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Thomas Mann

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Maselli alla Milanesiana / Citto, ma come hai fatto?

Con quell’eleganza della quale solo la gentilezza è custode, Citto Maselli ringrazia chiunque incroci il suo percorso. Con due occhi attenti che sembrano stare perennemente dietro all’amata cinepresa, intenti a fendere il mondo, cercando di trovarne una chiave di lettura. Sulla soglia degli 89 anni, nei giorni scorsi il regista romano è stato ospite del festival La Milanesiana, ideato e diretto da Elisabetta Sgarbi; un’occasione per tornare ad attraversare il suo cinema attraverso pellicole come Gli sbandati (1955), Gli indifferenti (1964), Il sospetto (1975) e l’ultimo lavoro Le ombre rosse (2009), intrise di impegno e ideologia, di desiderio e rivoluzione, con una coerenza che oggi lo rende uno dei grandi maestri della tradizione cinematografica italiana.    Milano l’ha omaggiata con un meritato premio alla carriera. Come si sente quando la chiamano Maestro? È una parola che mi fa sempre un po’ ridere, mi lascia attonito. Recentemente Valeria Golino ha dichiarato che ogni volta che ha un dubbio dietro alla macchina da presa si chiede “Citto come l’avrebbe fatta?”. Mi ha colpito perché era la domanda che mi facevo pensando a Visconti, quando avevo dubbi sulla scena mi...

Il nuovo è meglio del vecchio / Giovanni Pirelli ricomposto

Nel marzo 1948, nell’imminenza delle prime elezioni politiche, Indro Montanelli accusò Giovanni Pirelli di “diserzione”, di essere passato dalla parte del nemico in un momento di guerra: “il cadavere di Masaryk è lì a testimoniare”. Sono i giorni caldissimi che precedono il 18 aprile 1948, ma Pirelli non rispose al giornalista toscano, la sua scelta di campo l’aveva già fatta e votò senza pentimenti per il Fronte Popolare. Accadde cinque anni prima: “La mia scala? L’ho bruciata. È successo in Russia, se ben ricordo, c’era la ritirata, faceva freddo. Se ben ricordo, non ho più avuto scale di valori”. Nato nel 1918, Giovanni è il figlio maschio primogenito di Alberto Pirelli, il più importante e capace industriale italiano del suo tempo, e di Ludovica Zambelletti, che proviene da una famiglia di imprenditori farmaceutici varesini. Ha due sorelle, Elena e Ludovica, e un fratello più piccolo, Leopoldo. Ha fatto a tempo a conoscere il nonno Giovan Battista, il fondatore della Pirelli e C.. “Sono cresciuto all’ombra di una grande fabbrica, nel fischio delle sue sirene, nel suo odore; l’odore della gomma quando viene vulcanizzata. Mi si diceva: “un giorno ne diventerai capo, se ne sarai...

Furio Jesi, Germania segreta / Fare chiarezza nel tempo dei miti

Dopo aver corrisposto con lui per circa un anno, finalmente nel maggio del 1965 Furio Jesi incontra a Torino Károly Kerényi, che egli considera il proprio maestro, “la persona da cui ho imparato di più in materia di mitologia” come scriverà in uno dei saggi dedicati allo studioso ungherese. I due percorrono le sale della Pinacoteca Sabauda. Kerényi si ferma davanti a un quadro di Francesco Albani che raffigura il ratto di Proserpina, estrae un taccuino e prende appunti. Di fronte a quella scena mitologica Jesi chiede a Kerényi cosa pensi della tonalità estremamente serena con cui è rappresentata l’irruzione demoniaca della divinità infernale. Con uguale serenità, il maestro risponde: “Ade non era un dèmone, ma un dio”. Questa risposta ebbe su Jesi l’effetto di una rivelazione e segnò l’inizio di quella che egli chiama – con un termine tipicamente kerényiano – la propria “guarigione”. In cosa consiste questa rivelazione dagli esiti terapeutici? È Jesi stesso a raccontarlo in una lettera inviata a Kerényi poco dopo il loro incontro: “Le Sue parole dinnanzi a quei dipinti (…) mi hanno rivelato ciò che già dentro di me si stava preparando, e cioè che il mito – il mito genuino – non è...

