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Matteo Salvini

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Una conversazione con Filippo Ceccarelli / "Questi qua" al potere

Il mostro, come lo chiama, l’autore è un tomo di 958 pagine dove si racconta la storia della politica italiana e dei partiti cominciando dai grandi dominatori della prima repubblica, i democristiani, sino ad arrivare a “questi qua”, ovvero gli attuali governanti gialloverdi. S’intitola Invano per indicare che è tutto vano, inutile, che il potere è vanità delle vanità, come dice l’Ecclesiaste. Filippo Ceccarelli, romano, firma di “La Repubblica”, è l’archivista e il commentatore curioso e onnivoro di un cinquantennio della nostra vita nazionale. Dopo i democristiani, dalle origini ad Aldo Moro, ci sono Craxi e i rampanti, la caduta e il marasma di Segni e Di Pietro, quindi i barbari della Lega con Bossi, e i comunisti, da Berlinguer a D’Alema e Veltroni, i fascisti, il lungo ventennio berlusconiano, infine l’Ulivo che prende fuoco, ed eccoci qui, ai giorni nostri.   Filippo Ceccarelli: Comincio dalla metà degli anni Sessanta, quando ho iniziato a occuparmi di politica, ma c’è anche il prima. Quando incontravo i grandi, Nenni e Moro, necessariamente mi documentavo; sentivi in loro il peso dell’esperienza e l’importanza che avevano avuto.   Marco Belpoliti: Tutto questo...

Malvagità / Popolo, dato che non esisti, ti odio!

Da quando molti di noi – incluso chi scrive – si lamentano delle vittorie elettorali di personaggi e partiti deplorevoli, spuntano da ogni parte, anche da sinistra, persone che ci bacchettano le dita: “Non accettate i verdetti elettorali democratici! Gridate al fascismo incombente, ma il popolo ha votato per questi ‘fascisti’. Inoltre, mostrate disprezzo per gli elettori di Brexit, Trump, Salvini, Erdogan, Bolsonaro… ma si tratta degli elettori delle fasce sociali più deboli. Voi dei quartieri alti votate per la sinistra perbene, la gente delle periferie e dei piccoli centri vota per la destra populista, e la biasimate per questo”.  Queste reazioni rivelano una visione perversa della democrazia. Sono democratico perché accetto i risultati del voto, anche se mi appaiono nefasti, ma la democrazia non mi obbliga a essere contento per ogni governo eletto! Non è che, siccome la maggioranza ha deciso in un certo modo, questo significa che ipso facto sia la scelta migliore. Le maggioranze non sono come il papa quando parla ex cathedra, ovvero infallibili. Depreco che nel 1923 in Italia e nel 1933 in Germania le maggioranze degli elettori abbiano portato al potere Mussolini e Hitler...

Brexit / Lettera da un citizen of nowhere

Il nuovo libro di Jonathan Coe, Middle England (Feltrinelli, pp. 400, € 19) si sovrappone, quando letto in Italia, alle perplessità di fronte a quanto sta accadendo in Inghilterra con la Brexit. Si fa torto al libro, che ha una sua autonomia artistica, una vena comica e l’affidabile prosa, chiara e lucida, di un autore pieno di qualità. Per chi non conosca l’Inghilterra è un percorso istruttivo, ma per me è impossibile leggerlo. Troppe emozioni già prima di aprirlo per quello che sta avvenendo lassù da ormai due anni e mezzo e che trascina gli europei come me, che in Gran Bretagna hanno speso una buona parte della vita, anni di lavoro, amicizie e passioni, in una condizione difficile. Siamo schiacciati sull’orlo di un balcone e temiamo di essere i prossimi ai quali verrà chiesto di saltare. La soglia è inevitabilmente politica e personalmente umiliante. La settimana scorsa ho riempito un questionario che deve stabilire se ho diritto o meno di restare in Inghilterra, dopo averci lavorato per quasi quarant’anni. Da quando il primo ministro ha parlato degli europei come citizens of nowhere, cittadini di nessun luogo, echeggiando le accuse di Stalin e in generale i temi che hanno...

