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Robert Kusmirowski

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Abitare / La capanna di Unabomber

Il 3 aprile 1996 Theodore Kacynski fu arrestato nella sua capanna nei pressi di Lincoln in Montana in quanto identificato come il temibile Unabomber, l’attentatore cui da diversi decenni al FBI dava la caccia. Nel 1995 era stato diffuso un suo manifesto intitolato: “La società industriale e il suo futuro”. Da qualche mese si è aperta presso la Fondazione Prada di Venezia la mostra “Machines à penser” dedicata a tre celebri “capanne” di tre filosofi tedeschi: Adorno, Heidegger e Wittgenstein, rappresentate attraverso fotografie e immagini. Nel numero del febbraio 2017 della rivista di architettura “Domus” Michael Jacob ha pubblicato un breve testo dedicato a un’altra celebre capanna, quella di Unabomber, ripresa e riprodotta da artisti contemporanei. Riprendiamo qui quel testo che ci sembra un’interessante riflessione sul tema dell’abitare. Di Michael Jakob, saggista e scrittore segnaliamo anche l’intervista apparsa su doppiozero (m.b.).   A comprendere meglio il mondo in cui abitiamo. La ‘casa’, a prima vista piuttosto banale, di Ted Kaczynski, detto Unabomber, fa parte di questa categoria di oggetti. Kaczynski, ricordiamolo brevemente, è quel precocissimo matematico...

One on one

Il KW Institute for Contemporary Art, spazio espositivo di forte impronta sperimentale nel Mitte berlinese, è un sismografo sensibile alle vibrazioni discorsive dell’arte e sull’arte contemporanea fin dagli inizi degli anni novanta. Il direttore Klaus Biesenbach fonda nel 1996 la Biennale di Berlino, arrivata lo scorso anno alla sua settima edizione. Curata da Artur Żmijewski, Joanna Warsza e dal gruppo Voina, dal 27 aprile al 1 luglio 2012 aveva proposto modelli d’azione per integrare pratiche artistiche in forme di attivismo politico, liberare la vocazione dell’arte da futilità estetiche e frivolezze di mercato e ricondurla a servizio di un programma rivoluzionario. Ora i ricordi degli slogan primavera/estate – “Forget Fear”, “P/Act up for Art” –, degli statement incalzanti – “Confrontation is the Order of the Day” –, del vocio dei megafoni e degli strimpellamenti di chitarre nella tendopoli dell’Occupy Movement sbiadiscono. Non solo per il ritorno critico deluso, a tratti accanito, e pressoché uniformemente negativo della Biennale – ma anche per l’impatto...