Ritorno al futuro / "L'uomo senza qualità" e la nostra confusione

In una breve nota di commento alla pubblicazione del primo volume de L'uomo senza qualità di Robert Musil del 1932 (trad. it. Einaudi, 2014), Thomas Mann si richiamava ad un principio di "ordine, senso e poesia" quale prodotto di una "necessità vitale", nel contesto di "un'epoca di desolato disordine e assenza di senso"; in quest'ottica egli scriveva: "L'uomo senza qualità è un libro attuale nel senso più profondo del termine” (Robert Musil, "L'uomo senza qualità" in Nobiltà dello spirito e altri saggi, Mondadori, 1997).   Tale anelito verso una "necessità vitale" in merito alla ricerca del senso di un'epoca tradisce lo spirito goethiano che animava il Mann degli anni '30, e basterebbe forse da solo per indurre ad adottare il monumentale romanzo-saggio di Musil quale viatico cui affidarsi per indagare la profonda crisi del significato che affligge il nostro tempo e il sentimento di paura generalizzato che sta mettendo in discussione gli ideali di progresso e le speranze nel futuro della nostra civiltà. Nel rifarci a quel principio di attualità evocato da Thomas Mann in un'epoca che vedeva allungarsi sull'Europa le ombre minacciose del nazismo e della guerra, possiamo in...

Ritorno al futuro / Kurt Tucholsky. Deutschland Deutschland

Continua il nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi.  Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.   La sera del 10 maggio 1933, in piazza dell’Opera, gli studenti dell’Università di Berlino scaricarono dai camion con cui erano arrivati migliaia di libri e li diedero alle fiamme in un enorme falò. Joseph Goebbels catechizzò i presenti con un vibrante discorso contro l’“arte degenerata” e contro “l’esagerato intellettualismo ebraico”, la cui era “è finita”. Esistono ancora raggelanti immagini di quell’evento che si possono vedere qui. Questi gli autori le cui opere vennero date alle fiamme: Karl Marx, Bertolt Brecht, Thomas Mann, Joseph Roth, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin, Herbert Marcuse, Ludwig Wittgenstein, Hannah Arendt, Edith Stein, Max Weber, Erich Fromm, Walter Gropius, Paul Klee, Wassili Kandinsky, Piet Mondrian, Albert Einstein, Sigmund Freud, Fritz Lang, Franz Murnau. E Kurt Tucholsky – che oggi è probabilmente il meno ricordato in questo Gotha dell’intellighentsia...

Wolfram Eilenberger / Il tempo degli stregoni

Perché il mare procelloso in copertina? Perché Il tempo degli stregoni di Wolfram Eilenberger (tr. it. di Flavio Cuniberto, Feltrinelli, pp.401, € 25) vuole parlare di un naufragio, quello della Germania degli anni Venti del XX secolo. Copertina decisamente non bella, per trasmettere un’idea che forse poteva essere comunicata diversamente. Ma tant’è. E poi quel titolo “stregoni”, che traduce la parola tedesca “Zauberer”, che prima che “stregoni” vuol dire “maghi”, termine che è più vicino all’ambito dell’epoca, a Thomas Mann, ma anche a Goethe. Stregone è in italiano una parola che assume un significato decisamente negativo, da magia nera. Dei quattro filosofi di cui tratta Eilenberger – Heidegger, Wittgenstein, Benjamin e Cassirer – solo uno può essere avvicinato alla stregoneria: Heidegger. Gli altri tre non possiedono nulla del genere. Se c’è un aspetto delle loro magie che può essere evocato, è quello espresso piuttosto dal polo opposto, dal bianco.       Il volume del quarantenne tedesco, nato a Friburgo e fondatore di “Philosophie Magazin”, vuole raccontare le vicende personali e pubbliche dei quattro autori nel decennio che va dal 1919 al 1929, quello...