La colpa è degli altri / Contro la gente perbene

Un’inquietante cardine della retorica delle nuove destre è che il voto sovversivo, che scatena odi razziali e si nutre di ostilità e frontiere, sia fatto da gente per bene. Sia Nigel Farage che Matteo Salvini hanno ripetuto parole molto simili: a victory for real people, a victory for ordinary people, a victory for decent people (una vittoria di gente reale, ordinaria, di gente per bene. Nigel Farage, discorso subito dopo il Brexit), oppure La gente per bene vive dappertutto (Salvini sul suo profilo Facebook). Gente per bene è qui caratterizzato dalla paura di tutto: dall’immigrazione alla criminalità, dall’identità sessuale alla sessualità più in generale, una crisi pressoché totale e continua dovuta quasi interamente a politici corrotti del passato. L’inquietudine di fronte a cambiamenti percepiti come troppo rapidi o mal gestiti si trasforma in un malumore diffuso e qualunquista. Inutile cercare di razionalizzare e spiegare che i cambiamenti sono sempre in corso, e la realtà non è gestita o gestibile, poco conta anche osservare quanto possano rubare nel frattempo i politici attuali. Una volta scatenata la furia, la gente per bene non si ferma più. Questo è il...

Il nuovismo come ideologia, il presentismo come prassi / Il tempo del populismo

Azzardi e vie di fuga   In un recente intervento su La Repubblica Walter Veltroni ha richiamato la categoria del “presentismo” come decisiva nella comprensione dell’attuale rapporto fra politica e populismo. Veltroni rilancia così una categoria chiave di approfondite analisi politologiche come quelle di Diamanti e Lazar nel libro Popolocrazia (Laterza, 2018). Tuttavia, tanto nella presa di posizione politica quanto nell’analisi politologica, c’è un limite che va colto e approfondito perché rischia di generare confusione: si dice infatti che il populismo è presentista pur sapendo che esso è contro il presente. La cosa è evidente, tanto più nel momento di emersione del populismo, quando esso si oppone al “vecchio” come ciò che domina l’esistente. Ed è trasversale, dato che questo spirito è ciò che ha alimentato tanto i successi di Trump, della Lega, dell’UKIP o del Front National, quanto quelli del Movimento 5 Stelle o del renzismo fra rottamazione e Partito della Nazione, e ancora quelli di Podemos, Syriza o di Lopez Obrador in Messico. Non è dunque il presentismo il tempo fondamentale della politica odierna benché, come vedremo, ne sia un ingrediente decisivo.   La...

Il “bravo” ragazzo e i 49 milioni / Che cos'è la Lega di Salvini?

«A livello internazionale la priorità è sgretolare questo euro e rifondare questa Europa. Sì, quindi, alle alleanze anche con gli unici che non sono europirla: i francesi della Le Pen, gli olandesi di Wilders, gli austriaci di Mölzer, i finlandesi… insomma, con quelli dell'Europa delle patrie». (Matteo Salvini, citato da Guido Caldiron, Dal verde al nero. La Lega di Salvini sceglie Marine Le Pen, in Europa, 12 dicembre 2013). Per capire cosa sia la Lega e il perché del suo successo, oggi, bisogna partire dal suo maggiore esponente, Matteo Salvini. Il quale non ha il carisma di chi l’ha preceduto, Umberto Bossi, ma in compenso può contare su una maggiore autorità. Come commentano Gianluca Passarelli e Dario Tuorto in La Lega di Salvini. Estrema destra di governo (il Mulino 2019, pp. 167, euro 15), Salvini non ha qualità specifiche né un prestigio definito bensì una conoscenza del partito, dentro il quale è cresciuto e con il quale è identificato, dai sostenitori così come dai detrattori, in maniera pressoché viscerale, a tratti quasi “carnale”. La carne, la sua carne visibile, tangibile, quasi manipolabile, è peraltro tutto nel suo caso, essendo stata letteralmente incorporata...

