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Marcel Duchamp

(54 risultati)

Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, S. Gimignano / Man Ray. Wonderful visions

Da sotto in su. Lo sguardo è proprio questo. La fotografia non mente: due bellissime gambe, una ha una calza e l’altra no, quasi con noncurante trascuratezza. La donna è sdraiata a terra con i piedi verso l’alto e li appoggia a una parete nera, il suo sguardo non si dirige verso l’obiettivo del fotografo e nemmeno verso di noi, ma in direzione del suo alluce destro, la punta estrema del suo corpo. Non si vede nemmeno il volto. È nascosto, misterioso, perso in chissà quali pensieri. Non esiste che in se stessa, solo per sé. Si direbbe un momento di estrema, compiaciuta solitudine. Lo sguardo del fotografo non è dinnanzi alla modella, non si contrappongono, ma sono sulla stessa linea. Coincidono. Non si guardano, ma guardano entrambi lo stesso punto. Sembra che Man Ray, l’uomo raggio, stia fotografando l’istante prima dello scatto, quello dove l’aspetto della creazione non ha ancora una forma, ma di lì a poco l’acquisterà. Forse è il momento in cui la libertà è al suo apice, in cui tutto può ancora accadere. La modella non ha uno sguardo, o meglio, noi non lo possiamo vedere. Tutto deve essere inventato. La seduzione risiede in questo istante di pura distanza e di estrema vicinanza...

Sul crinale del kitsch al limite del sublime / La poltrona Proust di Alessandro Mendini

Nessuno ignora che il termine tedesco kitsch, di incerta origine, sia correntemente usato con il significato di cattivo gusto. Ma non è invece altrettanto noto il motivo per cui l’uomo moderno abbia necessità del Kitsch.  Milan Kundera (1929), ad esempio, nel 1986, ha dichiarato che il bisogno di Kitsch dell’uomo-Kitsch (Kitschnremsch) nasce dalla sua esigenza di guardarsi allo specchio della menzogna, quello che abbellisce le cose con orpelli ridondanti e consolatori, e di riconoscersi in esso con empatica gratificazione (L'arte del romanzo).  Una trentina d’anni prima, Hermann Broch (1886 - 1951) aveva già chiarito come all’origine del concetto di Kitsch ci fosse il conformismo, ovvero il desiderio di confermare lo status quo dei valori e delle abitudini correnti, contro l’idea di modernità, che implica in sé il concetto di rinnovamento, se non addirittura quello di sovversione delle abitudini e delle convenzioni consolidate, siano esse sociali, oppure culturali. Per Broch, il Kitsch, al suo apparire, definiva quindi l’attitudine di chi, pur di essere socialmente accettato, si appiattiva sulla conferma dei luoghi comuni, delle opinioni correnti e dell'...

Arte contemporanea del medio oriente e del nord africa / Una tempesta dal paradiso

«C'è un quadro di Klee che s'intitola Angelus Novus». Con queste parole avrei voluto aprire il commento a questa preziosa mostra alla Villa Reale di Milano, sede della Galleria d'Arte Moderna. Purtroppo, come è noto, le ha già scritte invece Walter Benjamin nelle sue Tesi di filosofia della storia, nel 1939 – quando ancora era in esilio a Parigi, appena un anno prima della sua morte. «Una tempesta dal paradiso»: così, tra quelle pagine, Benjamin definiva il progresso. Al breve saggio, assai celebre, fa riferimento il titolo, di grande forza poetica e visiva, del terzo e ultimo progetto espositivo della Guggenheim UBS MAP Global Art Initiative. Nato nel 2012, è un ampio programma internazionale di ricerca, formazione, promozione e costituzione di una collezione d'arte contemporanea (ad oggi: 126 nuove acquisizioni di 88 artisti da 36 nazioni); un impegno tradotto in otto esibizioni e che vede coinvolto, con il supporto della Fondazione UBS, un network di musei in quasi tutto il mondo: oltre al Salomon R. Guggenheim di New York e alla nostra GAM per coronare il progetto, anche la South London Gallery, il Museo Jumex a Città del Messico; l'Asia Society Center di Hong Kong e il Center...

