magistero di Longhi abbia innescato una riflessione ramificata e talora divergente sullo sguardo e sulle immagini nel loro rapporto con la parola scritta. Una ricchezza di esiti che dà conto non solo dell’incisività del pensiero longhiano, ma anche della peculiare stagione in cui...

Sull'intervento di Giorgio Fontana / Il romanzo è morto?

Di solito si interviene in una discussione per esprimere un netto dissenso, ma non è questo il mio caso. Le riflessioni di Fontana sono l'espressione di un lungo lavoro e di molte letture. Se ci sono delle differenze nei nostri ragionamenti si tratta di sfumature, di particolari, qualche volta di accenti. A me non interessa se uno scrittore è giovane o vecchio. L'età non vale come scusante, non vale neppure come spiegazione. Leopardi ha scritto L'infinito a vent'anni. Devo anche dire che senza la sollecitazione di Doppiozero non scriverei questo intervento. Non perché sottovaluti i contenuti espressi da Fontana, che come dicevo trovo intelligenti e per nulla giovanili, ma perché ho già vissuto diverse stagioni di questi dibattiti, alla fine di una tale inutilità che sarebbe noioso riassumerli. Con il passare del tempo dei dibattiti non resta traccia, e neppure delle dichiarazioni di poetica: restano, e non sempre, pochissime opere. Le prime ad appassire le opere delle avanguardie italiane (sempre accademiche o di regime), che dopo una fase involontariamente comica svaniscono nel nulla da cui provenivano.   Il romanzo muore a ogni ciclo generazionale. Ed è giusto così, perché...

Classici in prima lettura / Il giardino dei Finzi-Contini

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa.   “Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga”.  Vorrei cominciare questa cosa correggendo il famoso incipit de Il Giardino dei Finzi-Contini: Da molti anni desideravo leggere dei Finzi-Contini, eccetera eccetera. Ma per una ragione strampalata fino al mese scorso non lo avevo ancora fatto. Proverò quindi a dare una spiegazione del perché ho lasciato andare via la giovinezza e parte della maturità senza cimentarmi con le pagine di uno dei romanzi più celebri del dopoguerra italiano, iniziando col dire che il motivo principale riguarda i capelli di Fabio Testi.  Che c’entrano i capelli di Fabio Testi, direte? Fabio Testi è uno degli interpreti del film diretto da Vittoria De Sica tratto dal romanzo di Bassani. Testi nel film fa la parte di Giampiero Malnate, un giovane comunista di origini milanesi dai convincimenti politici piuttosto infiammati, che nella storia d’amore tra il protagonista e la bella Micòl ricopre un ruolo determinante.   Adesso io ho una visione...

L’indimenticabile Nicòle Finzi-Contini / Bassani. Ritratto di uno scrittore

Uno dei tanti effetti perniciosi della caduta del gusto estetico, ossia della confusione tra i gioielli e la bigiotteria, è l’incapacità sempre più diffusa di distinguere l’insulto gettato alla cieca dalla satira, o comunque dalla critica magari unilaterale e violenta ma acuta: genere nel quale, come in qualunque arte, intuizione, forma e contenuto si fondono per produrre un aumento di conoscenza. Quando Franco Fortini, in uno dei suoi epigrammi anagrammatici e allitteranti, fa rimare il nome di Stefano Agosti con “Da immani fumi minimali arrosti”, coglie con felice economia stilistica il punto debole di un accademico che sforna ponderosi tomi di chiose semiologico-analitiche per stringere appena qualche scialba tautologia.   Quando Giovanni Raboni dice che Pasolini è stato poeta in tutto fuorché nelle sue poesie, ci consegna una stroncatura faziosa ma penetrante, vista l’effettiva pretesa, da parte dello scrittore corsaro, di redimere le opere fallite o difettose col carisma del proprio personaggio. Semplicemente insipida, dato che esprime un giudizio generico e non individualizzante, come ogni caricatura riuscita dovrebbe fare, è invece la battuta con cui i neoavanguardisti...

Ricordo di Manlio Cancogni

Era bello scendere in Versilia sapendo che Manlio Cancogni c’era ancora. Certo, aveva 99 anni, tutti i suoi amici più cari erano morti (l’ultimo, Cesare Garboli); l’appartamento di Fiumetto, dove era costretto da tempo, era una specie di punizione dopo anni di girovagare per il mondo (la guerra in Albania e Grecia, gli anni di Parigi corrispondente de «L’Espresso», quelli americani dove insegnò in un college del New England). Ma, quando si andava a trovarlo, oppure si leggevano le interviste che, con cadenza periodica, rilasciava ai quotidiani, si coglieva l’intelligenza viva, la sfida alla noia, l’occhio sempre vigile al presente.   Cancogni appartiene a quell’epoca della narrativa borghese italiana (dagli anni ’50 ai ’70) di grande qualità. Il più intrinseco era Carlo Cassola; la loro amicizia giovanile è rievocata in Azorin e Mirò, il capolavoro di Cancogni, dove è teorizzata la poetica del “subliminare”, un’autodefinizione critica per significare le epifanie, i momenti di poesia del quotidiano che rimandano ai Dublinesi di Joyce. Pi...