La biografia di Kershaw riletta oggi / Hitler torna?

Continua il nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi.  Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.   Si ripeterà? Questa estate ho preso in mano un libro che desideravo leggere da tempo. S’intitola Hitler ed è stato scritto da quello che è il maggior storico del Führer, Ian Kershaw, un signore inglese oggi di 76 anni, che lo ha pubblicato in due volumi nel 1998. Due anni fa è uscita l’edizione ridotta in 1673 pagine presso Bompiani (mancano circa 600 pagine di note), che mi ero affrettato ad acquistare. Stava sullo scaffale accanto ad altre biografie del Führer in attesa del momento adatto per leggerlo. Questo momento, ahimè, è venuto.   Ho cominciato la lettura durante il mese di agosto e non ho smesso sino all’inizio di settembre. Si tratta di un libro notevole. Hitler è scritto in modo scorrevole e insieme denso, un viaggio nel passato vivendo giorno per giorno la vicenda dell’uomo che ha precipitato la Germania e l’Europa nella maggior catastrofe della sua storia. Leggerlo...

Il tempo che resta / Abbracciarsi

Una volta ho abbracciato una mia amica per sette minuti consecutivi. Eravamo a Pordenone per un festival letterario, in un tiepido week-end di fine settembre, e ci siamo stretti l’uno all’altra sul prato del nostro bed and breakfast, scalzi. Stavamo facendo un esperimento: volevamo verificare se il corpo riceva davvero del benessere fisico da un abbraccio di almeno venti secondi, attraverso il rilascio di ossitocina e la diminuzione della pressione sanguigna. Invece di tenere il conto, però, siamo rimasti immobili sull’erba fresca, separandoci solo quando entrambi lo abbiamo ritenuto opportuno. È durato per circa sette minuti, che nella percezione soggettiva del tempo sono un’infinità.   Ph. Craig F. Walker/Boston Globe. Esiste tutto un rituale, nell’abbraccio, che replichiamo ogni volta senza rendercene conto: è un linguaggio che sperimentiamo fin da piccoli, lasciandoci guidare dagli automatismi del nostro corpo e dalle regole dell’ordinamento sociale in cui viviamo. Basta trascorrere qualche momento fra gli spettri boccioniani di una stazione ferroviaria – o all’ingresso di un aeroporto – per osservarne le coreografie. Di recente, in largo anticipo per un volo che da...

Sfida o no? / Salvini, o della provocazione

In una comunicazione malata di attenzione a vincere è la provocazione. Il campione mondiale di questa strategia, ne abbiamo avuto diverse prove, è ovviamente il presidente americano Donald Trump, capace, con i suoi tweet incendiari contro (e con) Kim Jong-un, di rischiare un’escalation atomica pur di mantenere (o sviare) il centro dell’attenzione. Un altro campione è certamente Matteo Salvini, arrivato a provocare i giudici impegnati sul caso della nave Diciotti chiedendo che se la prendessero con lui. Posto poi, una volta iscritto nel registro degli indagati, gridare alla vergognosa persecuzione nei suoi confronti. Parlando del Ministro degli interni italiano più che davanti alla trumpiana arma di distrazione di massa pare di trovarsi davanti alla provocatio nella sua più schietta radice latina: ovvero, come ci informa la Treccani, un “invito alla lotta, sfida al combattimento o a un duello” (ma anche, lo si noti perché tornerà utile, “appello a un giudice superiore”). C’è tuttavia un particolare decisivo che ci instrada a distinguere sfida e provocazione e cogliere così il senso dell’agire salviniano. La sfida si rivolge all’altro e mette in gioco l’onore tanto di chi la subisce...