L’episodio inedito di “Paisà” / Il cappellano, di Klaus Mann

Nebbia, nuvole, aspre montagne, strade incerte tra cime e precipizi. Edifici distrutti dalla guerra. Fango, fango. Un pantano di neve sciolta. Fango e nebbia a perdita d’occhio. Siamo al Passo della Futa. Natale 1944. Le truppe anglo-americane sono attestate sulla linea gotica, in attesa di sferrare l’offensiva verso Bologna. Un Natale di guerra. Un cappellano militare americano predica ai combattenti di scacciare l’odio dal proprio cuore, anche contro il nemico. E si prepara a dare qualche segno di gioia ai miseri bambini del posto: caramelle, gomme da masticare, cioccolata, scatolette, un povero albero di Natale, qualche giocattolo… La festa avviene nella casa della moglie del podestà fascista, misteriosamente scomparso. Ernesto, il figlio storpio della donna, osserva da fuori, corrucciato, sognando una grande impresa sulle tracce del padre irriducibile fascista, disprezzando le concessioni al nemico…     The Chaplain (Il cappellano) è la sceneggiatura finora inedita di quello che doveva essere un episodio del film Paisà di Roberto Rossellini. È stata scritta da Klaus Mann, figlio del grande Thomas e scrittore egli stesso, autore del romanzo Mephisto, fiero oppositore...

Musica e politica / Il ritorno del nazionalismo musicale

In un passo del Doktor Faustus di Thomas Mann il narratore incontra all’uscita da un concerto un intellettuale nazionalista. L’episodio è ambientato negli anni Venti, a metà strada tra la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale e l’ascesa al potere di Hitler:    Mi bloccò in una conversazione, che da parte sua cominciò con una critica del programma di quella sera: questo accostamento di Berlioz e Wagner, di virtuosismo latino e magistero artistico tedesco, era una mancanza di gusto, che oltretutto non riusciva a nascondere un’intenzione politica. Sapeva troppo di intesa franco-tedesca e di pacifismo, e infatti questo Edschmidt [il direttore d’orchestra] era noto per essere un repubblicano e inaffidabile da un punto di vista nazionale. Questo pensiero gli aveva rovinato tutta la serata. Purtroppo oggi era diventato tutto politica, non c’era più purezza spirituale da nessuna parte. Per resistere a questa tendenza era necessario prima di tutto che alla testa delle grandi orchestre ci fossero uomini di sentimenti indubitabilmente tedeschi.  Io non gli dissi che era lui a politicizzare la questione, e che la parola ‘tedesco’ oggi non era affatto sinonimo di...

Una storia europea occultata e dimenticata / Mariupol e l’oblio della storia

Sie kam aus Mariupol, Veniva da Mariupol, l’ultimo libro di Natascha Wodin, che ha ottenuto quest’anno il premio della Leipziger Buchmesse, tocca uno dei capitoli più oscuri e meno indagati della storia della Germania nazista, quello della deportazione dei lavoratori coatti dall’Est Europa, della loro discriminazione nel dopoguerra e del loro successivo mancato risarcimento, chiamando in causa quindi la più ampia questione della responsabilità storica della Germania, oggi quanto mai politicamente attuale. Wodin è una scrittrice ucraina di lingua tedesca, di una generazione di scrittori transnazionali che precede quella che recentemente ha dato vita a una letteratura europea che travalica le ‘comunità immaginate’ delle nazioni. In Germania, a partire dalla svolta del millennio, questi scrittori hanno occupato sempre più stabilmente il panorama editoriale, cambiandone gli equilibri e imponendosi sul mercato e nelle competizioni letterarie più importanti in modo forse unico in Europa, anche tenendo conto che la letteratura tedesca non ha una produzione di stampo postcoloniale come quella inglese o francese.   Forse proprio perché, come diceva Thomas Mann, la Germania è sempre...

Un esorcismo della pressione del tempo storico / Il romanzo saggio: crisi della modernità

Due anni dopo Il romanzo massimalista (Bompiani 2015), dedicato alla narrativa contemporanea (il sottotitolo della versione inglese suona From Thomas Pynchon’s Gravity’s Rainbow to Roberto Bolaño’s 2666), ecco un’altra prova del giovane e valente comparatista Stefano Ercolino, attualmente in forza alla Yonsei University di Seoul, sul quale aveva fatto in tempo a intervenire il compianto Remo Ceserani (La generazione Telemaco e la critica letteraria, «Alias», 13 luglio 2014). Il romanzo-saggio 1884-1947 (Bompiani 2017, pp. 300, € 13), scritto originariamente in inglese e tradotto in italiano da Lorenzo Marchese, sostiene una tesi molto chiara e accuratamente definita: dall’esaurimento dell’estetica naturalista si sviluppa in Europa tra la fine dell’800 e la metà del ’900 un nuovo genere, risultante appunto dalla fusione di romanzo e saggio. Gli estremi cronologici coincidono con la pubblicazione di À rebours (Controcorrente) di Joris-Karl Huysmans e del Doktor Faustus di Thomas Mann. Le pietre miliari del novel-essay – accanto ad altri due titoli degli stessi autori, Là-bas e La montagna magica – sono due trilogie, Inferno di August Strindberg e I sonnambuli di...

