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Mauro Zanchi

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Una mostra di Alberto Sinigaglia / L’evanescenza del sublime

Che ne è del sublime oggi? La domanda si pone a intervalli pressoché regolari negli ultimi decenni, da quando in particolare l’esperienza risulta sempre più mediata da un’interposta immagine. A monte potremmo addirittura dire da quando il sublime stesso è diventato immagine, iconografia da imitare, ma soprattutto da quando la fotografia, ovvero la riproducibilità tecnica, ha moltiplicato le immagini e esteso la loro diffusione fino a rovesciare il rapporto immagine-realtà. Già Susan Sontag negli anni ’70 segnalava l’usanza adottata in alcuni siti turistici di predisporre per i visitatori dei punti da cui fotografare con la migliore veduta del luogo. Figuriamoci oggi con i cellulari! Nessuno resiste a scattare una foto davanti a una cascata o a un tramonto, tutte foto uguali, come hanno gloriosamente reso famoso Penelope Umbrico o Kurt Caviezel. C’è appunto chi, come loro, ha reagito alla moltiplicazione e omogeneizzazione delle immagini con un lavoro post-fotografico, come ormai viene chiamato, cioè attingendo dai social per mostrare il lato assurdo del comportamento umano, ormai indecidibile tra automatismo indotto e spontaneità sentita. Altri vogliono entrare nel meccanismo...

Metafotografia / Oltre la fotografia: la metamorfosi dell’immagine

Da millenni trasformiamo figure (narrate, sonore o lette) del linguaggio verbale (o scritto) in immagini mentali, e viceversa. Le immagini evocate da Omero nelle sue narrazioni sono ancora vive oggi. Ognuno poi le visualizza secondo la sua immaginazione e il portato personale. L’efficacia delle immagini contenute in una poesia dipende anche da come suonano i versi, da come sono costruite le sequenze di parole, dal loro accostamento e ritmo. Il passaggio da una figurazione mentale a una traduzione fisica (attraverso il suono di una voce, la stampa di un libro, la realizzazione di un dipinto, di una scultura, di un video, di una fotografia) coinvolge anche uno spostamento di atomi? Secondo Bohr, “quando si arriva agli atomi, il linguaggio va utilizzato come avviene in poesia. Al poeta, infatti, sta a cuore, più che la descrizione dei fatti, la creazione di immagini e di collegamenti mentali”. La medialità delle immagini si estende anche al di là del visivo: nell'uditivo, nell'olfattivo, nel tattile, e nel gusto. Il racconto e le parole stimolano la nostra possibilità immaginativa. Anche quando sentiamo un odore, esperiamo un sapore, tocchiamo qualcosa o qualcuno, il nostro cervello...

Cosa vogliono dire indice e mignolo allungati? / Corna

All’inizio degli anni ’90 l’artista americano Mathew Barney si travestiva da satiro (o da fauno), acconciandosi due robuste corna da capro sulla testa (Envelopa: Drawing Restraint 7 (manual) C, 1993). Un ibrido spaventoso che ricorda quante volte le forme animali siano entrate nell’immaginario e nelle pratiche culturali dell’Occidente dalla Grecia in poi.  Mettersi un paio di corna in testa è stato, forse da sempre, il mezzo più rapido per rappresentare il mondo animale e alludere alla mescolanza tra l’uomo e la bestia: sogno tra i più inquietanti e ricorrenti, dalla mitologia greca alle fiabe, dai fumetti al fantasy. L’elenco sarebbe sconfinato, ma sarebbe piuttosto affollato anche il versante delle pratiche culturali in cui si fa uso di vere o finte corna animali: ad esempio, gli elmi da guerra che presso vari popoli antichi venivano corredati di corna per dare l’impressione che il guerriero fosse più alto e per assicurargli un aspetto più minaccioso. Ma nella quotidianità del contesto italiano, e da secoli, le corna richiamano immediatamente il tradimento tra marito e moglie, tra due fidanzati o tra due amanti; è “cornuto” appunto quello o quella che subisce questo...