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Jeff Koons

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Interviste sull’arte / Narrazioni istantanee: Robert Storr e le storie dell’arte

«Lascia che ti racconti una cosa…»: potrebbe essere questo il sottotitolo o Leitmotiv (l’unico, a dire il vero) delle Interviste sull’arte di Robert Storr pubblicate recentemente da Il Saggiatore (curate da Francesca Pietropaolo), dove vengono raccolte trenta interviste e conversazioni con i grandi protagonisti dell’arte (da Louise Bourgeois a Jeff Koons, Richard Serra, Fèlix Gonzàlez-Torres e altri) e figure meno note o “underground” perché, come ricorda il critico, «le persone responsabili delle innovazioni nell’arte non sono necessariamente quelle più famose». Realizzate tra il 1981 e il 2018 e qui tradotte per la prima volta in italiano con l’aggiunta, rispetto alla versione inglese pubblicata nel 2017 con il titolo Interviews on Art, di quattro artisti italiani (Alterazioni Video, Letizia Battaglia, Luca Buvoli e Paolo Canevari), il corpus degli scritti selezionati coincide con l’arco cronologico del postmodernismo, restituito con grande efficacia attraverso il dispositivo dell’intervista: pratica tutta contemporanea basata sulla narrazione del sé (o “tecnologia del self”, direbbe Foucault), che si è fatta strada nel secolo scorso fino a diventare, oltre che “genere narrativo...

Nell'anniversario della morte di Ibsen / Casa di bambola. Per amare Nora

Ho studiato di recente l’opera celeberrima, Casa di bambola (1879), di Henrik Ibsen. Fortuna ha voluto che leggessi nello stesso periodo un libro pregevole, L’amore del pensiero di Gianni Carchia, prematuramente scomparso nel 2000. Il libro, già pubblicato da Quodlibet nel 2000, sarà presto riproposto insieme a tutti gli altri scritti di Carchia dallo stesso editore, in una collana dedicata. Parlo di fortuna perché l’ampio orizzonte in cui si muove Carchia, fornendo un’interpretazione aggiornata delle opere dello spirito e in particolare dell’arte, è prezioso per una rilettura per certi versi sorprendente di un quadro come di un capolavoro drammaturgico, ma alla fine di noi stessi, del nostro mondo, del modo in cui pensiamo e sentiamo.   Casa di bambola si impernia sul segreto di Nora, sulla sua drammatica e imprevista irruzione sulla scena. Improvvisamente minaccia di rivelarsi agli occhi di tutti qualcosa che doveva restare nel buio e nel silenzio nella vita di una famiglia della media borghesia, alla vigilia di una tappa importante, una promozione sul lavoro del marito Torvald. Essa è attesa con trepidazione perché rappresenta la fine di restrizioni finanziarie della...

Koons, la Madonna del futuro e la nobilitazione del kitsch

Da alcuni giorni, in piazza della Signoria a Firenze, accanto al David di Michelangelo, c'è una nuova monumentale scultura con superficie metallica specchiante, una rappresentazione del ratto di Proserpina. Dentro Palazzo Vecchio, nella sala dei Gigli, c'è invece un bianchissimo calco in gesso del Fauno Barberini, con una sfera blu, anch'essa con superficie specchiante, appoggiata su un ginocchio. Il Barberini Faun e Pluto and Proserpina sono le due opere di Jeff Koons scelte per la mostra Koons in Florence, organizzata dall'Associazione Mus.e, finanziata dall'antiquario Fabrizio Moretti e curata da Sergio Risaliti; la prima di una serie che intende mettere a confronto l'arte contemporanea con quella del grande Rinascimento. Entrambe le opere hanno un'aria surreale ma innocua: suscitano un misto di stupore, divertimento e perplessità, senza però quella sottile, inquietante sensazione che le grandi opere surrealiste avevano e che Freud chiamava Unheimlich (tradotto impropriamente con “perturbante”). In essi c'è piuttosto qualcosa che li fa assomigliare a bizzarri souvenir giganti. Non è un caso,...

Una scultura che non è una. Anish Kapoor e il sesso

Punto cieco   A pochi mesi dall’affaire Paul McCarthy, con il suo anal plug eretto al centro dell’elegante Place Vendôme (vedi Jeff Koons è un aspirapolvere), Anish Kapoor – estraneo allo spirito di provocazione che segna la carriera di McCarthy – espone a Versailles. Dirty Corner è una scultura d’acciaio, un tunnel rosso ruggine lungo 60 metri, protetto da enormi blocchi di pietra di 25 tonnellate. Già presentata alla Fabbrica del Vapore di Milano nel 2011, è ora installata nei giardini regali. In un’intervista rilasciata prima dell’apertura al Journal du dimanche, Kapoor ha dichiarato trattarsi della “vagina della Regina che prende il potere” e che mira a “bouleverser l’équilibre” e “inviter le chaos”, insomma la vendetta di Marie-Antoinette.     Paul McCarthy, Tree, Place Vendôme, 2014,   Il caos ha risposto all’invito: come l’aquilone di McCarthy, sgonfiato e reciso, privato del suo potere fallico, il 17 giugno la scultura di Kapoor era macchiata da schizzi di pittura gialla. Il vandalo inseminatore è rimasto anonimo. Mentre la stampa s’interrogava sulla vague pudibonda della società francese, su “Le Figaro” (era da tempo che questo quotidiano non...