Bisogna bruciare Siti?

«“Mettermelo in culo”, disse, con tranquilla innocenza, Ernesto»: così risponde un ragazzino sedicenne, nella Trieste del 1880, a un uomo adulto che gli ha fatto capire le sue intenzioni erotiche e gli ha dichiarato, in dialetto, e usando un rispettosissimo pronome di terza persona, «non sa cosa mi piacerebbe tanto farle?». La forza eversiva, scandalosa, della battuta, circondata da un’aura che si percepisce ancora oggi, composta dalla magica rarefazione del dialogo, della situazione imbarazzante, della differenza di classe (Ernesto è colto, di famiglia medio borghese, il bracciante è povero, usa quasi sempre la lingua del popolo), non sta certo nel termine usato e nell’atto che presuppone. Nell’Italia del 1975, quando esce il romanzetto di iniziazione scritto da Umberto Saba durante un soggiorno in clinica più di vent’anni prima, e mai pubblicato, il termine e il verbo hanno di sicuro perso forza e peso. E qualcuno potrebbe sempre rifarsi allo stesso atto che Lawrence mette in scena tra la consueta e ormai desueta Connie Chatterley e il guardiacaccia, oppure contare quanta frequenza ha lo stesso atto in una pagina di Sade, dove, come insegna Barthes, il coito anale ha uno...

In conversazione con Riccardo Giacconi / Il teatro dei sonnambuli

Riccardo Giacconi: La mattina del 30 ottobre 1911, mentre si trova nel cortile della caserma Cialdini di Bologna in attesa della partenza per la guerra di Libia, il soldato Augusto Masetti spara un colpo di fucile contro il tenente colonnello Stroppa, ferendolo a una spalla. Una volta interrogato, Masetti dirà di non ricordarsi di nulla, e che per questo motivo non può pentirsi. Vorrei iniziare parlando del tuo libro Suggestione (Bollati Boringhieri, Torino 2011) e, in particolare, di questo episodio, legato ai temi del libro, ma che hai deciso di non includere.   Andrea Cavalletti: È questa, in effetti, l’epoca delle amnesie, delle depersonalizzazioni, della suggestione. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si moltiplicano i casi di doppia personalità, o di donne e uomini che spariscono e, dimentichi di sé, iniziano altrove una vita nuova. La vicenda dell’anarchico Masetti rientra in questo panorama, e ha perciò radici lontane. Come la parola ‘suggestione’ nominava allora ciò che alla fine Settecento si chiamava ‘mesmerismo’ o ‘magnetismo animale’, così nella perdita e nello sdoppiamento della personalità si rinnovava l’antica storia delle possessioni. Detto...

Non tutte le strade sono aperte / Sulla Transiberiana

«Non cercavamo l'avventura, ma soltanto un attimo di respiro, in paesi nei quali le leggi della nostra civiltà non valevano ancora». Tra 1939 e il 1940 due donne di trentuno e trentasei anni partono dalla Svizzera con una Ford. Si lasciano alle spalle un'Europa che sta implodendo e guidano, guidano verso Est, attraversando l'Anatolia, l'Iran, l'Afghanistan fino all'Hindu Kush, a un passo dalla Cina. Una delle due, Ella Maillart, proseguirà fino in India. L'altra, Annemarie Schwarzenbach, si sentirà in dovere di tornare indietro, di raggiungere i fratelli Mann e affrontare di petto la Storia.  Annemarie ed Ella son fatte di sostanze diverse e son spinte al viaggio da opposte urgenze. La prima, come la definì Thomas Mann, era un angelo inconsolabile, devastato, viva e leggera come l'aria e insieme imprigionata in un denso abisso interiore fatto di crisi di panico e morfina; la seconda era una donna libera, sana. Entrambe scrivevano: Ella «scriveva per viaggiare» – Annemarie «viaggiava per scrivere».  Leggendo Tutte le strade sono aperte, diario di viaggio della Schwarzenbach riedito dal Saggiatore nel 2015, l'impressione di quest'instancabile perdersi a levante si fa...