Gianluca Codeghini, Amedeo Martegani / Infrasottile: note sul vedere

Esce in questi giorni per i tipi di Postmedia Book Infrasottile. L’arte contemporanea ai limiti, testo importante di Elio Grazioli. In occasione dell’uscita del volume, si apre una mostra omonima presso la sede BACO di Bergamo, che accompagna e illustra la lunga ricerca di Grazioli, nata da una riflessione che ha preso spunto da una serie di lavori di Marcel Duchamp.    Elio Grazioli, Infrasottile. È un fatto acclarato che la pratica artistica abbia perso autorevolezza nel corso degli ultimi decenni, sulla scia delle neovavanguardie e poi della smaterializzazione avvenuta attraverso le pratiche contemporanee (e si badi bene: in questa sede non si intende dare un’accezione negativa al fenomeno, ma rilevarne la portata fattuale). Numerosi artisti si sono trovati a fare i conti con questo sfaldamento progressivo, trovandosi a confronto con un’entità via via più problematica, incerta, incapace di affermare con fermezza una precisa volontà espressiva. Questa intrinseca fragilità, per proprietà transitiva, si è allargata a macchia d’olio e ha investito aspetti che riguardano la contemporaneità tutta. L’onda tellurica che ne è scaturita ha mostrato la propria portata...

26 lettere su Manzoni, quello vero / Piero Manzoni. Monsieur Zero

Esce in questi giorni nella «Piccola biblioteca di letteratura inutile» diretta da Giovanni Nucci per le edizioni Italosvevo Monsieur Zero. 26 lettere su Manzoni, quello vero di Andrea Cortellessa: un dizionario giocoso composto da ventisei piccole monografie critiche, una per ogni lettera dell’alfabeto, che vorrebbe verificare in quale misura, ancora oggi, i paradossi dell’artista (morto a Milano il 6 febbraio 1963, prima di compiere trent’anni) mettano in crisi i nostri più inveterati presupposti su quanto, per tradizione, siamo abituati ad associare all’arte. Che è quanto dovrebbe fare, sempre, un artista degno di questo nome.   Pittore milanese, ma geniale  Skiantos, Merda d’artista   Fra i Manzoni preferisco quello vero, Piero  Baustelle, Un romantico a Milano   Essere   Alfabeto, 1958. Serigrafia su carta, 50 x 35 cm, da Piero Manzoni, Tavole di accertamento, Milano, Scheiwiller, 1962. «Non c’è nulla da dire: c’è solo da essere, c’è solo da vivere». È la frase più famosa di PM, questa con cui si conclude il suo testo dal titolo Libera dimensione pubblicato nel ’60 sul secondo numero di «Azimuth». Poco prima aveva precisato, Manzoni: «Alludere...

Dialogo tra due artisti / Dalì&Duchamp

Mercredi soir / Chère Gala, Cher Dalì / je voudrais vérifier quelques / dates dans la boîte-valise / que vous avez. / À tout hasard je/passerai à Port Lligat / vers midi demain Jeudi. / J’espère vous voire pour / une minute. / Affectueusement / Marcel Duchamp – Vergato con lettere svolazzanti, questo breve messaggio racchiude un intero universo. Poche parole esplicative e illuminanti del processo di realizzazione e di approccio alle proprie opere da parte del padre del ready-made, illustrative della quotidianità e delle personali relazioni amicali del grande scacchista. Inviato a Salvator Dalì (1904–1989) e a Gala (1894-1982; soprannome di Elena Dmitrievna D’jakonova, musa e moglie prima dello scrittore surrealista Paul Éluard e poi di Dalì), il messaggio ci informa che Marcel Duchamp (1887–1968) sta lavorando a uno dei suoi capisaldi, Boîte-en valise (Scatola in valigia). Lo sottopone alla visione del suo amico, durante i mesi di vacanza a Cadaqués. E vuole discutere con lui di alcuni dettagli. Siamo negli anni Sessanta, dunque Duchamp si sta dedicando alla seconda edizione della Boîte-en valise. La prima edizione della Boîte risale agli anni 1935-1941 e fu ideata per...

