festival scarabocchi 2020

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Il male oscuro

(4 risultati)

Marcello Marchesi/Cardillo – Teatro delle Ariette / Due pezzi sull’apparizione

Racconto due spettacoli diversi che hanno in comune il giocare con l’ambiguo, per portare alla luce qualcosa all’inizio celata nell’ombra, con la forza rivelatrice che dovrebbe avere il buon teatro.    Il sadico del villaggio   Maurizio Cardillo è un attore che se ne è stato sempre piuttosto appartato, a Bologna, coltivando un’attività di autore che lo ha portato a creare alcuni affilati spettacoli dedicati a testi come La passeggiata di Robert Walser o Il male oscuro di Giuseppe Berto e a scrittori come Canetti, Bernhard, Brancati, Palazzeschi. La sua cifra è un umorismo sulfureo, la ricerca dell’astrazione poetica, che tocca verità profonde partendo da un apparente distacco cinico, da una postura di uomo del secolo automatico che cerca vie di fuga dal disagio, dalla ripetizione.  Con ll sadico del villaggio – presentato al Festival della Letteratura di Mantova in settembre e di recente al teatro delle Moline di Bologna; una produzione dell’associazione Liberty ideata da Elena Di Gioia per la stagione di Agorà, creata con lo sguardo esterno di Paolo Nori e con gli interventi sonori e luministici di Alessandro Amato – affronta l’opera di Marcello Marchesi (1912...

Una donna, un uomo, Venezia / Giuseppe Berto, Anonimo veneziano

In questi anni, la casa editrice Neri Pozza è alle prese con un’operazione profondamente meritoria: restituire all’attenzione della comunità dei lettori l’opera completa di Giuseppe Berto, uno degli autori più schivi e meno amati della seconda metà del Novecento. Un autore in realtà importante, anzi a dirla sinceramente uno tra i più importanti della sua generazione, data l’originalità della sua scrittura, il vis-à-vis che essa impone con temi come la gloria, la lotta dell’uomo contro se stesso e contro l’antico terrore della fine, il male radicato nell’essere prima ancora che nel corpo.  E così, dopo Il male oscuro (2016) e il trittico Guerra in camicia nera, Oh Serafina!, La gloria (2017), ecco che quest’anno viene ridato alle stampe un piccolo gioiello dolorosissimo e lucente: Anonimo veneziano, con un’introduzione al testo di Cesare De Michelis.    Un libro, questo, che inizialmente nacque come sceneggiatura per un film che Enrico Maria Salerno voleva realizzare da regista, e che uscì nelle sale nel 1970, quattro anni dopo l’inizio della collaborazione con Berto. Un testo dunque che, un anno dopo, fu pubblicato da Rizzoli in forma di dialogo diretto. E che...

Gesù e Giuda / La gloria di Giuseppe Berto e il trauma del tradimento

Nel suo romanzo più conosciuto e fortunato, titolato Il male oscuro, pubblicato nel 1964, Giuseppe Berto, scrittore scomodo e scontroso, pone al centro della scena della sua tormentata autobiografia psicoanalitica, come si legge sin dalle prime righe, la sua “lunga lotta con il padre”. Un padre esigente e padronale, espressione di una Legge sacrificale e inflessibile, schiaccia il figlio sotto il peso di una colpa antica: quella di non aver mai corrisposto alle sue attese, di essere stato una delusione cocente, un figlio deludente. Il corteo di sintomi che invade il corpo del soggetto traduce questa sentenza paterna in sofferenza: infiammazioni delle vertebre, disturbi gastrico-intestinali di ogni genere, nausea, angoscia, depressione, emicranie pervicaci. Questa colpa è destinata a dilatarsi smisuratamente quando il figlio, diventato ormai un uomo adulto, abbandona il padre ammalato di un tumore allo stomaco (“tremenda montagna di morte”) e in preda ad atroci dolori che lo condurranno presto alla morte.   Diversamente dal mito di Enea, qui il figlio non solo non soccorre il padre morente, ma latita, si rende assente, pensa solo a se stesso. Di fronte all’odore acre della...

La depressione e la scrittura / Giuseppe Berto, Il male oscuro

Una volta, parlando di David Foster Wallace, un tale di mia conoscenza, con voce contrita, mi domandò: “Ma perché si è ucciso?”. Me lo chiese come se io fossi l’esecutore testamentario di David Foster Wallace, o il suo miglior amico, o – cosa ancor più improbabile – il suo psicanalista. “Immagino perché stava molto male”, furono le uniche parole che mi uscirono di bocca. Poi ci pensai un po’ e lo invitai alla lettura di Una cosa divertente che non farò mai più (in Italia è pubblicato da minimum fax con la traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo), il più comico, stralunato, angoscioso, farsesco reportage letterario moderno, la cronaca umoristica di una settimana di crociera ai Caraibi commissionata dalla rivista «Harper’s» in cui Wallace, attraverso l’osservazione della fenomenologia dell’industria delle crociere extra-lusso, arriva a toccare il cuore marcio dell’America e, con esso, il cuore marcio di tutti noi accoliti dell’internazionale dei depressi.    In realtà lo stesso Wallace, in Infinite Jest, aveva scritto: “La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si...