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Giorgio Gaber

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Romanzi, teatro e canzonette / Umberto Simonetta: un paroliere di lusso

Parlando con un amico, faccio il nome di Umberto Simonetta. Dallo sguardo, capisco che non gli dice molto. “Sai chi è, no? Lo scrittore, quello di Tirar mattina, Lo sbarbato, Il giovane normale…”. Niente. “Ma la ballata del Cerutti Gino la conoscerai…” “Eh! Certo! Giorgio Gaber!” “La musica è di Gaber, ma le parole sono di Simonetta. Come anche quelle di Una fetta di limone, Trani a gogò, Porta romana, Le nostre serate, Il Riccardo…”. Le accenno una dopo l’altra. “Belle! Pensavo fossero di Gaber…” “Te l’ho detto: musica di Gaber, testo di Simonetta” “Ah però, bravissimo! Mica male!”.  Oltre che scrittore e autore teatrale di successo, Umberto Simonetta (Milano, 1926-1998) è stato un paroliere tra i più originali e innovativi dell’epoca in cui nasceva in Italia quella che si sarebbe poi chiamata canzone “d’autore”.    Tra gli anni ’50 e i ’60 del secolo scorso diversi poeti e scrittori, da Calvino a Fortini a Pasolini e altri, si misuravano con la canzone (allora canzonetta). L’intento era quello di dar vita a un prodotto popolare “di qualità”, da contrapporre ai prodotti di consumo (o “di evasione”, come si diceva in quegli anni). Nel caso di Calvino e Fortini, la...

La lingua in cui viviamo / Un italiano vero

La prima cosa che mi è risuonata in testa, riflesso pavloviano, appena ho letto il titolo dell’ultimo libro di Giuseppe Antonelli Un italiano vero è stato il refrain di una canzoncina di molti anni fa di un cantante di cui, lì per lì, non ricordavo il nome: Lasciatemi cantare Con la chitarra in mano Lasciatemi cantare Una canzone piano piano Lasciatemi cantare Perché ne sono fiero Sono un italiano Un italiano vero   Ma oltre al nome del cantante non ricordavo neppure un solo verso delle strofe che di sicuro dovevano esserci dopo il ritornello. Perché mai quel cantante doveva essere “fiero” di essere un “italiano vero”? Per fortuna ora basta andare in rete e si trova, oltre al testo integrale, che il cantante è Toto Cutugno, la canzone è del 1983, scritta con il paroliere Cristiano Minellono espressamente per Adriano Celentano, che però si rifiutò di cantarla a Sanremo. La canzone, interpretata da Cutugno, fu un successo e vendette milioni di dischi in Italia e all’estero. Ecco alcuni dei motivi per cui secondo le strofe della canzone si dovrebbe essere fieri di essere italiani: “gli spaghetti al dente, un partigiano come Presidente, l'autoradio sempre nella mano destra...

Il fallimento di un modello / Italia: il paese insoddisfatto

Nel 2004 fui invitato a un congresso sull’Italia a Monaco di Baviera, che aveva per titolo, in italiano, “Va bene”. Quando intervenni, dissi che quel titolo non andava affatto bene, perché le cose in Italia andavano invece abbastanza male. E portai vari dati sul declino dell’Italia, che era cominciato da più di un decennio. Il titolo del congresso rivela comunque un cliché diffuso in molti paesi: che in Italia, malgrado tutto, si mangia bene, le donne sono eleganti, ci si gode le città d’arte, insomma, l’Italia è un paese felice.  In realtà l’Italia è fra i paesi con la popolazione più insoddisfatta. Gli indicatori sociali OCDE su 30 paesi nel 2009 mostrano che l’Italia è il paese con la minor soddisfazione soggettiva di vita, esclusa la Turchia. Dato che non stupisce, perché gli italiani si lamentano quasi di tutto, e specialmente dei politici. Ma se la situazione non era florida nel 2004, dopo la crisi del 2008 essa è di molto peggiorata. La crisi ha colpito l’Italia più duramente di tutti gli altri paesi europei, esclusi Grecia e Cipro. I numeri annoiano, ma sono essi a dare la misura del disastro. Il PIL pro capite italiano nel 2000 era di 17 punti superiore a quello...

Svegliatevi compagni!