Una modernità senza paletti / Davide Mosconi: moda, arte, pubblicità

Le foto “d’epoca” di Davide Mosconi, alcuni autoritratti in particolare, ci restituiscono l’immagine di un personaggio all’americana: il dandy che lavora freneticamente per alimentare un mondo leggero, persino superficiale, fatto di lunghe sessioni fotografiche tra una diva e una frequentatrice della Factory, tra una chiacchierata sulla moda e un’ubriacatura al bar. Quel mondo fatto di fama e ore piccole che doveva aver assaggiato, in seconda fila, lavorando come assistente nello studio di Richard Avedon, e che avrebbe riportato nel nuovo contesto della Milano da bere. Eppure, come le mostre della Galleria Milano avevano già dimostrato negli anni scorsi, dietro questa figura all’ultimo grido si nascondeva un artista concettuale profondo e sofisticato, che guardava da fuori, e criticamente, a quel mondo, del quale cercava di sfruttare le precarie possibilità di sostentamento economico, nonché il potenziale riutilizzo entro le dinamiche dell’arte.   Quello che risulta evidente, infatti, anche solo sfogliando rapidamente il nuovo libro di Elio Grazioli, o visitando la mostra presso la Galleria Milano, è come Mosconi lavori in questi due ambiti senza creare gerarchie tra di essi...

Il controllo dell’aria e dell’atmosfera / Arte e denaro. Da Duchamp alla “foam city” contemporanea

Il 22 gennaio 2017 è morto l’artista statunitense J.S.G. Boggs, specializzato, a partire dagli anni’80, nella creazione di banconote personalizzate, i Boggs Bills, con le quali cercava di pagare beni e servizi, usandole come vero denaro. La riproduzione della banconota era affiancata da scritte decontestualizzate, come “Do you hear anything being said here, or am I empty now? Is anybody home? Hello?”.Queste opere erano funzionali a vere e proprie performance che declinavano la tipica interrogazione contemporanea sul valore artistico nella sua intima dialettica con il valore economico.   Se da queste banconote, che coprono per intero lo spazio dell’opera, si tornasse indietro per fare una caccia al tesoro in cerca della luccicante presenza del denaro nella tradizione artistica, si rischierebbe, letteralmente, di non finire mai e di dirigersi fino all’inizio, fino all’invenzione del quadro come oggetto separato e incorniciato per potere transitare anche nel mondo dei commerci. Il denaro si è sempre intrecciato con la produzione artistica, sia nel soggetto sia nella costituzione stessa dell’opera attraverso la committenza, il collezionismo, i mercati, che non sono accidenti...

Interrogare l'indistinzione / Picasso e il suo demone

Jeder Mensch ist ein Künstler. Non credo potesse immaginare Joseph Beuys a che punto la posterità avrebbe adottato la sua celebre massima, secondo la quale, appunto, “ognuno è un artista”. Non certo nel senso da lui auspicato, e fatalmente impervio, della liberazione di una creatività che potesse non solo esercitarsi senza limiti, ma, tratto essenziale, fosse alla base di un nuovo patto tra umanità e cosmo, cui l’arte, ormai trasfigurata in “scultura sociale”, avrebbe conferito illimitate energie spirituali. Piuttosto, la creatività diffusa della nostra epoca sembra al contrario perversamente confermare i presupposti di quell’ordine alienante che per Beuys, e prima ancora per Nietzsche, costituiva la patologia originaria dell’uomo moderno. La convergenza, compulsiva, radicale, estatica, tra la natura spettacolare del neocapitalismo, i suoi nuovi strumenti di produzione e partecipazione immaginaria e cognitiva, la sua capacità di mobilitare e usare la spinta creativa individuale, ci attira sempre più in un territorio in cui i social networks rappresentano solo la seducente parte visibile di un immenso, cruciale sommovimento, in cui, avvertono i filosofi, ormai dissipata...