Il Giudice e i Minions / Rancore al potere

In una celebre canzone italiana “rancore” fa rima con “procuratore”. È il genio anarchico del genovese Fabrizio De André che, raccontando le vicende di un giudice di bassa statura, rende conto della logica profonda di questa passione tanto triste quanto, sappiamo, di estrema e attualissima diffusione. Si ricorderà che, in questa storiella di squallida vendetta (il nano diviene giudice e condanna al patibolo malcapitati qualsiasi), il rancore gioca un ruolo basilare, quello dell’acredine covata a lungo, scientemente e silenziosamente: “Fu nelle notti insonni vegliate al lume del rancore / che preparai gli esami, diventai procuratore”. Niente di più politically incorrect, ma di schiettamente verosimile.   Il fatto è che il rancore, forse più ancora che il suo parasinonimo risentimento, è sentimento di estrema complessità: prende il corpo e insieme la mente, allunga il tempo, producendo una sorta di suspense che travalica, col suo specifico oggetto di fredda vendetta, la storia in cui tale sentimento si trova inserito. Resta spesso un rancore puro, senza oggetto, o meglio con un oggetto vago, indeterminato: più che pretendere ragione e riscatto, esso finisce per dar luogo a uno...

(Parlarne ancora per non ciarlarne più) / Il senso di Salvini per il selfie

Il giornalista del “Giornale di Brescia” Emanuele Galesi ha raccontato – molto bene e con un equilibro e un garbo che oggi fanno eccezione – le derive del significato generate dalla “foto del selfie di Salvini”: una foto Ansa, opera di Simone Arveda, scattata al funerale (18 agosto) delle vittime del crollo del ponte Morandi a Genova (14 agosto). L’articolo, più precisamente, racconta come il post sulla bacheca Facebook di Galesi (18 agosto, ore 15:15) che riprendeva questa foto, aggiungendo la didascalia “Funerale / Selfie”, sia diventato virale. E quali siano state le conseguenze di questa viralità vissuta in prima persona. Condiviso migliaia di volte (adesso che sono le 02:26 del 20 agosto, le condivisioni sono 1932) e ripreso da più parti, il post ha fatto notizia sulle principali testate online. L’articolo racconta questo e ne fa la chiosa con le “Sette cose che ho imparato da una foto virale su Facebook” del titolo, che sono, in nuce, un’analisi sociosemiotica di tutta la faccenda.    Ricostruire la viralità   Il testo di Galesi mi ha interessato subito perché si tratta del racconto quasi-in-presa-diretta di un fenomeno virale: della sua origine, della sua...

Fisiognomica del disumano / Occhi di donna

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, come hanno scritto i filosofi antichi, cosa c’è nell’anima di questa donna? Molto più che paura o sconcerto. C’è l’orrore, quello di chi è stato lasciato in balia delle acque su un gommone a malapena galleggiante, e ha visto morire la propria amica e il figlio su quella zattera sconquassata dai marosi. Quegli occhi esterrefatti, increduli, occhi che dicono tutta la tragedia e insieme la negano: Non è possibile! Ditemi che non è possibile! Occhi imploranti, come abbiamo imparato purtroppo a conoscere da quando la fotografia documenta le guerre e i massacri: il terrore indicibile dei sopravissuti. E ancora più indietro nei secoli, da quando la grande pittura racconta il dolore dei dolenti, del Cristo in croce e delle donne all’intorno. Sono gli occhi di Maria presso il corpo del Figlio. La mano che accarezza e insieme sostiene quel viso rende manifesta una pietà che altri non sembrano provare. La pupilla scura e il bianco attorno, la bocca appena aperta, il biancore accennato dei denti tra le labbra socchiuse: non possono lasciare che interdetti.   Com’è possibile che non si soccorra in mare queste donne, che non le si porti in salvo...

