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Stefano Valenti

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Rosso nella notte bianca / Valenti. La follia della vendetta

Bianca è la neve, il «bianco incorrotto del mondo» che annulla ogni forza, ogni violenza, ogni voce, bianchi sono i gas tossici e la polvere nel cotonificio e il cielo vuoto di novembre, chiuso a rimpianti e preghiere.  Nero è il fumo di un recinto di bestie a cui viene dato fuoco, il colore dentro le palpebre chiuse mentre si ascolta il lamento degli animali che bruciano e si viene trascinati via dai fascisti, neri sono i fascisti, nero è il fango che appesantisce la fuga e ciò che resta sui muri di una casa bruciata, nero è il nome di Nerina. Rosso è la lotta, la vergogna, la colpa, il fuoco che brucia, rosse sono le budella e il sangue che macchia e che tutto lava, rossa è la vendetta, rossi i capelli di Ulisse, Rosso il suo nome di battaglia sui monti. Dal titolo alla copertina, fin dentro le storie dei personaggi, Rosso nella notte bianca ((Feltrinelli, p. 160, € 12), l'ultimo romanzo di Stefano Valenti è interamente impregnato di questo cromatismo.   Ulisse Bonfanti eredita dalla madre Giuditta l'origine contadina, il destino di miserabile in una Valtellina arida e ingrata e una fede che non vacilla. Una fede che si fa forte, invece, di tormenti e paura, elaborando...

Scrittori in fabbrica

La dismissione è un crollo, l’assenza è tempo libero, i cicli di produzione diventano esperienza autobiografica slegata da ogni vincolo di classe all’interno del generale appiattimento determinato dal precariato. La classe operaia non esiste più, si sa; ma gli operai resistono tra una chiusura e l’altra e raccontare le loro storie spesso significa attraversare un deserto di senso dentro cui non ha più alcun valore la razionalità alienante dell’organizzazione, del lavoro e di quella che una volta era la dura vita di fabbrica.   Oggi di duro è rimasta la vita tout court al cui centro non domina la dignità del lavoro e della lotta sindacale, ma la malattia: ultimo e unico residuo di una cultura ormai tutta rinchiusa nel Novecento (almeno in occidente) che prometteva emancipazione e benessere. Promesse in parte certamente mantenute, ma al prezzo in primis della vita stessa di chi oggi si ritrova reduce di una sterminata folla di compagni (così ci si chiama in fabbrica, al di là dei credi e delle tessere: i colleghi sono quelli con i colletti bianchi) uccisi sul lavoro e dal lavoro e al prezzo...