Un immagine del non / Duchamp fotografico

Marcel Duchamp (1887-1968) è una figura con cui ogni storico dell’arte contemporanea attivo in Europa o in America deve prima o poi confrontarsi. Cinquant’anni dopo la sua morte (il 2 ottobre 2018 per la precisione), non abbiamo finito di misurarci col lascito – visivo e concettuale – dell’opus duchampiano. Il mercato editoriale si è mostrato all’altezza della sfida. Per tenersi alle mostre più innovative degli ultimi anni, penso a Inventing Marcel Duchamp. The Dynamics of Portraiture (National Portrait Gallery, Washington 2009), Marcel Duchamp: Etant donnés (Philadelphia Museum of Art, 2009), La peinture, même 1910-1923 (Centre Pompidou, Parigi2014), nonché l’imminente Dalí/Duchamp, che aprirà i battenti a ottobre alla Royal Academy of Arts di Londra. Riguardo alle pubblicazioni, penso alla documentatissima biografia di Bernard Marcadé, Marcel Duchamp. La vie à crédit (2007, tradotta nel 2009 da Johan & Levi), allo studio di Thierry Davila sull’inframince (De l’inframince. Brève histoire de l’imperceptible de Marcel Duchamp, Beau Livre 2010), fino a The Apparently Marginal Activities of Marcel Duchamp (MIT Press 2016) di Elena Filipovic, che si concentra sull’...

Elio Grazioli | Paolo Gioli / Duchamp. Fontane e altro

Cosa non ha scatenato Fontana di Duchamp da cent’anni a questa parte neanche Saâdane Afif ce lo saprà mai dire in maniera esauriente. Questo artista, Afif, ha vinto nel 2009 il Premio Duchamp del Centre Pompidou con un progetto intitolato The Fountain Archive, che a gennaio il prestigioso museo parigino ha esposto nel suo stato attuale. Si tratta per l’appunto del più completo archivio sul readymade di Duchamp mai messo insieme, ovvero di come compare riprodotto nelle pubblicazioni che Afif ha rintracciato a livello internazionale.      Del resto i siti su di esso si moltiplicano tuttora, e le immagini che vi si rifanno, anche fuori dal mondo dell’arte, ragazze e ragazzi con scritto R. Mutt sul braccio o non so dove, vestiti a forma di Orinatoio… insomma è diventato uno scandalo di successo planetario – anche in Cina: si ricorderà il famoso quadro di Shi Xinning con un attonito Mao Zedong che lo scruta.   Molti gli artisti che vi si sono rifatti, degli italiani ne abbiamo interpellati almeno tre storici, che ci hanno dato tre versioni così diverse, e direi complementari, necessarie in realtà secondo noi a dare almeno un assaggio delle sfaccettature dell’...