Asociali / Rom, anatemi, tweet e paura

Non si sono oscurate d’improvviso le luci del cielo, né per le strade si sono levate barricate. La storia e lo sguardo retrospettivo consentono di vedere con chiarezza i fenomeni, stabiliscono gli inizi, il decorso, la durata. Rintracciano le radici. Forse dovremmo, con coraggio, provare a fare uno sforzo di immaginazione: proiettarci un poco più in là e guardare al nostro tempo.   Così, Aquarius che attracca a Valencia perché un uomo solo dice “chiudete i porti”, lo dice come un grido, lo dice al di fuori di ogni cornice istituzionale, lo dice con un hashtag, ci apparirebbe più chiaramente come un momento simbolico che segna un punto della nostra storia nel quale tutti siamo chiamati a una responsabilità civile più grande. Non ci è bastato? È lo stesso uomo che lancia un nuovo messaggio: schedatura etnica. Poi si ravvede, e Di Maio plaude a questa marcia indietro. Lo conosciamo questo procedimento: dire, testare le reazioni, fomentare l’elettorato, inventare nuovi slogan così da aizzare la folla. Poi ritrattare perché anticostituzionale: qualsiasi censimento su base etnica, infatti, viola, oltre a misure strettissime relative alla privacy, l’articolo 3 che vuole che tutti i...

«Ero straniero e non mi avete accolto» / Il prossimo, il lontano e l'accoglienza dei profughi

La coerenza di Salvini   «Sono un cristiano coerente», ha risposto Matteo Salvini al twitter di Gianfranco Ravasi (anche lei, eminenza!?), che in relazione al respingimento della nave Aquarius aveva scritto, parafrasando in negativo Mt. 25,43:  «Ero straniero e non mi avete accolto». «Amerai il prossimo tuo», si dice nel Vangelo. Io non sono credente e non mi intendo di questioni interne alla chiesa; mi intendo un poco di filosofia politica ed è su questa base che vorrei commentare l'episodio. Forse Salvini intende il precetto alla lettera, perché no. Prima il prossimo dunque. La massima si addice al «primanostrismo» elaborato da Salvini, una specie di variante paesana del grido «America first!» di Donald Trump. Il popolo italiano deve pensare ai suoi terremotati, disoccupati e indigenti, altro che a quelli che vengono da lontano, profughi, migranti e rifugiati che invadono il Bel Paese per godere della pacchia (sic) e farsi una crociera (sic sic sic).   Chi è il prossimo?   Ora, bisogna sapere che il conflitto noi/loro, vicino/lontano non è certo stato inventato oggi, anzi ha una lunga storia filosofica che spesso si è trovata di fronte a quesiti analoghi:...

Andante con moto / Il nuovo che avanza

Serve a poco, se non a nulla, cospargersi il capo di cenere oppure, con un altro rituale falsamente auto-risarcitorio, bendarsi la testa (che era già rotta da prima). Semmai, sarà meglio prendere l’elmetto, allacciarsi la cintura di sicurezza, assicurarsi che le dotazioni di emergenza siano al loro posto e poi affrontare le turbolenze a venire, che non saranno poche. Poiché delle due ipotesi, una o l’altra prevarrà: la prima è quella per cui il governo verdegiallo, inauguratosi dopo una perigliosa navigazione verso il porto d’attracco e lunghi giorni di tempesta, si riveli incapace di tenere fede alle promesse da paese dei balocchi con le quali le forze politiche che lo compongono hanno ottenuto il consenso da una parte degli italiani; la seconda, invece, è che questo esecutivo prosegua nel suo cammino. La variante della seconda ipotesi implica però che la Lega si rafforzi al punto tale da potere tornare alle urne, incassando poi una cambiale in bianco e assoggettando i partner di coalizione. Molto d’altro, almeno al momento attuale, non è dato pensare né, tanto meno, prevedere. Se mai ci dovesse essere un’opposizione degna di un tale nome, questa dovrà rivelarsi nei tempi a...