Metafore dell’oblio / Delete, l’arte di dimenticare

Prologo: B.I.   Inizierò con un prologo. Nell'aprile del 1995 comparve sulla rivista «Iride. Filosofia e discussione pubblica» un mio saggio dal titolo: Il velo e il fiume. Riflessioni sulle metafore dell'oblio. Quando l'articolo uscì non sapevo ancora che il mondo sarebbe cambiato di lì a pochissimo per me e per molte altre persone comuni (per gli addetti ai lavori ovviamente già prima); proprio due mesi dopo mi recai negli USA con una fellowship e lì, nella biblioteca dell'Università di Princeton, assistetti per la prima volta alle prestazioni di Internet; mi fecero infatti vedere come era possibile collegarsi a siti di altre università e entrare in relazione col mondo. Nel 1996, prendendo servizio all'università a Lugano, ebbi il mio primo indirizzo elettronico e la possibilità di mettermi in contatto con la posta elettronica con chiunque sulla terra avesse un analogo indirizzo. Di quel momento alla Firestone Library ho il ricordo vivissimo di un'esperienza sconvolgente, mentre di altri momenti trascorsi a Princeton conservo un ricordo sbiadito. In questo prologo, intitolato b.I., before Internet, ho usato alcune metafore della memoria e dell'oblio per poter raccontare...

L’uomo che cade. Un’eredità di Calvino

Trent’anni dopo la sua morte, va riconosciuta a Calvino un’identità netta, fra le altre possibili, di scrittore razionalista messo di fronte all’irrazionalità profonda di un mondo che si sviluppa verso la sua estinzione senza la possibilità di trovare un appiglio. A rileggere le sue opere cercando di scansare la lettura di un Calvino mercuriale, limpidamente sereno, persino olimpico nel suo equilibrio continuamente aggiornato, continua a sorprendere quanto lo scrittore ligure abbia raccontato, più o meno nel corso di tutta la sua produzione, l’avventura di una mente rigorosa fino all’estremo, capace però, a ogni passo, di specchiarsi nel suo rovescio radicalmente negativo. C’è dietro una personalità autoriale che si mostra soprattutto quando viene meno quasi del tutto, con gli anni Sessanta, la diretta vocazione civile e politica della sua scrittura, dopo il congedo provvisorio della Giornata di uno scrutatore (1963); trova la sua piena realizzazione nel Calvino più “francese”, immaginifico e combinatorio che affiorerà con più decisione dagli anni Settanta in poi,...

Lo spirito universale della narrazione

Il titolo di questa comunicazione suona forse troppo enfatico. È quasi una citazione rubata a Thomas Mann. Lo "spirito della narrazione" è suo, ma confesso che l'aggiunta, così perentoria da risultare sfacciata, dell'aggettivo "universale", è mia. Tuttavia, prima di arrivare ad affrontare i termini "spirito" e "universale", vorrei dire qualcosa sulla parola "narrazione". Utilizzerò, non tanto per seguire la sua definizione di narrazione, ma per indicare il tema sul quale fare qualche variazione, un bel libro di un amico, Paolo Jedlowski, Storie comuni (Bruno Mondadori 2000), tutto dedicato alle narrazioni che si fanno nella vita quotidiana. Nonostante si tratti di un campo leggermente diverso, tuttavia mi interessa ritornare a questa prima dimensione dell'universalità della narrazione, a quel narrare che prende tutti, per vedere come si possa tentare di ascoltare lo spirito, che forse respira dentro le parole che diciamo e dalle quali siamo raccontati.   Per Jedlowski "narrazione" significa "mettere storie in comune". Le storie sarebbero...

Se il cardellino diventa un tacchino

Italo Calvino, nelle sue Lezioni Americane (Garzanti 1988) ci indicava nel 1985 sei valori per il nuovo millennio: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, coerenza. Il nuovo millennio è cominciato da quattordici anni e quindi si può cominciare a vedere se ha portato, nella propria bombaiola bisaccia, qualcuna di questa virtù.   I miei sono poco più che malumori ma se una cosa mi sembra di rilevare, sotto molteplici versioni, è una generale ridondanza, petulante e fine a se stessa, che nulla ha a che fare con la ridondanza di cui pure Calvino parla, quella delle fiabe raccontate ai bambini, quella della triplicazione delle prove in Propp, quella dei ritmi ciclici dell’etnoletteratura. Il nuovo millennio sembra aver portato con sé una ridondanza che è più dell’ordine dell’ottimizzazione (e già la parola è brutta) della buona trovata, dello sfruttamento intensivo dell’occasione espressiva, dell’estensione della performance oltre i ragionevoli limiti, nell’ottica di spremerne il succo dell’idea creativa fino all’ultima...