Carla Subrizi | Gianfranco Barucchello / L'effetto Duchamp

Elio Grazioli - Quando pensi all’Orinatoio di Duchamp, quali artisti della seconda metà del secolo scorso ti vengono in mente che se ne siano ispirati nei modi più diversi?   Carla Subrizi - Tento di rispondere riferendomi a quattro artisti e a quattro opere che ritengo molto importanti non soltanto perché si riferiscono a Duchamp, sebbene in modi diversi, ma perché ognuna di queste opere ha messo in atto qualcosa di “duchampiano”, estendendo o ribaltando, comunque duchampianamente, senso, significati e possibilità dell’arte stessa. Potrebbero essere citati moltissimi artisti ma scelgo questi quattro perché mi permettono di fare alcune riflessioni. Non amo le tassonomie. L’effetto Duchamp non è mai finito, non soltanto attraverso il ready-made o il ready-made del ready-made ma per una critica a tanti paradigmi e principi, fortemente radicati in una idea di arte direi occidentale, ancorata a nozioni come quelle di autore, celebrità, precursori e invenzione. Cito quindi alcuni artisti, e soprattutto artiste, non seguendo un ordine cronologico, per sottolineare gli aspetti che ritengo veramente dirompenti nel loro lavoro. Prima di tutti Sturtevant (1924-2014): questa artista ha...

Arturo Schwarz | Luca Maria Patella / Il poeta anarchico che trasformò l'orinatoio in feticcio

Un errore comune, a proposito dell'orinatoio, è pensare che sia stato Duchamp a trasformarlo in opera d'arte semplicemente firmandolo, dichiarandolo tale ed esponendolo in una mostra. In realtà Duchamp non ha fatto niente di tutto ciò: è stato il sistema dell'arte, quasi cinquant'anni dopo, a farlo. E uno dei principali artefici di questo anomalo processo di “artificazione” è un italiano altrettanto anomalo: Arturo Schwarz.  Nato ad Alessandria d'Egitto nel 1924 da un ebreo tedesco e un'ebrea italiana, Schwarz è una figura eccentrica ed eclettica: poeta, trotskista, anarchico, surrealista, studioso dell'alchimia e della cabala, critico e gallerista di fama internazionale. I suoi precoci contatti con André Breton e tutti i grandi nomi del surrealismo gli hanno permesso di portare contributi importanti alla conoscenza dell'arte surrealista e dadaista. A Duchamp, in particolare, Schwarz ha dedicato un intenso lavoro critico, curando il primo grande catalogo generale e proponendo un'importante interpretazione basata sul pensiero alchemico. Decisiva, per il nostro argomento, è stata la sua iniziativa di costruire le repliche di 14 readymade, che hanno contribuito in maniera...

Marcel Duchamp / L'orinatoio che immaginò l'arte contemporanea

Iniziamo con l’uscita di oggi un “dossier” per ricordare a modo nostro il centenario di una delle opere considerata tra le più scandalose e al tempo stesso più influenti del XX secolo, "Fountain" di Marcel Duchamp, il readymade noto da noi anche come l’“Orinatoio”. Opera in realtà dai diversi risvolti, sia storici per le sue vicissitudini, sia ermeneutici per le sue interpretazioni, merita di essere riconsiderata anche oggi. Dunque lo faremo con interventi diversi. Partiamo con un testo che ne ricostruisce per tutti la vicenda e il significato. Seguiranno altre tre uscite che vedranno due interviste al suo interprete e amico storico  italiano, Arturo Schwarz, e all’autrice della monografia italiana più recente sull’artista, Carla Subrizi, per chiudere con un testo riassuntivo e rilanciante del curatore del dossier, Elio Grazioli. Ognuno di questi tre interventi sarà accompagnato da un contributo inedito di tre artisti che tra i primi hanno riconsiderato Duchamp e "Fountain" in particolare, tre artisti diversissimi tra loro, che proprio per questo disegnano anche la varietà delle riletture effettuate e ancora probabilmente possibili. EG     Il 10 aprile 1917,...