Salvini, Di Maio, Mattarella / Sono davvero arrabbiato

Che l’atmosfera politica fosse un po’ tesa ce ne eravamo accorti da settimane: ce n’è di che, non ci voleva molto a capirlo. Le cronache del patatrac annunciato, e che ieri sembra essersi consumato, lo hanno insinuato, detto, ribadito spesso: nervosismo nell’aria, tensioni palpabili, animi esacerbati e altri consimili eufemismi. Ma poi la collera – provata, detta, esibita – ha preso il sopravvento. Aveva cominciato Matteo Salvini, in un post su Facebook venerdì scorso alle 20 e 41, con un’affermazione tanto lapidaria quanto inquietante: “Sono davvero arrabbiato”, dove più che l’“arrabbiato”, termine in sé poco elegante, colpisce il “davvero”, foriero di chissà quale reazione prossima futura.     Ha raddoppiato Luigi Di Maio in un video diffuso subito dopo le decisioni del Presidente della Repubblica di non accettare la lista dei ministri proposta da Giuseppe Conte: “io sono arrabbiato [perché] dopo tanto tempo dedicato alla formazione di questo governo…”, usando un tono a dir poco concitato, se non indispettito e vibrante. Sentimento ribadito poco dopo, ma virando al plurale, nel collegamento telefonico a “Che tempo che fa?” con Fabio Fazio: “vorrei dire quanto siamo...

M5S e il leader trasparente / Di Maio, Gurdulù e il cavaliere inesistente

Per capire la figura politica di Luigi Di Maio bisogna far ricorso alle fiabe filosofiche di Italo Calvino.  In linea di principio il Movimento 5 Stelle privilegia la democrazia diretta rispetto al principio di rappresentanza. Cerca dunque di utilizzare le opportunità di comunicazione e partecipazione offerte dalla rete. Qui nasce un primo problema: la piattaforma su cui opera il M5S – o meglio le diverse piattaforme evolute fino alla recente Rousseau – è stata finora gestita dalla Casaleggio Associati, prima da Gianroberto e poi, dopo la sua morte, da suo figlio Davide. Per molti osservatori sarebbero loro i leader occulti. Un secondo problema viene dal peso della figura carismatica di Beppe Grillo, dalla sua notorietà e dalle sue intuizioni mediatiche e politiche. Inizialmente, riflettendo questa impostazione, il movimento non aveva leader o segretari, ma “portavoce” in rapida rotazione. Ma in nome di chi parlava quella voce? Ufficialmente avrebbe dovuto esprimere nelle opportune sedi politico-mediatiche le decisioni assunte (a maggioranza) ai vari livelli del movimento, dai Meet Up alle votazioni online, dalla stesura dei programmi alle Parlamentarie. Al tempo stesso però...

Uno streaming interminabile / Ruspa e appretto, il Matteo perfetto

Al momento Matteo Salvini è al centro di una raffigurazione perfetta, quella che riconnette il «popolo» al «sano pragmatismo», contrapponendo l’uno e l’altro alle aborrite élite (il termine ha ripreso quota, dopo una lunga stagione di fortune per l’espressione «casta») e alla loro parassitaria distanza dagli interessi, dai bisogni e dalla verace quotidianità della società “qualunque”. Non è quindi un caso se si stia giocando le carte, cercando di non bruciarle, con il Movimento Cinque Stelle e, soprattutto, con il suo antagonista, nonché alter ego, Luigi Di Maio. La loro, infatti, è una complementarietà conflittuale che li obbliga, condividendo la stessa piattaforma generazionale, prima ancora che politica, a una sorta di abbraccio fatale. Non necessariamente per se stessi ma per chi è destinato a rimanervi in mezzo, ossia gli italiani. Il terreno comune è chiaro: partendo dagli studi, da entrambi interrotti (poiché abbagliati dal bisogno di fare «altro», nella silente convinzione che non sia un titolo a fare la differenza ma anche perché bisognosi di affrancarsi da una routine scarsamente coinvolgente), per arrivare alla comprensione che l’unico ascensore sociale ancora in...