A colpi d’ascia

Scrivere questo pezzo è difficile come preparare le valigie per le vacanze. A parte l’iBook, che contiene parecchie opere, di diverso genere, scegliere cosa leggere d’estate è un processo lungo e tormentato. Prima della partenza formo vari mucchi di libri. Poi, più volte, ne cambio la composizione: alcuni li smantello, ad altri muto lentamente fisionomia, tanto da renderli alla fine irriconoscibili. Sottraggo, aggiungo, scarto, integro.   Ci saranno libri da sdraio, da sole, magari fatti di racconti, sì da poterne interrompere la lettura per un bagno, una chiacchiera, un giro in canoa (tra questi, sicuramente Carver e Cechov); le raccolte di saggi saranno invece da leggere o rileggere sull’amaca, in certi pomeriggi: penso al recente lavoro di un giovane critico, Matteo Marchesini, Da Pascoli a Busi, il suo Novecento letterario italiano per pungenti ritratti, ma anche allo Zibaldone di Leopardi, perché questi sono tempi per recuperare la profondità e il disappunto.   Ma il nucleo “duro” delle letture, il seguito di ricognizioni in corso o la traccia per viaggi futuri, è quello più...

Dove e quando ho imparato a leggere

Fino a quarant'anni le letture erano sistematiche, dall'inizio alla fine. Oppure, quando il libro era proprio illeggibile, mi fermavo a un certo punto e abbandonavo. Perché ci sono libri illeggibili che sono insostenibili in un sistema di lettura completo, benché straordinari. Libri di genere e libri degenerati. La lettura per me non è stata esperienza lineare, ho faticato, combattuto col testo.   Lessi Cent'anni di solitudine sdraiato sul mio letto, senza dormire, nel corso di due giornate, cominciai un pomeriggio, finii il giorno successivo. Avrò avuto diciotto anni, con le pulsioni dell'età, agitato da questo infinito succedersi di amori esplosivi, di corpi conturbanti, di generazioni. Mi muovevo convulsivamente. Descriverei quell'esperienza come un'incubazione, il processo di trasformazione per i pellegrini di Epidauro presso il tempio di Asclepio. Li immagino immersi in una battaglia interiore tra Eros e Thanatos. A diciotto anni prevale Eros, lenzuola da lavare.   Gli anni di Márquez furono anche quelli di Thomas Mann, La montagna incantata, la tetralogia di Giuseppe e i suoi fratelli. Anche i...

Romanzo di un giovane povero

Simone Carella (1946) è pugliese d’origine ma romano d’adozione. È stato uno degli animatori del teatro di ricerca, ma non solo, a Roma dalla fine degli anni ’60 ad oggi. Dalle prime esperienze al teatro Dioniso di Giancarlo Celli al movimento studentesco, dall’amicizia con Gino De Dominicis all’ideazione del mitico Festival di Poesia di Castelporziano, Simone non ha mai smesso di inventare spettacoli, festival ed eventi che hanno contraddistinto un’epoca.           Simone Carella    È stato l’animatore del Beat 72 di Roma, un teatro off che è stata una vera e propria fucina dell’avanguardia culturale italiana della seconda metà del Novecento. Regista teatrale, autore, impresario, factotum, perfomer, Simone Carella ha fatto tutto e di più e ancora oggi continua a lavorare guardando avanti senza nostalgia del passato. Per chi – come chi scrive – quegli anni li ha vissuti solo a parole, l’esperienza umana e professionale di Simone è preziosa. È un invito a non dimenticare i protagonisti di quell’avanguardia romana la cui storia è ancora tutta da scrivere, nella speranza che le nuove generazioni possano contribuire a...