Gianfranco Baruchello, i paesaggi invisibili

«Scusate se vi disturbo, sono un pittore italiano e vorrei conoscere Marcel Duchamp». Così, ha raccontato a Hans Ulrich Obrist, si presentò un giorno Gianfranco Baruchello ai commensali d’una tavolata in un ristorante di Milano, El Ronchett di ran. Era l’11 settembre del 1962 e quel giorno, al «pittore italiano», cambiò la vita (le foto scattate a Duchamp che fuma il sigaro nella sua casa paterna, per dirne una, saranno il punto di partenza di Verifica incerta: il film di montaggio, realizzato due anni dopo con Alberto Grifi, vero atto di nascita della videoarte italiana).   Gianfranco Baruchello, Greenhouse installation view 1, ph Roberto Marossi, courtesy Massimo De Carlo.   E fu proprio Duchamp a dire – a Pierre Cabanne – la cosa più importante, riguardo alla pittura del discepolo: «fa dei grandi quadri bianchi, con delle cose piccole piccole che bisogna guardare da vicino». Se fare de visu l’esperienza dell’arte serve in genere ad apprezzarne lo spessore materiale, non è tanto questo (con qualche significativa eccezione) il caso di Baruchello. Andarci di persona significa invece poter avvicinarsi quanto serve, a quelle sue superfici, fino a sfiorarle col naso; e...

Intervista a Mario Cresci / Fotografia del no

Attendo Mario Cresci in una stanza della GAMeC di Bergamo, dove sta allestendo la sua mostra antologica. Giungo nella sala espositiva più piccola e intima del museo. Qui sono collocate, agli angoli, due grandi fotografie: Campo riflesso e trasparente (1979). Al centro della sala divengo un punto d’osservazione tra due opere collegate concettualmente. Guardo la reale lunghezza di un metro da muratore che prolunga la sua misura nella superficie di uno specchio. Alle altre due pareti sono appesi ulteriori campi riflessi, scatti che documentano un lavoro site-specific fondato sui diversi spostamenti e gradi della percezione. E qui penso che Cresci, nel suo articolato percorso di ricerca, ha compiuto spostamenti continui al di là dei consueti recinti disciplinari, con una metodologia basata sull’intreccio tra vari linguaggi. Pur privilegiando il medium della fotografia ha innescato anche sperimentazioni extra-fotografiche, migrazioni di ipotesi e di verifiche. Con il coraggio di chi dà molta importanza all’onestà intellettuale e al desiderio di scoprire nuove vie e intuizioni, ha spesso messo in discussione i suoi risultati formali, andando incontro anche alla prossimità del...

Meret Oppenheim. Afferrare la vita per la coda

Di frequente viene presentata, ad ogni corso d'arte contemporanea che voglia soffermarsi sulla fotografia surrealista, la celebre immagine Erotique Voilée (1933), di Man Ray: un corpo sottile, la mano sporca di inchiostro sulla fronte, poggiato contro un torchio di lavoro la cui manopola si erge sul pube della figura dal sesso ambiguo come un enorme fallo scuro, a offrire una fittizia sessualità che più che chiarire l'identità del modello ritratto, ne amplifica la compenetrazione di caratteri femminili e maschili. L'immagine, facente parte di una serie fotografica dall'atmosfera fortemente erotica, ha consegnato la donna che vi era in realtà ritratta, Meret Oppenheim (1913-1985), alla fama di bellissima musa surrealista, alternativo oggetto del desiderio distante dai canoni di una femminilità convenzionale, ripetutamente fotografato ed esplorato nella sua androginia dall'obiettivo di Man Ray. Una reputazione lusinghiera, ma anche soffocante, per un'artista il cui lavoro creativo ha affrontato numerose esperienze visive, spaziando dal disegno al ready made, dalla poesia ai monumenti pubblici, senza porsi alcun limite...

Takis «aratore di campi magnetici»

Tra gennaio e luglio 2015, nell’anno del novantesimo genetliaco di Panayotis Vassilakis, detto Takis, il Palais de Tokyo (Parigi) e la Menil Collection di Houston dedicano due retrospettive all’artista greco. Negli anni Cinquanta, Takis (nato ad Atene nel 1925) intuisce che l’invisibile può diventare materialmente sia una situazione nello spazio sia un soggetto che costituisce il centro emozionale dell’opera, oltre ciò che è solamente simbolizzato dalle forme di una scultura. Affascinato dalla “magia scientifica” e dai radar, tra il 1958 e il 1959, immagina opere scultoree capaci di rispondere a segnali invisibili, resi attraverso forze cinetiche. Cerca di captare le forze ultrasottili della natura e veicolare i campi elettromagnetici, così che l’opera d’arte possa rendere visibili e fruibili spazi di energia. Al contempo rigetta il simbolismo della rappresentazione, per adottare il linguaggio in quanto funzione naturale. Intende l’energia magnetica e la sua influenza sugli elementi come fosse una dimensione in più nella realtà. Realizza così le prime Telesculture, dove il...