“Svegliatevi da questo sogno, compagni!” A parlare, ne La cosa di Nanni Moretti, film-documentario del 1990, è un giovane comunista della sezione di Testaccio, un quartiere popolare di Roma. Il giovane incalza: “C’è mai stato il comunismo?”. Interrogativo fino a qualche mese prima impronunciabile, almeno in quella sede. Ora, sono crollati i muri, e rovesciati gli idoli. (“Siamo stati idolatri”, dice un altro compagno in ossequio forse a una lontana, ma resistente memoria biblica).   Mentre viene sancita la fine del “socialismo reale”, si chiude anche la parabola del comunismo italiano: il 24 novembre del 1989 il Comitato Centrale del PCI, su proposta del suo segretario, Achille Occhetto, vota, con una maggioranza del 67,7%, a favore del cambiamento del nome del partito e per l’avvio di una nuova stagione politica. Colti di sorpresa dall’iniziativa del segretario (“un pugno in faccia” ), i militanti non si accontentano di dibattere attorno al nome da dare alla nuova formazione politica. Si chiedono che cosa ha significato il nome che si dispongono ad abbandonare. Guardano indietro...

La paura

Noi italiani oggi non contiamo più nulla, esclama la signora in coda mentre entrano due occhi che definisce a mandorla. Mi fanno paura, sussurra. Lo sa che gli zingari hanno segnato le porte che vogliono svaligiare, mi dice la vicina di pianerottolo: non dormo più dalla paura. Le rapine alle prostitute che lavorano in casa hanno subito un incremento, mi confida il taxista che fa il turno di notte, ma non denunciano. Hanno troppa paura.   E camminando di notte nel centro di Milano semideserto e buio e vedendomi venire incontro l’incauto avventore, ebbi un sobbalzo nella regione epigastrico-duodenale che a buon diritto chiamai paura, o vigliaccheria emotiva. Sono i momenti in cui amo la polizia, cantava Giorgio Gaber in La paura.   Se mi potessi mettere al suo posto avrei meno paura, mi dice la persona che nella stanza d’analisi è seduta di fronte a me. Ha vent’anni ma ha paura di morire e così sogna la data della sua fine, mentre di giorno effettua i controlli sui suoi organi. Che sente vivi, dunque pericolosi. È la posizione del figlio unico, sdraiato tra i genitori anche da adulto, che trasforma la casa in...

Risposta al ragazzo della via Gluck

È di questi giorni la polemica tra il sindaco di Milano Giuliano Pisapia e il cantante e nouvel maître à penser Adriano Celentano in merito alla decisione di Palazzo Marino di porre sotto tutela paesaggistico-ambientale quattro zone del capoluogo lombardo: il QT8, il Villaggio dei fiori, l’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini e via Gluck. Proprio riguardo a quest’ultima Celentano sembra abbia dichiarato: «La tutela arriva tardi, oggi quella via è una delle più brutte d’Italia». Meno secca e più propositiva la risposta di Pisapia all’ex ragazzo della via Gluck: «Mi dispiace che questo sia il suo giudizio: forse non sa che la richiesta di tutela su via Gluck fa parte di un progetto complessivo che vuole rendere più attraente la città, salvando luoghi storici come, appunto, quella strada, anche attraverso la rivitalizzazione del verde».     Ora, è vero che in via Gluck «là dove c’era l’erba ora c’è una città» da almeno cinquant’anni, da quando cioè Miki Del Prete e Luciano Beretta...

Speciale Docucity | Milano tra Giambellino e Martesana

Dopo Budapest e Parigi, è Milano l'oggetto dell'esplorazione dei filmmakers di Docucity, che dedicano alla città due documentari: il collettivo “Entroterra Giambellino” e il conciso “Martesana, le stagioni in città. Inverno”. Due zone fortemente caratterizzate nell'immaginario della metropoli lombarda, che ciascuno dei film sceglie di rappresentare con un taglio differente.     Quella dei quaranta ragazzi del collettivo Immaginariesplorazioni è una sorta di discesa nel cuore della “tana del Drago” (titolo del volume che il gruppo ha realizzato sul quartiere parallelamente al film), un viaggio anche temporale fra il quartiere della “mala” cantato da Gaber e quello odierno, sottoposto a un rinnovamento “estetico” che rischia di farne una mera succursale del “Polo della moda”. “Io non posso da barbone diventare miliardario”, chiosa un negoziante del quartiere, in un discorso, significativamente posto all'inizio del film, che suona come monito ai progetti innovatori sviluppati senza alcuna conoscenza del territorio. Certo, Giambellino non fa più rima con Cerutti Gino, né con ligera, né con un proletariato urbano di cui rimangono solo vecchie foto in bianco e nero e filmati...