Ritratto del nuovo dominus / Chi è Matteo Salvini

Nella comunicazione politica Matteo Salvini si presenta ostentatamente come “Uno di noi”: è l'Uomo Qualunque, nella miglior tradizione del populismo. La maschera è credibile ed efficace, a giudicare dal risultato delle elezioni del 4 marzo 2018. “Uno di noi”, va bene. Ma “noi chi?”, viene da chiedersi. Matteo Salvini non è cresciuto nelle valli bresciane e bergamasche e non è neppure un reietto delle periferie degradate che oggi sfornano i cantati trap che sventolano i loro Rolex d'Oro al concertone del 1° maggio. Matteo Salvini è figlio di un dirigente d'azienda e di una casalinga. Si è diplomato nel 1992 al Manzoni, il liceo classico della Milano bene. È un politico di professione almeno dal 1993, quando è entrato ventenne in Consiglio Comunale a Milano per la Lega Nord, alla quale si era iscritto nel 1990.       Da ragazzo è stato nei boy scout, dicono. Secondo “Affari Italiani” da ragazzo era “un paninaro con lo smartphone” e dunque faceva parte della gioventù destrorsa e disimpegnata. Però frequentava anche il Leoncavallo, che è dagli anni Settanta la bestia nera dei fascisti meneghini. Nel suo primo memorabile intervento in Consiglio Comunale, il giovane...

Il discorso fascista e le sue rimodulazione / Destra. Tristi tropi

Come definire, senza correre il rischio di risultare anacronistici, una destra che, oramai, pare essere così pervasiva da occupare spazi e linguaggi, pratiche e narrazioni che un tempo sarebbero appartenute a ben altri soggetti? Aggiungiamo: quanto della matrice fascista e, in immediato riflesso, di quella neofascista, rimane in essa? Ribaltando l’approccio, piuttosto che domandarsi quanto del passato non sia del tutto trascorso non è forse meglio chiedersi cosa il presente richiami ancora di un certo passato, e in quale misura ciò può risultare di nuovo funzionale alla costruzione di una parte delle identità politiche correnti? Il rischio, peraltro, è sempre il medesimo, ovvero quello di girare a vuoto, sfoderando stancamente i toni della polemica nel momento stesso in cui il suo oggetto sembra, ai molti, essere definitivamente evaporato, comunque archiviato, perché ridotto a puro strumento di etichettatura. Utile, per la sua natura di sintesi, è il volume a cura di Corrado Fumagalli e Spartaco Puttini, Destra, editato nella collana Ricerche della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli (pp. 120, Milano 2018). La ricognizione nei sette brevi saggi contenutivi è tanto asciutta quanto...

Note in margine alle elezioni italiane / Che cos'è il metodo democratico

Nel XX secolo le condizioni di successo del metodo democratico erano state riassunte da Schumpeter in quattro punti, tuttora validi. Il primo riguardava il materiale umano delle macchine politiche: il personale di governo deve essere di qualità sufficientemente elevata. La cerchia e i metodi di selezione che costituiscono la classe dirigente devono assicurarne un elevato rendimento. Il personale politico deve essere abbastanza aperto e insieme non troppo aperto all’outsider, deve avere tradizioni e codici professionali, e un fondo comune di idee. Un quadro molto vicino alla lezione weberiana sulla politica come professione. Ma è proprio questo professionismo politico ad essere entrato in crisi in tutte le società Occidentali. La selezione è spesso aperta agli outsiders, la diretta influenza delle lobbies economiche è crescente, il rendimento delle istituzioni appare dovunque in declino.    La seconda condizione di successo della democrazia è la limitazione dell’effettivo raggio di azione della decisione politica. Non tutto deve essere soggetto alla decisione politica, e ampio spazio va lasciato alla sfera tecnica. Soprattutto non deve essere oggetto di decisione ciò che...

