Categorie

Elenco articoli con tag:

Majakovskij

(4 risultati)

Ravenna Festival / L’Inferno delle Albe

Albedo. Rimbomba in testa questa parola dell’alchimia, operare sulla nigredo, sulla materia oscura, per arrivare all’opus. Abluzione, distillazione, elevazione dell’anima. “Quali colombe dal disio chiamate”. Bianchi, bianchissimi, Ermanna Montanari e Marco Martinelli raggiungono la folla accalcata nella stretta strada davanti alla tomba di Dante Alighieri. Ravenna, ore 20 di un giorno qualsiasi (che non sia lunedì) da qui al 3 luglio, fino a quando si replica il loro Inferno per Ravenna Festival. Un uomo in abito nero suona una grande conchiglia. Dà il via, ed è subito emozione. Con quelle parole finali della prima terzina della Divina Commedia di Dante, dette, sussurrate, ingolate da Ermanna (al piede, bianche anch’esse, ha le sue solite scarpe a forma di zoccolo di capra, diaboliche): “…vita … oscura… smarrita”. Pausa. E poi i versi tutti di quell’inizio, con voce che ricama e sprofonda, che rapisce. Aprono la porta del sepolcro, a evocare il poeta. E intorno a noi spettatori, in mezzo a noi, bambini, ragazzi, giovani, donne adulte e uomini ripetono alcuni versi, in coro. Sollevano le braccia, le protendono in tensione, seguono il ritmo con voci basse, acute, chiocce, profonde,...

Artisti realisti / Alto là! Grigorij Šegal'. Il nuovo byt

Questa volta è una coppia di manifesti a essere protagonista. Entrambi dedicati alla condizione femminile in URSS e impostati sul didascalico accostamento di due realtà opposte, il bene da un lato e il male dall’altro, dunque esaminabili in parallelo. Il primo, realizzato nel 1929 dall’associazione degli artisti realisti, pone in primissimo piano una donna sovietica vista di spalle, sobriamente vestita come si comandava a una bolscevica responsabile ed esemplare.     Fazzoletto rosso rigorosamente annodato dietro la nuca per prendere le distanze dall’arcaico modello femminile contadino che lo legava sotto al mento, calze scure e pesanti, tacchi bassi, abito severo e braccio sinistro levato a indicare il monito che pare uscire dalla mano stessa della donna: Alto là! L’esortazione è rivolta all’universo negativo, ai residui della nuova politica economica e al mondo del capitalismo in generale, che nei primi anni del primo piano quinquennale staliniano ancora si facevano sentire e minacciavano l’edificazione del socialismo. Sul “marciapiede notturno”, così titolano i versi del poeta Dem’jan Bednyj che chiosano lo spazio scenico in basso a sinistra, sfilano i cattivi e i...

Poeti si nasce / Evgenij Evtušenko

Poeti si nasce, e lui lo nacque. Tribuni del popolo si diventa, e lui lo diventò. Suo è uno dei versi più veritieri della storia culturale russa, “un poeta in Russia è più che un poeta”, poi banalmente inflazionato dalla troppa fama, proprio un po’ come colui che lo aveva scritto. L’impegno sociale e civile che non poteva escludere quello politico portò Evtušenko a diventare, al fianco di alcuni colleghi, la rock star che l’Unione Sovietica degli anni Sessanta ancora non aveva conosciuto. È stato indiscutibilmente stato un personaggio, oltre che un poeta, e parlare di lui significa restituire quell’atmosfera e quel partecipato entusiasmo per la poesia che, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, aveva infiammato i ragazzi sovietici, fatto rinascere speranze e dato il nome a una generazione, šestidesjatniki (quelli degli anni Sessanta), epoca che, proprio con la morte di Evtušenko, va considerata chiusa per sempre. Erano gli anni del cosiddetto disgelo chruščëviano, successivi alla denuncia dei crimini di Stalin pronunciata al XX Congresso del Partito Comunista nel fatidico 1956.   Anni in cui gli anziani si ritrovavano spaesati per un ennesimo cambio di...

Grande retrospettiva al LAC di Lugano / Rodčenko. Sperimentazione e realismo

“Ogni percorso artistico è una somma di impressioni: infanzia, adolescenza, ambienti vicini e illusioni di gioventù. […] Io sono nato sul palcoscenico di un teatro, il Club russo di Pietroburgo, sulla prospettiva Nevskij, dove mio padre, dopo molte avversità, lavorava come trovarobe. La vita del teatro, cioè il palcoscenico e le quinte, erano la vita vera, e non avevo idea di quel che c’era fuori. L’appartamento era di proprietà del teatro e si trovava al quarto piano, con un accesso dalla scena: a rigor di termini, era una semplice soffitta. Se scendevi giù per le scale strette ti trovavi direttamente sul palcoscenico. Lì ho visto il mio primo paesaggio, e i primi fiori che erano fatti da mio padre.”      Questa frase di Aleksandr Michajlovič Rodčenko (1891-1959), ora in mostra al LAC di Lugano, sembra avere poco a che fare con un autore dal forte impegno politico e sociale. A un’analisi più attenta invece emergono le analogie con tutto ciò che anima nel profondo la sua produzione, frutto di una fortissima tensione intellettuale: la volontà di rendere possibile – e quindi reale – l’utopia. L’atto di creazione, per dirla con Deleuze, dà vita a ciò che manca e pone...