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Tilda Swinton

(8 risultati)

La seconda rinascita a Dungeness / Il giardino di Jarman

È difficile raccontare quanto Derek Jarman amasse Dungeness, la più grande distesa di ciottoli d’Europa e unico deserto d’Inghilterra. Ogni tentativo diventerebbe una pallida approssimazione, perché l’amore per questa terra desolata e per Prospect Cottage possono essere compresi solo attraverso la sua opera. Un’opera totale che include diari (Modern Nature, Smiling in Slow Motion), saggi (Chroma), film (The Garden) e un giardino.    Decisi di fermarmi là; dopo tutto era proprio la sua desolazione ad avermi fatto innamorare di Prospect Cottage. [Tutte le traduzioni sono dell’autrice]   Derek si trasferisce a Dungeness nel 1986, l’anno della diagnosi dell’AIDS. Ci arriva in uno stato di “terminalità”, quando di fronte a lui non si prospettavano che la morte, lo smantellamento su larga scala delle politiche sociali iniziato da Margaret Thatcher e il disastro ecologico di Chernobyl.  Secondo quanto racconta nei diari, sarebbe stato una mattina in occasione di una spedizione a caccia di campanule, dopo un fish and chips al pub locale, guidando lungo la strada che costeggia la centrale nucleare che Tilda Swinton avrebbe gridato “quello è in vendita, fermiamoci!”,...

Cannes 1 / “Tout le monde déteste la police”

Un festival del cinema – ovvero un evento dove si riflette e si fa il punto, nel bene o nel male, sulla rappresentazione per immagini del presente – non può non essere ingaggiato e provocato delle contraddizioni che attraversano il contemporaneo. L’anno scorso a Cannes si celebrò il cinquantesimo anniversario del 1968, un anno in cui il festival venne “invaso” e interrotto dalle contestazioni del maggio francese, e in cui la Palma d’Oro non venne assegnata. In un altro contesto, il Festival di Venezia negli anni Quaranta divenne il megafono dei regimi nazi-fascisti e ancora oggi quelle edizioni (che videro tra l’altro la partecipazione del Fürher e di Joseph Goebbels) sono considerate “non avvenute”, nel tentativo di lavare l’onta di quell’infamia. La storia entra ovunque, certo, anche e soprattutto al cinema, ma i modi in cui lo fa sono imprevedibili.      Non sappiamo per cosa verrà ricordata l’Europa del 2019 e che cosa assoceremo a quello che per molti è stato un annus horribilis dal punto di vista politico e sociale (a partire dalla Brexit). Lo si vedrà soprattutto alla luce di quello che accadrà nei prossimi mesi e anni, a partire dalle elezioni europee del...

John Berger / Motoberger

Ho conosciuto John Berger nel 2004 o giù di lì. Passai due indimenticabili giorni a casa sua a Quincy, parlando ininterrottamente – e alternativamente – del progetto di un film e del senso del mondo. Quando venne l’ora di partire, John mi chiese di aiutare sua moglie Beverly a portare l’auto dal meccanico, perché lui doveva andare a trovare Katya, la figlia, a Ginevra. “Nessun problema”, dissi, mentre ci preparavamo tutti a partire. Fu a quel punto che compresi che per John “andare a Ginevra” significava tirar fuori una motocicletta che a me sembrò enorme (oggi, grazie a questo volume, scopro che si trattava di una Honda “Blackbird”), infilarsi una tuta in pelle e schizzare verso la città svizzera, distante una mezzoretta, affrontando il freddo della stagione. Eravamo a gennaio, intorno a noi i campi della Savoia erano coperti di neve. A questo aggiungete il fatto che John, in quel momento, aveva ormai 78 anni. Perché, invece di prendere un comodo treno come avrebbe fatto qualsiasi suo coetaneo, John Berger sfidava il buon senso saltando in sella a quella moto? Ci doveva essere dietro una passione sconfinata, a me incomprensibile (mai avuto interesse per i mezzi meccanici, io…),...

