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Michelangelo

(11 risultati)

Il demonio dell’iconologia / Jean-Claude Lebensztejn, Figure piscianti

Nel 2013 Jean-Claude Lebensztejn aveva raccolto in volume una serie d’interventi disparati (e alcuni inediti) che tracciavano un perimetro d’azione a prima vista difficilmente identificabile. Vi si trattava, fra l’altro, della punteggiatura di Lautréamont, delle diverse versioni di Perdita del centro dello storico dell’arte nazista Hans Sedlmayr, della magia dell’arte secondo Diderot. Osservando il sommario si poteva essere colti dalla stessa sensazione di spaesamento suscitata da un’ideale bibliografia completa dell’autore. Che cosa riusciva, infatti, a tenere assieme quelle pagine? Tutti gli scritti del volume erano riuniti esplicitamente sotto il segno degli “spostamenti” – Déplacements, appunto, il titolo del libro. Fra i testi si poteva scorgere un contributo, centrale, sul decorum, scaturito da una rilettura della lettera (novembre 1545) di Pietro Aretino a Michelangelo. Per le brevi: l’accusa a Michelangelo era di aver dipinto figure che avrebbero dovuto stare altrove – «in un bagno delitioso, non in un choro supremo si conveniva il far vostro». Da qui, in Mauvais lieu (p. 136 e sg.), Lebensztejn ripercorreva proprio le occorrenze e possibili accezioni di “decoro” in...

Bill Viola e Michelangelo: una polemica inutile?

Una delle cose che più ho amato di Londra, fin dall’inizio, è la possibilità di rileggere il passato alla luce della contemporaneità. Per uno arrivato dall’Italia nella capitale della contemporaneità, sì, altro che Parigi capitale del XX secolo, Londra lo è del futuro, oltre il XXI, qui il passato diventava quello che il passato deve essere: non un tesoro da idolatrare, ma presenze, tracce, spie, rimandi e rimasugli di un altro modo di vivere, di chi ci ha preceduto e lasciato, di cose che ci possono attrarre, condizionare e intrigare, di memorie che sono per sempre morte oppure ancora sotterraneamente pulsanti. Non è il passato di Roma, che è overwhelming, si rivela ad ogni passo e ci travolge: è un passato che affiora qua e là, che non ci viene incontro, ma tocca a noi scoprirlo. Proprio perciò ho sempre amato gli artisti che fondano il loro lavoro su una sfida alla tradizione, per dimostrare la loro genesi e la loro distanza: non per dirci che il passato è ancora presente, secondo una rancida retorica che tanto piace agli accademici italiani, ma per ritrovare noi lì, vedere le nostre radici prima ancora che ci fossimo e disegnare la nostra provenienza al di qua dell’attualità....

Itinerari gaudenziani / Il Rinascimento di Gaudenzio Ferrari

Nonostante sia pressochè sconosciuto al grande pubblico, e a volte, persino agli esperti d'arte, Gaudenzio Ferrari (1475/80 - 1546) appartiene di diritto al gotha dei maestri del nostro Cinquecento, insieme a Leonardo, a Michelangelo, a Raffaello e a Tiziano. Fu attivo in terra lombarda ed in quella che, ora piemontese, un tempo faceva ancora parte del Ducato di Milano. Ma è stata proprio la Regione Piemonte, sostenuta da altri sponsor, a finanziare la recente mostra dal titolo eloquente: Il Rinascimento di Gaudenzio Ferrari.  Curata da Giovanni Agosti e da Jacopo Stoppa, con la supervisione di Gianni Romano, il massimo esperto vivente dell'artista di Valduggia, la rassegna era scandita in tre atti, corrispondenti alle stagioni della vita creativa di Gaudenzio, e si articolava su tre sedi: 1) Varallo. La meglio gioventù. 2) Vercelli. Quella che chiamano maturità. 3) Novara. Rimettersi in gioco.  Accanto alle opere inamovibili, perché contenute nelle chiese sotto forma di affreschi, o di monumentali pale d'altare e nelle cappelle del Sacro Monte, quali sculture e pitture murali, sempre visitabili in situ, vi erano esposte centoventi opere, sia di Gaudenzio, che dei suoi...