Politiche, 4 marzo 2018 / Berlusconi il gregario

Il seduttore non seduce più. Come poteva essere altrimenti? A 81 anni suonati, completamente rifatto, una moquette al posto dei capelli, tenuto in piedi probabilmente da farmaci e con il tagliando continuamente da ripetere nella sua beauty farm altoatesina, Silvio Berlusconi non ha più il corpo del Capo. Anzi, non è più un Capo. È diventato un gregario del suo gregario, l’uomo con la felpa, e ora in giacca e cravatta, Matteo Salvini, che si sente il doppiopetto del ministro addosso, per quanto arrivare lì non sarà né semplice né facile, visto che l’altro uomo in giacca e cravatta, oltre che in camicia bianca, lo steward fieristico Gigi Di Maio, lo precede di diverse lunghezze sulla via verso il Quirinale. Nessuno sapeva che risultato avrebbe ottenuto dalle urne Berlusconi, ma tutti sapevano che non avrebbe ottenuto il successo pieno. Non lo attendeva neppure lui. Ha detto: non potevo essere candidato, per questo non ho vinto. Per vincere ha vinto, perché la sua compagine, compresa la Meloni di Fratelli d’Italia, ha raggiunto il 35 % dei voti, ma la maggioranza del pacchetto azionario spetta ora a Salvini, perché mentre l’ex Cavaliere resta al 14%, il capo della Lega ex Nord, ora...

Politiche, 4 marzo 2018 / Le tre vittorie della Lega

La Lega vince due volte. La prima sui suoi storici avversari, ossia il centro-sinistra. Sia su quello connotato dal flebile liberalismo di un “partito della nazione” che è divenuto sempre più spesso la “lista del capo”, che su quello identitario delle liste minori. Queste ultime tali erano e tali rimangono, destinate ad essere messe in soffitta, in attesa che alla prossima tornata elettorale ci si inventi un altro nome ed un nuovo logo. La seconda vittoria, ed è in fondo il risultato più importante, si consuma sui suoi alleati di coalizione elettorale, detronizzati – nel caso di Forza Italia – dalla rendita di posizione consegnata tradizionalmente agli azionisti di maggioranza. In tutta probabilità Silvio Berlusconi aveva già intuito l’esito prima che le urne si aprissero. Si tratta di un successo storico per Matteo Salvini, erede di un esangue partito che la famiglia Bossi e i suoi accoliti del “cerchio magico” erano riusciti a portare al quattro per cento, consegnandolo all’irrilevanza e quindi al prevedibile tramonto.   Un successo che si può intestare con pieno merito. La Lega, non più “nord”, non più “padana” ma sovranista e identitaria, può giocare ora il ruolo di...

La prima scissione nella sinistra / Renzi: target o audience?

C'è stata una scissione drammatica nella sinistra italiana. Ma è accaduta qualche decennio fa, riguarda i mass media. Per capirla, chiediamoci cosa intendano oggi Renzi e Bersani per "comunicazione", parola malata quant'altre mai.   1   Opzione Renzi. Tralasciamo le recenti svolte social da egli impresse alla comunicazione Pd - di nuovo hanno poco - e partiamo da lontano. Quasi dall'inizio. Giovane leva di partito, nel 1999 Renzi firma Ma le Giubbe Rosse non uccisero Aldo Moro - La politica spiegata a mio fratello, un'opera divulgativa scritta in forma di dialogo con Lapo Pistelli - a suo tempo esponente della Margherita, poi viceministro PD. Nel risvolto leggiamo che Renzi, 24enne, laureando in legge e scout, all'epoca "lavora in un'agenzia di marketing", quella del padre. Un'occupazione indicata non a caso, poiché uno dei temi principali del libro è il rapporto tra i media moderni e la sinistra.   La novità rappresentata dai mezzi di comunicazione di massa - vi si legge - è qualcosa di più di un mero aggiustamento "tecnico" (...) la Tv oggi non è la versione moderna del tam-tam, ma proprio un elemento che scardina le modalità tradizionali del fare politica. E chi...