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Patrizia Valduga

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Breve storia della stupidità

Capita a volte, in sede privata ma anche in occasioni pubbliche, indotti da emotività o dal desiderio di arrivare con immediatezza all’interlocutore, di usare in modo superficiale o sbrigativo certe parole e espressioni dando per scontato il loro senso a partire dall’uso più comune, che non sempre corrisponde a ciò che si pensa davvero. O a ciò che si crede di pensare. Così sono le benvenute le occasioni in cui si incontra qualcuno che alle parole dà un peso sempre, che non le usa mai nel loro versante apparentemente più scontato e diretto. Una poetessa per esempio. Anche a costo di salutari disguidi, che poi per fortuna si possono sciogliere in una considerazione reciproca migliore. È quello che mi è capitato a Bookpride, dove ho avuto modo di dialogare con Patrizia Valduga, che ha appena pubblicato Poesie erotiche per Einaudi, quando riprendendo alcuni suoi riferimenti a William Blake, ho parlato di stupidità menzionando una frase di Blake: “To Generalize is to be an Idiot; To Particularize is the Alone Distinction of Merit” (“Generalizzare è essere Stupido, Particolarizzare è l'Unica Distinzione di Merito”) e un verso tratto dal poema Jerusalem: “He who would do good to another...

Tavoli | Patrizia Valduga

Il passato è geometrico, dice il tavolo di Patrizia Valduga. Ha ammaccature, bordi consumati, libri che si aprono e non si chiudono mai, fogli dalle estremità smozzicate, blackout. Laggiù, la corrente se ne va e non torna per ore, la musica si interrompe, le matite si perdono, le gomme da cancellare ingrigiscono, le lampade si spengono all’improvviso. Eppure, quando la luce colpisce il tavolo, la perfezione geometrica del passato appare intatta. Il legno della sedia non rivela nessuna screpolatura, a un libro chiuso corrisponde un libro aperto, le distanze tra i Lari sono perfettamente simmetriche, i fogli in uso sono a debita distanza dalle Vere Presenze, il Mac è un totem, e anche l’incongrua apparizione di due pesi da un chilo in posizione opposta rispetto a Flaubert non suggerisce una trasgressione dell’ordine. Anzi, in un suo modo misterioso sembra confermarlo, come se tutti gli oggetti presenti sul tavolo finissero per parlare in fondo un’unica lingua simbolica. Il tavolo compenetra i tempi, fa dialogare presente e passato, convoca la tradizione finché, con assoluta naturalezza, possa diventare parte integrante del...