Aquilegia o Amor nascosto

Eleganti e leggere (eleganti perché leggere), le aquilegie sono le farfalle boschive dei giardini, specie se oscillanti tra alti fili d’erba. Le doppie corolle – una di sepali l’altra di petali – monocrome o bicolori, con o senza speroni (arcuati o diritti, le orientano verso l’alto o verso il basso), fanno capolino su steli rigidi ma contornati da frastagliate foglie glauche, ariose e leggiadre quanto il fiore.   Facili e rustiche, quest’erbacee montane e perenni prediligono gli angoli umidi ma si propagano e ibridano spontaneamente, spuntando là dove meno te le aspetti con le tonalità più disparate e insolite rispetto ai capostipiti: azzurre o blu, lilla o viola, bianche o rosa, giallo oro o limone, arancio, porpora quasi nero (perso, come direbbe Dante), fin anco verdi e bronzo (Viridiflora).     Dai pochi centimetri della varietà Alpina al metro della Chrysantha, possono essere accolte in giardini ombreggiati e lussureggianti o essenziali e selettivi, anche per il pregio di una prolungata fioritura da aprile a giugno che, con la cura di recidere i fiori secchi, può protrarsi...

Serata di magia al Forte

Sono diretto, in una giornata d'inverno, verso Forte dei Marmi. L'occasione è uno spettacolo di magia organizzato da cari amici nel loro bel ristorante sulla spiaggia. Per rendere meno futile l'occasione, rimedio ai rimbrotti di Goffredo Fofi quando gli confessai di non aver mai letto Mario e il mago, uno dei più bei racconti di Thomas Mann, che ha per tema una serata di magia finita in tragedia. Protagonista è il mago Cipolla, a metà tra il demiurgo e il ciarlatano, personaggio in cui alcuni hanno rintracciato un'allusione a Mussolini, altri a d'Annunzio.   Non che in Italia siano mai mancati gli apprenti sorcier, ma la finezza psicologica con cui Mann ritrae l'azione del mago e le reazioni del pubblico è davvero magistrale, così come perfetta è la ricostruzione di Torre di Venere alias Forte dei Marmi nei suoi riti di fine estate negli anni Venti. Quando arrivo ha smesso di piovere da poco, la temperatura è mite, e così,  accompagnato da un vago senso di noia, faccio due passi nella cittadina semideserta che ha l’aria di un campo di minigolf in abbandono.   Tra i pregi...

Cesare Cases. Scegliendo e scartando

In settembre avrei dovuto presentare a Trento, assieme a Giuliano Geri e al curatore Michele Sisto, il libro Scegliendo e scartando (Nino Aragno Editore, Torino 2013) che raccoglie duecentocinquanta pareri di lettura redatti da Cesare Cases per la casa editrice Einaudi fra il 1953 e il 1973. In quell’occasione avrei potuto trarre informazioni preziose non tanto dal curatore del volume, che ha già dato il meglio nel ricco saggio introduttivo e nella perizia filologica dell’antologia, quanto da quella tormentata forza della natura e della cultura che è Giuliano Geri, di cui un giorno qualcuno, se non lo fa lui stesso, dovrà pur raccontare la romanzesca parabola nel mondo dell’editoria, dalla promettente gavetta in un’importante casa milanese a fianco di un noto slavista, passando per l’inspiegabile trasferimento ai piedi delle Dolomiti e le prime delusioni da mobbato nei sotterranei di un grande impresario di libri pseudoscientifici, fino agli anni gloriosi e fetenti presso il piccolo editore di provincia con grandi pretese culturali e però costretto troppo presto a confrontarsi con le difficoltà del mercato librario,...

Milo De Angelis. Millimetri

Sono passati trent’anni dalla pubblicazione di Millimetri, il secondo libro di Milo De Angelis, nella collana di poesia dell’Einaudi. Una nuova edizione celebra degnamente l’anniversario arricchendo quel capolavoro, esile e definitivo, con la riproduzione di alcuni dattiloscritti originali e una postfazione firmata a quattro mani da Giuseppe Genna e Aldo Nove (Il Saggiatore).   All’epoca, i due scrittori milanesi avevano più meno sedici anni, e leggevano Millimetri sull’autobus che li portava a scuola. Era ancora un tempo, quello, nel quale chissà come, chissà perché, i libri di poesia trovavano il modo di finire nelle mani dei lettori più intensi, inaffidabili, e difficili da conquistare: ragazzini di periferia insaccati nei loro giubbotti, con tutti i desideri affilati come lame, a scintillare nell’anomimato dell’inverno.     Genna e Nove in fondo scrivono una variazione sul famoso tema di Stendhal: «Ariosto ha formato il mio carattere». Con la differenza che qui siamo in pieno Novecento, si potrebbe dire che il secolo trasuda ancora da tutte le cose. E i...