Giacomo Serpotta / La ragione dello stucco

Lo stucco finge il marmo, è di minor costo, ma sempre di grande effetto, ha tradizione antichissima e si trova in tutto il mondo, per un motivo principale: tutti hanno bisogno di ornare le proprie dimore. I decoratori in Italia, con tutti i chilometri di chiese e di palazzi che nel barocco c’erano da riempire, certamente non avrebbero potuto fare opere solo con blocchi di marmo di Carrara, bianco abbagliante, come voleva la tradizione dei Gagini, o nemmeno nella linea degli squisiti intarsi mischi di tradizione siciliana. Nel Seicento la pratica era comune, se vi attendeva perfino il gran Bernini, e i maggiori scultori del suo tempo con lui. E poi, più specificamente, in Sicilia non c’erano abbastanza soldi per rifornirsi sempre alle cave di Michelangelo. Palermo, di stretta osservanza bianca, sulla scia della perduta Tribuna del Duomo, affamata di assoluto candore di neve scultorea, continuamente ricorreva allo stucco per le sue figurazioni allegoriche, sempre necessarie per tutte le chiese e gli innumeri oratori.     L’incontro nell’impasto è tra due materiali specialmente: la calce spenta (idrossido di calcio), che ha anche un nome più poetico al suo arco: latte di...

Atelier dell'Errore | The Guardian Animal + other invisible beings / Errore

Cosa sono questi dipinti? Opere d’arte. Non c’è dubbio; ed è anche sicuro che non valga la pena di perdere tempo discutendo a quale definizione di arte ci riferiamo. Le definizioni devono andare incontro alla bellezza e alla forza delle immagini, per consentirci di capirle meglio. Non saranno certo le immagini – straordinarie come queste – a muoversi per venire incontro alle definizioni. Queste figure hanno bellezza e potenza, proprio come i capolavori di molti pittori riconosciuti come tali, recensiti, esposti, quotati. Dunque il loro statuto e la loro vita potrebbero divenire in tutto simili a quelle degli artisti “normali”, che già conosciamo? No. E per un motivo che non sta scritto da nessuna parte, eppure è inscritto nei dipinti stessi. Allora, quello che distingue questi pittori da quelli professionisti potrebbe essere l’alterazione formale delle immagini, che si ripetono in ogni autore e a noi fanno intuire la “disabilità”, la sofferenza insomma, che caratterizza ognuno di loro? Neppure. Anche molti artisti che consideriamo classici dipingevano corpi che non corrispondono alla realtà, bensì a una deformazione che ognuno le imprimeva: ripassiamoci mentalmente Michelangelo,...

Oggi Peter Sloterdijk al Festival Filosofia / Il dio visibile

Manfred Osten: Attualmente sembra incombere una catastrofe riconducibile innanzitutto all’incontro tra la cupidigia e il denaro. Pare in ciò che lo spirito sia andato smarrito e ritengo sia necessario chiedersi se siano inevitabilmente da accettare le tendenze che oggigiorno si possono osservare nell’economia dei mercati finanziari o se sia meglio rivolgersi a Karl Valentin, secondo il quale, in realtà, tutti gli uomini sono buoni mentre solo la gente è cattiva. La domanda, quindi, è se vale ancora quello che dicono i vangeli, ossia che lo spirito soffia dove vuole e non dove vuole il denaro.  Signor Sloterdijk, sul settimanale Die Zeit lei ha accennato al fatto che sarebbe possibile uscire dall’attuale crisi provocata dal denaro e dalla cupidigia se riuscissimo a togliere di mezzo il folle sistema politico-finanziario che da circa vent’anni ci è stato imposto dall’ignoranza e dalle buone intenzioni dei politici. In che modo, allora, potremmo uscire da questo «folle sistema»?   Peter Sloterdijk: Se volessimo ricostruire le motivazioni per cui i politici europei dell’epoca hanno sviluppato l’euro, le ragioni per cui hanno infilato di nascosto i greci – reputando la Grecia...

David LaChapelle. Dopo il Diluvio

Celebrating di Veronica Vituzzi   La fine di una civiltà porta sempre con sé un cumulo di macerie, cadaveri, rovine semi carbonizzate di un'epoca colma di corpi e oggetti. Dopo il Diluvio, retrospettiva sul lavoro di David LaChapelle in mostra fino al 13 settembre al Palazzo delle Esposizioni di Roma, cattura in immagini il crollo fantasticato della nostra cultura ipermediatica e lo racconta secondo quello che a prima vista potrebbe essere considerato il canone estetico più diffuso del nostro tempo, ovvero quello di una società dello spettacolo estremamente fotoritoccata. La trasposizione nel contesto del presente di un'icona o un topos narrativo sedimentati nella coscienza culturale è un evento necessario per estrapolare dal passato quei dati emotivi o concettuali che continuano ad agire dentro l'essere umano; e la morte di una civiltà presuppone, ben più degli specifici decessi biologici, la fine delle idee, dei pensieri, e soprattutto della capacità di immaginazione di un popolo, lasciando solo i resti dei prodotti culturali da esso realizzati. In Il diluvio, David LaChapelle descrive la distruzione...

