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La luna e i falò

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Archivio Zeta / Teatri naturali della memoria

Lapidi, cippi, pietre memoriali, monumenti o ruderi, rovine, resti, che una volta furono focolari di vite e ora testimoniano la furia. Intorno la natura, con i suoi cicli, col suo continuo rinnovarsi che sembra coprire, smemorare, l’orrore. Il libro, Nidi di ragno, questa volta non si sfoglia: si apre si moltiplica e si distende, per un viaggio nella memoria delle stragi nazifasciste e della Resistenza, là, nelle terre d’Emilia. È una scatola di cartone. Contiene tanti inserti ripiegati che documentano ognuno una tappa di un viaggio teatrale fatto principalmente nell’autunno del 2019 da Archivio Zeta tra Monte Sole, l’Appennino bolognese, la città di Bologna, il Modenese. Un viaggio a piedi, tra sentieri e strade di collina, boschi, vigneti, coltivi, in cerca delle tracce di fatti avvenuti ormai tanti anni fa, più di settantacinque, avvenimenti che ormai hanno lasciato pochi testimoni diretti e che tendono a svanire per oblio e per nuove furie ideologiche. Allora è opportuno riflettere su quello che scrive una donna che a quelle ‘passeggiate’ in teatri naturali della memoria ha partecipato, la semiologa Patrizia Violi: “In Giappone non esistono monumenti e nemmeno templi o palazzi...

27 agosto 1950 / Pavese: Walt Whitman primo amore

I. Il 20 giugno 1930, ancora ventunenne, Cesare Pavese si laureò in lettere all’Università di Torino con una tesi intitolata Interpretazione della poesia di Walt Whitman. L’incontro con le Leaves of Grass risaliva agli ultimi anni del liceo, come dimostrano alcune lettere a Tullio Pinelli. In una missiva del 1° agosto 1926, leggiamo per esempio: «Io, in questi boschi, mi esalto di Walt Whitman», mentre un’altra, del 19 settembre successivo, recita: «Ora io, non so se sia l’influenza di Walt Whitman, ma darei 27 campagne per una città come Torino» (Lettere 1924-1944, Einaudi, Torino 1966). Ciò spiega perché, sebbene il giovane studioso restasse profondamente colpito dal corso biennale di letterature e lingue classiche comparate tenuto da Augusto Rostagni, le sue preferenze si volsero ben presto verso quello di letteratura inglese. La discussione della tesi, tuttavia, risultò piuttosto problematica, dato che all’ultimo momento il professore di tale materia, Federico Olivero, non si presentò alla seduta di laurea. A subentrargli, su sollecitazione di Leone Ginzburg, fu uno fra i più valenti francesisti italiani, Ferdinando Neri. Secondo alcuni critici (a cominciare da Davide Lajolo,...

Ambiguità e ambivalenze / Curzio Malaparte e la caduta della civiltà europea

Curzio Malaparte è uno dei non numerosi scrittori italiani del Novecento a essere riconosciuti all’estero. Fin dagli anni Trenta, da quando Technique du coup d’État (1931) e Le bonhomme Lénine (1932) furono pubblicati direttamente in francese, la lingua transnazionale dell’epoca, le opere di Malaparte hanno goduto di una circolazione e di una ricezione critica globali – un paio d’anni fa gli è stato consacrato, per esempio, un Cahier de L’Herne. In Italia, invece, Malaparte è stato un autore difficile da affrontare, sia in vita sia dopo la morte. Soltanto nell’ultimo decennio la sua figura intellettuale e le sue opere hanno cominciato a uscire dall’ombra, grazie soprattutto alla riedizione di alcuni scritti e alla pubblicazione di inediti da parte della casa editrice Adelphi (su cui si può leggere un’intervista rilasciata da Giorgio Pinotti all’«Indice dei libri del mese» nel novembre 2017).  Sono almeno due i fattori che hanno reso accidentato il discorso critico su Malaparte: da una parte, una figura pubblica ingombrante e un altrettanto ingombrante narcisismo, che hanno generato uno strascico di inimicizie e antipatie, e la tendenza a prestar più attenzione alla biografia...