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Philippe Jordan

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Il Moses und Aron di Castellucci a Parigi

“Una notte negativa e abbagliante di bianchezza”. Per percepire qualcosa della noche oscura tirata in bianco da Romeo Castellucci sul palcoscenico del Moses und Aron di Schönberg andato in scena all’Opéra Bastille di Parigi con la direzione di Philippe Jordan, bisogna paradossalmente cominciare col credere ai propri occhi e con l’affidarsi ai miraggi del suo deserto. E il primo di questi miraggi è un grande, solido, stagliato (così stagliato da apparire iperreale) Revox che sovrasta l’arco di proscenio con le sue bobine che girano lente – il movimento è quello fatale e stupefacente dell’automatismo d’antan, il fascino quello della vecchia fantascienza – riversando il nastro magnetico tra le mani di un’ombra che lo accoglie e lo aggroviglia con la tormentata rassegnazione di chi vorrebbe, ma non può, rifiutare un dono soverchiante. È Mosè che, come tutti i chiamati, tenta anzitutto di respingere l’investitura della profezia con cui lo avvolge la voce del roveto ardente, preferirebbe continuare a guidare le sue greggi, piuttosto che il popolo improvvisamente eletto...