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Paolo Diacono

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Carnet geoanarchico 14 / Ars cosmographica

«Il mondo pareva ricondotto al silenzio di ere lontanissime». Non è il finale di un romanzo distopico, è il secondo libro della Storia dei Longobardi di Paolo Diacono nel punto in cui racconta la pandemia di peste bubbonica che infuriò in Europa tra il 541 e il 542 d.C. e che a Costantinopoli, come riporta Procopio di Cesarea, arrivò a uccidere tra le 5000 e le 10.000 persone al giorno. Nell’agosto del 2013 una carota glaciale estratta sul Colle Gnifetti nel massiccio del Monte Rosa è stata analizzata con sistemi ad alta definizione e ha permesso di datare con grande esattezza alcuni eventi vulcanici di vaste proporzioni. Le particelle di tephra ritrovate nel ghiaccio, risalenti al 535-536 d.C. e riferibili alla catastrofica eruzione di un vulcano islandese (altri parlano invece del Krakatoa), ci raccontano un’anomalia climatica che coincide con svariate notizie contenute nelle cronache alto-medievali. Il 536 fu un anno freddissimo, caratterizzato da abbondanti nevicate estive che distrussero i raccolti e generarono enormi carestie, dalla Cina all’America Latina. Come un inverno nucleare di proporzioni planetarie, le polveri dell’eruzione schermarono i raggi solari e abbassarono...

Paolo Diacono a Benevento

Non poteva esimersi dal concedersi ogni giorno il piacere di parlare in greco. Paolo Diacono, al secolo Paolo di Warnefrit, era infatti convinto, senza sapersene spiegare il motivo, che, prima o poi, la dimestichezza con quella lingua gli sarebbe tornata utile. Al termine delle sue consuete orazioni mattutine si tratteneva, perciò, a conversare un poco con Dmitri, uno degli artisti siriaci impegnati ad affrescare la chiesa di santa Sofia.   Viveva a Benevento ormai da più di un lustro, da quando vi era giunto per scortarvi la giovane Adelperga, figlia di Desiderio, re dei Longobardi e sua diletta allieva, andata in sposa al duca Arechi II che governava su quella città e su tutto il territorio del Sannio.   Le sue giornate trascorrevano frenetiche, scandite dai numerosi impegni di cancelleria che la sua qualifica di stolesaiz, di capo dei dignitari di corte, gli imponeva, sommati ai suoi soliti, di lettura, di studio, di scrittura e d’insegnamento, pertanto quel preludio mattutino costituiva per lui l’irrinunciabile pausa di decantazione prima d’immergersi nel duro lavoro.   Adelperga si sfilò il soggolo, il...