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Mandiaye N'Diaye

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L’altra vita di Mandiaye

Opera Lamb, di Mandiaye N'Diaye e Modou Gueye, è uno di quei rari preziosi spettacoli che il teatro non riesce a contenere per la troppa vita che gli trabocca dentro. Uno spettacolo in cui a stare seduti ci si sente quasi sacrileghi, come in chiesa durante l'eucarestia, come allo stadio durante una partita quando chi guarda non fa meno di chi fa. Oltre l'apparato visivo – che ancora fa leva sull'intelletto, separando, incasellando, distribuendo, applicando filtri – è il suono robusto delle percussioni africane ad avanzare drammaticamente verso lo spettatore scavalcandone completamente la dimensione cognitiva e arrivando dritto al sistema nervoso; includendolo, cioè, a forza di energia e di atletismi del cuore, nel rituale.   Irriverente alle regole della significazione, come un concerto; con una drammaturgia complessa disegnata apposta nei dettagli per essere ancora più radicalmente trasgredita, perché opponga resistenza alla vita che ne forza il limite e nell'urtarne la soglia sprigioni energia. In questo clamoroso lavoro, che arriva dal Takku Ligey Théâtre di Diol Kadd per Ravenna...

Lamezia Terme, 5 aprile 2011

Arrivo a Lamezia, e mi rendo conto che la città è sottosopra per una furiosa polemica attorno al campo rom dell’area di Scordovillo. Un’ordinanza della Procura, il campo va sgomberato entro 30 giorni. Motivazione: sono tutti delinquenti. Il campo è uno dei più grandi d’Italia, circa 520 persone, più o meno 104 famiglie, esiste dal 1981. È il campo dove vivono i ragazzi rom che partecipano a Capusutta, Pamela e Immacolata e tutti gli altri. Domani pomeriggio dovrò parlare ai capusuttini del testo sul quale lavoreremo, Donne a Parlamento di Aristofane, ma prima incontro Rosy de Sensi e Graziella Perri, operatrici dell’Associazione La Strada, che da 25 anni svolge un lavoro prezioso nel campo, portando i bambini a scuola e facendo tante altre attività. Chiedo loro se possono accompagnarmi al campo, vorrei vedere dove vivono i capusuttini rom.   Arriviamo verso le 11 di mattina. La prima immagine che mi colpisce è quella di un muro alto tre metri: il campo, fin dalla sua nascita, è statodelimitato da quel muro, un recinto materiale e simbolico che impedisce la vista dalla strada, e...

Celati e il cinema

Quando ha cominciato a trafficare col cinema Gianni Celati? A parte la passione di cinefilo, spettatore indefesso, di cui restano vistose tracce nei suoi libri, nei testi come nelle copertine, è negli anni Settanta, quando Memé Perlini gli scrive perché pensa di trarre un lungometraggio dal suo libro d’esordio, Comiche (1971), vera e propria sarabanda slapstick. Poi dopo aver consegnato Lunario del paradiso, alla fine di quel decennio, libro germinale del romanzo giovanile degli anni Ottanta, lo scrittore emiliano se ne va in America per darsi al cinema, come annuncia ai suoi interlocutori dell’Einaudi. Di quel viaggio a Los Angeles resta una vaga traccia in Storia di un apprendistato, racconto che è compreso in Narratori delle pianure (1985). Poi c’è ancora una sceneggiatura, con l’amico Alberto Sironi, dedicata a Coppi. Quindi un silenzio fino al 1991. L’idea di far passare dietro la macchina da presa Celati è di Angelo Guglielmi. Nel frattempo è uscito il reportage di Verso la foce nel 1988. Il direttore di Rai3 gli chiede di girare un film su quei luoghi: un po’ viaggio e un po’ reportage. Per risposta Celati carica tutti i suoi parenti di Ferrara e gli amici su un autobus e...

E mi paes

Non ho pronuncia né dizione per la parola patria. Una parola abisso, stonata e stridente. “E mi paes”, ecco cosa dico, che allo stesso tempo indica il minuscolo villaggio dove abito e la nazione che lo contempla. “Il mio paese”, l'immagine è larga, affettiva e concreta. Con la nonna piantavamo le calle nei fossi, “quelli non sono di nessuno, dividono il nostro campo da quello del vicino”. Quei fiori bianchi li coltivavamo per bellezza, per lo stesso vento. Abitavamo in un vecchio casolare della campagna romagnola, “non chiudere la porta, la porta deve stare sempre aperta”, diceva il nonno. Non c'era cancello per delimitare l'aia e gli alberi di noce, che d'estate facevano ombra al ristoro dei braccianti che lavoravano per la nostra famiglia, non erano più nostri che loro. Provo una grande nostalgia per quegli spazi aperti e quel senso di appartenenza allargato, primitivo, psichico, ora che il vecchio casolare, come tutti gli altri casolari di quella zona, ha la porta blindata, le inferriate alle finestre, un recinto di rete metallica che delimita il perimetro del giardino. E gli alberi di noce...