Tre anni fa se ne andava Enzo Jannacci / Per Enzo Jannacci

A farmi conoscere Enzo Jannacci, cinquant’anni fa, sono stati mio padre e mia madre, entusiasti dello spettacolo Milanin Milanon, andato in scena al Teatro Gerolamo nel 1962 per la regia di Filippo Crivelli. Il disco d’esordio, La Milano di Enzo Jannacci, con la sua copertina rosso-nera, girava in continuazione sul giradischi di famiglia. Quelle canzoni così lontane dalla moda corrente (Beatles, Rolling Stones), così fuori tempo e così vive, i miei fratelli e io le ripetevamo a memoria, come tante preghiere. A Milano, in quegli anni, il dialetto circolava ancora: lo si parlava dal prestinaio (panettiere), all’ufficio postale e persino a scuola; anche i neo-milanesi come noi lo masticavano abbastanza per apprezzare Tì te sé no, Sun chì sensa de tì o M’han ciamà, nella cui straziante malinconia naufragavamo voluttuosamente.  Ricordo bene la prima apparizione di Jannacci in tivù, con El purtava i scarp del tenis: un marziano occhialuto dall’aria allucinata, che reggeva la chitarra sotto il mento, sparando fuori una voce metallica, un po’ chioccia. Una bomba. Non era la prima volta che il milanese si affacciava alla canzonetta, ma quello di Jannacci non era il meneghino...

#Twitteratura?

Giorgio Gaber direbbe “Quando è moda è moda”: oggi tutti parlano di Twitter e Twitter sembra diventato qualsiasi cosa, tanto che forse prima di parlarne sarebbe meglio cominciare ad usarlo per comprenderne i limiti.   No, la twitteratura non esiste. Però ha senso chiedersi quali spazi letterari siano possibili al di sotto della misura minima esercitata da Felix Fénéon ai primi del Novecento, con i suoi Romanzi in tre righe. E, al tempo stesso, ha senso chiedersi quali elementi di sperimentazione, rottura e continuità esistano nell’ambito di un possibile uso letterario di Twitter.   Un primo metro di giudizio è rappresentato dalle Lezioni americane di Italo Calvino: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Possiamo chiederci se i cinque principi individuati da Calvino per la scrittura del terzo millennio trovino espressione su Twitter, ovvero in un contesto che si avvicina più allo scritto-parlato che alla comunicazione scritta in senso stretto.     Elementi che depongono a favore di un uso letterario di Twitter   - ...

Speciale ’77. What a curious feeling

“Succedevano allora in Italia, nei dieci anni 1968-1978, cose che oggi non ci si crede”. Così, qualche anno fa, Oreste del Buono in circostanza non troppo diversa dalla presente (presentando, cioè, le poesie in quegli anni dedicate da Nanni Balestrini all’allegorica “signorina Richmond”). Di quel tempo alla lettera incredibile è in primo luogo straordinario documento Alice disambien­tata, testo o non-testo attribuito dalla (oggi) dilavata e graffiata copertina dell’Erba Voglio a un fantomatico “collettivo A/Dams”: nome che arieggia (e parodia, forse) quello della testata leader fra le mille dell’esoeditoria di quegli anni e anzi di quei mesi, “A/traverso”, il “giornale PER l’autonomia” informalmente diretto da Bifo, al secolo Franco Berardi.     E, a passare in rassegna le proposte ’76-’80 dell’editrice milanese animata da Elvio Fachinelli, l’air de famille rende meno improbabile un progetto come quello partorito da Gianni Celati, di cucire in un patchwork testuale – come ricorda lui stesso, oggi, a quasi trent’anni di distanza – “schede, appunti, foglietti stropicciati, registrazioni e interventi che riassumevano discorsi svolti per un anno”. Proprio il “collettivo A/...

La vera storia di Linus

Pubblichiamo di seguito l’introduzione di Alberto Saibene al libro Storie sparse. Racconti, fumetti, illustrazioni, incontri e topi di Giovanni Gandini ( Il Saggiatore, 2011, € 25.00).   Scarica la copertina.   Leggi la prefazione in pdf.     “Non c’è mai stato bisogno di telefonarsi”, così Anna Maria Gandini ricorda i primi anni della Milano Libri, la libreria che ha fondato nel 1962 insieme a Laura Lepetit, Vanna Vettori e Franco Cavallone. È lì, in via Verdi, accanto alla Scala, che un gruppo di amici comincia a ragionare di libri e fumetti attorno alle novità che arrivano da New York, Londra e Parigi.     Nel 1957 Anna Maria,figlia di Guido Gregorietti, direttore del Museo Poldi Pezzoli (“le prime notti a Milano, era il 1949, arrivavamo da Roma senza una casa, abbiamo dormito nel Museo ancora chiuso per i danni della guerra”), aveva sposato Giovanni Gandini, famiglia d’origine di Fontanellato, laureato in Giurisprudenza, un lavoro alla Ricordi di Nanni Ricordi, ma già con la vocazione dell’irregolare. Gli amici di Giovanni...