Con Yves Klein nel regno dell’Impossibile

Una solenne ironia   Pochi artisti più di Yves Klein (1928-1962), scomparso a soli 34 anni, possono vantare un’influenza così profonda sulle pratiche artistiche degli anni sessanta e settanta. “La monocromia, l’antipittura, lo spostamento dell’attenzione sulla scultura e sull’installazione, la smaterializzazione dell’arte, il rifiuto dell’illusione, l’inclusione degli objets trouvés e dei nuovi media, la Body Art, la Land Art, l’Arte Concettuale e la Performance”, così ricapitola Thomas McEvilley in una documentata biografia ora tradotta in italiano (Yves il provocatore. Yves Klein e l’arte del Ventesimo secolo, tr. Irene Inserra e Marcella Mancini, Johan & Levi 2015).   Eppure pochi artisti più di Yves Klein furono così incompresi. Non da Joan Mirò, che il 13 maggio 1962, quando morì l’artista americano Franz Kline, spedì un telegramma di condoglianze a Rotraut, moglie di Yves. Penso invece all’accoglienza tiepida negli Stati Uniti, che Yves visitò una sola volta nel 1961, dove era percepito come un Dalì dandy...

New York 1964: la pop art

È stato da poco ripubblicato da Laterza Pop Art di Alberto Boatto, il libro che ha fatto conoscere al pubblico italiano uno dei momenti decisivi nel panorama artistico dell’ultimo mezzo secolo. Alla sua prima apparizione, nel 1967 presso l’editore Lerici, la lucida e documentata analisi di Boatto rappresentò una vera boccata d’ossigeno: nel clima culturale di quegli anni, in cui le forti riserve o l’aperta ostilità della critica, specie quella di orientamento marxista, si saldavano all’opposizione all’imperialismo americano, la pop art veniva spesso considerata espressione diretta del potere culturale ed economico statunitense, un sorta di manifesto del capitalismo consumista. La vittoria di Robert Rauschenberg alla Biennale di Venezia del 1964, lo stesso anno del viaggio a New York di Boatto, rappresentò in effetti un vero spartiacque nella vicenda culturale, non solo italiana, di quel decennio: l’inizio di un rimescolamento radicale che presto avrebbe prodotto un paesaggio integralmente nuovo, dove alla vicenda modernista, ai suoi “ismi”, al sentimento di continuità storica e politica, all...

Intervista a Santiago López Petit

Elia Verzegnassi Molti pensatori hanno provato a considerare la rivolta tanto come evento che sfida l'ordine sociale, quanto come tattica con cui lacerare le maglie di un potere rivelatosi nel tempo intoccabile rispetto ad altre operazioni politiche (rivoluzione, antagonismo, forme alternative di rappresentanza, ecc.). A essere posta in rilievo, in entrambi i casi, è la qualità irruenta della rivolta, la carica con cui essa irrompe nel reale perturbando le condizioni da cui pur essa è sorta. Si potrebbe avvicinare la rivolta, in favore di questo carattere, a ciò che, nel suo Lo Stato guerra. Terrorismo internazionale e fascismo postmoderno, viene definito come «gesto radicale»?   Santiago López Petit Di fronte alla difficoltà di pensare oggi la propria idea di rivoluzione, di fronte all'impotenza alla quale sembriamo condannati, alcuni di noi cercano nella ribellione, o meglio, in ciò che sarebbe una pratica di sovversione, una via per attaccare la realtà. Non è strano che, almeno nel mio caso, questa indagine mi avvicini al pensare il gesto radicale a partire dal gesto dadaista. Duchamp, com...

