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Jacques Audiard

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Il film di Jacques Audiard / The Sisters Brothers. Alla ricerca di altre forme di mascolinità

La prima cosa che percepiamo all’inizio di The Sisters Brothers è una voce che si perde nella notte, in una sorta di buio primordiale: un nero accecante che ci fa sprofondare dentro lo schermo attraverso il campo lungo. La scena è illuminata a tratti dalle fiamme di una casa che brucia, mentre ci raggiungono da lontano queste parole: «Ehi! This is the Sisters Brothers!» («Ehi, siamo i Fratelli Sisters, ci ha mandato il Commodoro!»). Eli (John C. Reilly) e Charlie (Joaquin Phoenix), i protagonisti di questo racconto del Far West ambientato in Oregon, nel 1851, sono due cacciatori di teste ed entrano in azione così: senza un corpo, ma preceduti da una specie di formula favolosa risonante come un’eco, che, intanto che ci chiama, dichiara di appartenere a un “noi”: una prima persona plurale sancita da una fratellanza resa subito prodigiosa e singolare dalla particolarità di quel cognome ossimorico: Sisters, proprio come “sorelle”. La scelta di far cominciare la storia da questa scena è un’aggiunta rispetto al romanzo omonimo di Patrick Dewitt da cui è tratto il film (2011; tradotto da Rossari per Neri Pozza nel 2012); è un’invenzione di regia che dialoga, come vedremo, con il finale....

I premi di Venezia 75 / ¡Que viva Mexico!

Adesso che la 75esima edizione della kermesse veneziana si è conclusa, possiamo dire che il concorso si è confermato ciò che, sulla carta, prometteva di essere: un bel concorso. Certo, non tutto è stato alla stessa altezza, come abbiamo già avuto modo di constatare qui su Doppiozero (si vedano i report del 2 e del 6 settembre): perché Frères Ennemis sì e il bellissimo Dragged Across Concrete no? E perché 22 July, la docu-fiction piuttosto inerte di Paul Greengrass (altro prodotto targato Netflix), è stata preferita ad American Dharma, ritratto fosco e quasi apocalittico di Steve Bannon, mefistofelico ex-consigliere di Trump, firmato da Errol Morris?   Nel complesso, l'impressione è quella di un concorso troppo affollato, che ha calato subito i propri carichi da undici (Lanthimos, Cuaron, i Coen) per proseguire in un progressivo calando, fra promesse mancate (il Brady Corbet di Vox Lux, che riesce soltanto in parte a ripetere i fasti dell'esordio L'infanzia di un capo) e vere e proprie sciocchezze (At Eternity's Gate di Julian Schnabel e l'ancor più tremendo Werke Ohne Autor, nel quale Florian Henckel von Donnesmarck si prende per Edgar Reitz e riesce soltanto a realizzare un...

Venezia 75 / Arrivederci Leonesse

Peterloo (Mike Leigh), The Sisters Brothers (Jacques Audiard), Roma (Alfonso Cuarón), The Favourite (Yorgos Lanthimos). Tra i diciassette film in Concorso proiettati sino a ieri, questi, per adesso, sono i lavori che ho preferito. Come osservava anche Gimmelli nella prima rassegna veneziana, la Selezione principale, assieme alle altre sezioni, ha offerto un programma molto ricco. Tuttavia, non ho potuto rinunciare a visitare quella sorta di mostra nella Mostra allestita all’interno della hall del leggendario “Hotel des Bains”, al Lido, dismesso e chiuso da decenni ma eccezionalmente accessibile per l’occasione.   L’Hotel des Bains, inagurato il 5 luglio 1900, è uno dei luoghi più cinematografici che esistano: perché arriva dal medesimo mondo in cui è nato il cinema; perché ha ispirato tante narrazioni, e pure perché ci si accorge, visitandolo, di quanto sia pieno di finestre, specchi riflessi, passaggi nascosti che sorprendono e reinventano lo sguardo, trasformando questo edificio in una sorta di casa madre della settima arte. Ci sono andata due volte: la prima per guardare bene l’edificio, e per fare esperienza visiva delle pagine di La morte a Venezia, di Thomas Mann (1912...

L’assassinio di Cannes

Domenica sera, dopo l’annuncio dei premi dell’appena conclusasi 68esima edizione del Festival di Cannes, il settimanale Les Inrock faceva notare un’evidenza statistica davvero un po’ preoccupante. Dal 1966 al 2008 i film francesi vincevano la Palma d’Oro a Cannes con una cadenza di una volta ogni ventun anni: Un homme et une femme di Claude Lelouch nel 1966, Sous le soleil de Satan di Maurice Pialat nel 1987, Entre les murs di Laurent Cantet nel 2008. Poi, invece, hanno vinto quattro delle ultime sette edizioni: dopo Entre les murs c’è stato Amour di Michael Haneke nel 2012, La Vie d’Adèle di Kechiche nel 2013 e ora Dheepan di Jacques Audiard nel 2015. Nessuno mette in dubbio che l’industria del cinema francese produca ancor’oggi dei grandi film (quest’anno ce n’erano almeno due grandissimi alla Quinzaine: L’Ombre des femmes di Philippe Garrel e Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnauld Desplechin), ma certo un ritmo di questo tipo, così come un festival che decide di mettere ben cinque film francesi in concorso (di cui almeno tre unanimemente giudicati mediocri da tutta la critica presente a Cannes) comincia a destare qualche sospetto.   Nessuno vuol qui passare per ingenuo...