Jeff Koons è un aspirapolvere

È una semplice misura di sicurezza per smistare la fila dei visitatori all’ingresso delle esposizioni, o meglio delle due più grandi retrospettive dell’anno al Centre Pompidou: Marcel Duchamp e Jeff Koons. Identiche e speculari le segnalazioni: una freccia a sinistra per Duchamp, una freccia a destra per Koons. In questo bivio sembra decidersi qualcosa di più che la visita di una mostra – è in gioco il destino stesso dell’arte contemporanea. Allora, Duchamp o Koons? Scelgo Koons.   Ai sensi di colpa – su cui è costruita parte dell’opera di Koons (come Made in Heaven) – si aggiunge presto la paranoia di essere riconosciuto mentre mi pettino davanti a Moon(light) (1995-2000), uno specchio lucidato in acciaio inossidabile che non ha niente da invidiare alle sculture di Anish Kapoor. In una postura coquette lontana dallo spirito critico, penso che non è in queste sale – mai così aperte, quasi senza ripartizioni interne rispetto al percorso serpentino di Duchamp – che vorrei incontrare i miei ex-insegnanti, i miei colleghi, i miei studenti.   Duchamp oppure Koons: se...

Andy Warhol

Ventisei anni fa moriva inaspettatamente Andy Warhol. Aveva 59 anni, oggi dunque ne avrebbe 85 e potrebbe essere ancora in attività. Molti si sono chiesti e si chiedono cosa farebbe oggi se fosse vivo. Perlopiù si rispondono chiedendosi se ammirerebbe il lavoro di quelli che appaiono un po’ gli eredi del suo modo di pensare il rapporto tra arte e “sistema”, riferendosi soprattutto all’invenzione e agli sviluppi della Factory e alle ambigue sue ultime dichiarazioni sulla Business Art. Cosa avrebbe dunque pensato di Jeff Koons, Damien Hirst (il teschio ricoperto di diamanti avrebbe potuto inventarlo lui), Takashi Murakami? E di Maurizio Cattelan?     A me vengono in mente due cose. Una è che a Warhol pensiamo troppo da questo punto di vista, per questo aspetto, trascurando o sminuendo la grandezza con cui ha saputo far proprie e rielaborare le questioni prettamente artistiche, in questo modo sapendosi rinnovare costantemente e sempre con grande acume. Le sue risposte alle pennellate e al dripping, al monocromo e al readymade, alla scultura e all’arte concettuale, insomma, di mano in mano, a tutti i grandi...

Esposizioni: istruzioni per l’uso

“Quello che sta emergendo in questi anni è che effettivamente il sistema sta diventando il vero protagonista, il vero elemento di drammaturgia: gli artisti trovano spazi, ma trovano spazi all’interno di una costruzione che è sempre di più appunto la fiera, il mercato, l’istituzione. Il sistema sta assumendo un’importanza maggiore della produzione stessa”. Questa considerazione di Antoni Muntadas, un artista che trae il suo materiale da un vigile scandaglio dei meccanismi sociali e politici contemporanei, tratteggia la condizione del “mondo dell’arte” del nostro tempo: un sistema che partecipa di alcune delle logiche culturali profonde del tardocapitalismo – a partire da quella “economia creativa” fatta di velocità e continue reinvenzioni e ibridazioni che innerva i processi di consumo e i connessi meccanismi di notorietà, obsolescenza, ecc. –, che intrattiene un’ambigua relazione con il potere, istituzionale o finanziario (ammesso si possano distinguere), ma che coltiva nondimeno una distanza, una volontà di salvaguardare le proprie interne ragioni, la propria...

Arte contemporanea: che fare nel contesto di crisi?

Colpisce che un numero sempre maggiore di voci insorga, in ambito internazionale, contro l’arte contemporanea. Parliamo di John Berger o Don DeLillo, Orhan Pamuk o Simon Schama: voci non pregiudizialmente avverse, come potremmo considerare Marc Fumaroli, ma di osservatori attenti e in linea di principio partecipi. Siamo cresciuti nella leggenda (anni Cinquanta, in Europa ancora anni Settanta) dell’artista incurante di convenzioni, giovane, appassionato e ribelle. E non di rado, presso il grande pubblico, ci si attende ancora che l’arte possa restituire senso ai vocaboli eroici della tradizione modernista: libertà, passione, verità. Eppure qualcosa sta accadendo, con più evidenza dall’inizio della crisi economico-finanziaria, nel 2007; qualcosa che ricorda il primo movimento di una frana. L’outsider di genio non è più il beniamino popolare, al contrario. Simile agli artisti-principi di fine Ottocento, zelanti ritrattisti di ministri, banchieri, aristocratici e sovrani, global players come Koons, Hirst o Cattelan gettano una luce che a non pochi appare ormai futile e sinistra.   Irresponsabilità...

Tannhaüser, pittore modernista

Esco dall’Opéra Bastille di Parigi dopo aver visto e sentito il Tannhäuser di Richard Wagner con la regia di Robert Carsen, una ripresa della rappresentazione del 2007, interrotta allora da una serie di scioperi del personale tecnico. Per alcuni giorni i motivi wagneriani interferiscono con i miei pensieri finché, abbassatasi la marea emotiva, resta a galla una domanda assai meno seducente, una domanda sul destino del modernismo. Provo a riformularla così: se dovessi individuare un emblema del modernismo nel campo delle arti visive, non esiterei un attimo a indicare il quadro da cavalletto. Se dovessi però specificare l’arco storico in cui s’inscrive questo emblema, non avrei altro che risposte balbettanti quando non contraddittorie.     La crisi della pittura da cavalletto   Da una parte, il quadro da cavalletto entra in crisi sin dalla costituzione stessa del modernismo, come testimonia il titolo di un testo conciso e cruciale del critico americano Clement Greenberg, La crisi della pittura da cavalletto (1948). Dall’altra parte, non solo la pittura da cavalletto sopravvive al postmodernismo ma,...