Le nuvole e la griglia

Se la retrospettiva di Mark Rothko al Gemeentemuseum de L’Aia ha poco di sorprendente – le opere provengono in gran parte dalla collezione permanente della National Gallery di Washington DC – vi è almeno una ragione a renderla unica. I dipinti di Rothko sono esposti all’architettura di H.P. Berlage e alla pittura di Piet Mondrian, ovvero non sono passivamente esposti in uno spazio dato ma attivamente esposti a un contesto, quello dell’arte e dell’architettura olandesi. Penso alla sala Mondrian, allestita nello stesso museo nella retrospettiva De Stjil, ma anche all’ultimo dipinto di Rothko esposto accanto all’ultimo Mondrian, Victory Boogie Woogie (1944). Questo paragone è il culmine di una sala in cui scorrono sulle pareti laterali diverse opere dei due artisti, in una cadenza visiva libera da stringenti associazioni formaliste.   Cataclisma in rosso   Tanto celebrato è l’ultimo dipinto di Mondrian quanto sconosciuto quello di Rothko: una tela incompiuta di un rosso acceso, poggiata sul cavalletto del suo studio la mattina del 25 febbraio 1970, quando l’artista si tolse la vita con due...

Baruchello. Il cinema va servito freddo

“Un tacchino congelato di produzione americana viene fatto a pezzi, sezionato e tritato. L’operatore, nudo, riconfeziona poi il materiale così ottenuto e lo ‘rispedisce al mittente’, dandogli cioè sepoltura in una minuscola bara.” Ripensando al bizzarro rituale qui abbozzato, poi messo in atto e registrato da Gianfranco Baruchello, ci si può chiedere se un simile trattamento non sia quello che l’artista ha sempre riservato al cinema, al suo linguaggio industriale e alle sue meccaniche associazioni d’immagini: farlo a pezzi, mostrarlo nudo e crudo. Il cinema va servito freddo: mentre osservo la pacata macelleria di Costretto a scomparire (1968) ripenso al titolo della personale di Baruchello alla Triennale, Cold Cinema, la prima a raccoglierne organicamente i film e i video come chiavi di lettura dell’opera nel suo complesso. McLuhan diceva che il cinema è un medium “caldo”, che assorbe l’attenzione dello spettatore concentrando i propri effetti esclusivamente e intensivamente su un senso, mentre freddi sarebbero media come la TV e il fumetto, che forniscono dati a più “bassa...

Jeff Koons è un aspirapolvere

È una semplice misura di sicurezza per smistare la fila dei visitatori all’ingresso delle esposizioni, o meglio delle due più grandi retrospettive dell’anno al Centre Pompidou: Marcel Duchamp e Jeff Koons. Identiche e speculari le segnalazioni: una freccia a sinistra per Duchamp, una freccia a destra per Koons. In questo bivio sembra decidersi qualcosa di più che la visita di una mostra – è in gioco il destino stesso dell’arte contemporanea. Allora, Duchamp o Koons? Scelgo Koons.   Ai sensi di colpa – su cui è costruita parte dell’opera di Koons (come Made in Heaven) – si aggiunge presto la paranoia di essere riconosciuto mentre mi pettino davanti a Moon(light) (1995-2000), uno specchio lucidato in acciaio inossidabile che non ha niente da invidiare alle sculture di Anish Kapoor. In una postura coquette lontana dallo spirito critico, penso che non è in queste sale – mai così aperte, quasi senza ripartizioni interne rispetto al percorso serpentino di Duchamp – che vorrei incontrare i miei ex-insegnanti, i miei colleghi, i miei studenti.   Duchamp oppure Koons: se...