1961. Pasolini in India ovvero questa enorme folla vestita praticamente di asciugamani

1. (mappa)       La Malabar Hill con le sue palazzine residenziali degne dei Parioli (p. 8) un paesaggio da cartolina esotica dell’ottocento, da arazzo da Porta Portese (p. 10) Sundar viene da Haiderabad, dove ha la famiglia; cerca fortuna a Bombay, come un ragazzo calabrese può venire a Roma (p. 12) a Bombay, con chilometri di strada nelle gambe, camminavo per il lungomare… imparando a conoscere passo per passo quel nuovo mondo, così come avevo conosciuto passo passo, camminando solo, muto, la periferia romana (p. 19) gli uomini obbedivano alla donna anziana, pazienti e subordinati… questa situazione non mi era nuova: anche tra i contadini friulani succede qualcosa di simile, in certe usanze rustiche, sopravvissute al paganesimo (p. 22) eppure gli indiani si alzano col sole, rassegnati, e rassegnati, cominciano a darsi da fare: è un girare a vuoto per tutto il giorno, un po’ come si vede a Napoli, ma qui con risultati incomparabilmente più miserandi (p. 25) [il santone] camminava altezzoso col petto in fuori, senza degnare di uno sguardo i fedeli. Sembrava un capufficio che passasse per il corridoio tra gli uscieri e i fattorini (p. 36) Suor Teresa...

Non sei mai stata così bella

Non sei mai stata così bella, oltre a essere uno scatenato musical con Fred Astaire e Rita Hayworth, è una di quelle frasi che gli sceneggiatori dell’epoca d’oro di Hollywood mettevano in bocca a fidanzati impacciati che cercavano di ottenere il bacio di fine serata dalle Doris Day di turno.   «Milano non è mai stata così bella» è anche una frase che si sente risuonare in questi giorni girando per la città: la Darsena finalmente riempita d’acqua, il Centro messo a nuovo e un fiorire di iniziative, mostre, concerti, incontri che gonfiano le gote dei lodatori della città. Orgoglio meneghino? Concerto di bauscia? Può darsi, ma lo spirito autoincensatorio cittadino va insieme alle lamentele sul fatto che i famosi turisti dell’EXPO in città non arrivano. La delusione dei negozianti e dei ristoranti, gli «io lo avevo detto» dei taxisti, trovano ampio spazio nelle pagine locali dei quotidiani.   Fondazione Prada, Milano, veduta della mostra "Serial Classic" a cura di Salvatore Settis   2,7 milioni è il numero ufficiale dei visitatori del...

Robert Mapplethorpe. La ninfa Fotografia

Svelarsi attraverso la costrizione della forma è il paradosso per eccellenza di ogni linguaggio. Il processo stesso di tradurre un pensiero in un'espressione di qualsiasi genere comporta una distanza, uno spostamento fra una verità originaria e la sua effettiva concretizzazione. Ogni cosa, per acquistare un senso percepibile, deve costringersi all'interno di un perimetro che la escluda da tutto il resto, sia una forma materiale, un segno o una parola. L'inquadratura fotografica ne è il fondamentale paradigma visivo: un'immagine ritagliata dal costante scorrere del tempo, che si astrae dall'esistenza in movimento per assumere un senso autonomo, un contenuto imbrigliato in una struttura. Più il significato scalcia ai margini più questi lo trattengono rigidamente. Lo Schiavo Morente di Michelangelo rappresentava idealmente questa relazione fra significato e significante, con la pietra che si animava e allo stesso tempo lottava per straripare dal marmo.   Robert Mapplethorpe ha spesso rivelato di aver sempre avuto un'inclinazione verso la scultura. “Vedeva” le persone come statue, e solo per la particolare epoca storica in cui ha vissuto si è rivolto – dopo una prima esperienza...

Arte e religione: una storia finita?

"Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile: Non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sottoterra" (Es 20, 2-4). Dio si rivolge con queste parole al gruppo di discendenti di Abramo, fuggiaschi riluttanti guidati da Mosè – anche lui inizialmente ben poco entusiasta dell'incarico –, che ha convocato ai piedi del monte Oreb/Sinai affinché ascoltino la sua proposta di alleanza. A queste parole si fa risalire anche la proibizione di rappresentare Dio con immagini di qualunque genere. Rispettata rigorosamente ancora oggi sia dall'Ebraismo che dall'Islam, essa non ha impedito, invece, al Cristianesimo di colmare le chiese di dipinti e, più tardi, di sculture, raffiguranti personaggi biblici, scene evangeliche e Dio stesso, cosicché si può dire che l'arte occidentale è stata per molti secoli soprattutto arte sacra. Come si è arrivati da questa divina proibizione...