Identità Fabbrica Europa

La Storia è una garza per ferite che non si rimarginano. Tutti gli uomini hanno la testa fasciata nel III atto de Il Gabbiano del Teatro Nazionale Serbo di Novi Sad, per la prima volta in Italia, alla Stazione Leopolda di Firenze, grazie al Festival Fabbrica Europa che quest’anno ha dedicato quattro spettacoli al Teatro dei Balcani. Kostja si è sparato: ha fatto fuoco sul suo talento incompiuto e le fiamme hanno toccato anche Sòrin, Trigòrin, Dorn e Medvèdenko. Se non è riuscito a uccidersi, li ha messi però con le spalle al muro del proprio ruolo. Fermi immobili, seduti in fila di fronte al pubblico, parlano solo per bocca delle loro voci registrate, della ragione di (ciò che è) stato, del precipitare degli eventi. Le donne, Arkàdina, Nina, Polina e Mascia, amiche, mogli, amanti, “madripatrie”, li stringono forte al seno di fiele e compassione. È successo tutto, ma non possono fare niente, quindi succederà di nuovo. Kostja come Gavrilo Princip che cento anni fa, a Sarajevo, innescò con la sua pistola la Prima Guerra Mondiale e l’insaziabile resa dei conti nella...

Jim Jarmusch. Only lovers left alive

Only lovers left alive (2013) è un film in cui non succede granché: questo il commento più frequente dei suoi detrattori. A distanza di quattro anni dall’ultimo film di Jim Jarmusch (The limits of control, 2009), la poca azione che vediamo sullo schermo è probabilmente anche la causa che ha ritardato la realizzazione di questo film, da lungo tempo tra i progetti del regista americano.   In un’intervista al quotidiano francese Libération, Jarmusch racconta infatti con una certa ironia della difficoltà di trovare dei finanziamenti nonostante i vampiri siano da sempre materia cinematografica di sicuro richiamo, in particolare di recente, dopo l’invasione di tv series americane sui vampiri, libri e films per adolescenti a tinte – pacatamente – dark. In questi films, ironizza Jarmusch, c’è “troppo”, too much. Troppa azione, troppi personaggi – vampiri, lupi mannari, zombies – ad animare storie naturalmente romantiche ma anche triangolari (chi abbia conoscenza dei fatti di Twilight, saprà certo che Bella Swan, l’umana innamorata del vampiro Edward, è...

John Berger. Autunno londinese

Come Jamie Andrews [1] e Tom Overton [2] hanno raccontato nei loro contributi al volume 32 di “Riga” (Riga 32, John Berger, a cura di Maria Nadotti, Marcos y Marcos, Milano 2012), nel 2009 John Berger ha deciso di donare alla British Library il proprio archivio letterario. Come in varie altre occasioni, il suo è stato un gesto generosamente controcorrente visto che sono ormai molte le istituzioni europee e soprattutto nordamericane che si contendono i manoscritti, gli epistolari, gli appunti, i diari, gli schizzi, gli schemi, gli abbozzi, le fotografie e l’infinita serie di materiali che un autore di fama mondiale produce nel corso di una vita.   Talora si arriva a vere e proprie aste.   Il desiderio di Berger, che continua a considerarsi un marxista e a credere nell’amicizia e nei rapporti disinteressati, era di avere il meno possibile a che fare con “le forze del mercato”. Ciò che gli stava a cuore era mettere in buone mani, in mani capaci di creare le condizioni per future condivisioni, il proprio lavoro di anni ma anche il frutto di numerose e poliedriche collaborazioni con scrittori, artisti, fotografi...

John Berger

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     “Il numero delle vite che entrano nella nostra è incalcolabile”, ha scritto John Berger in una pagina di Qui, dove ci incontriamo. Intorno a queste parole non ha voluto altro, se non la cornice bianca del foglio, per mettere meglio in risalto quella che potrebbe sembrare una semplice constatazione ed è invece un riconoscimento emozionato e emozionante. L’io di ciascuno di noi è il prodotto in continuo divenire della relazione che abbiamo con gli altri, con chi è entrato ‘materialmente’ nella nostra vita – per amicizia, amore, legame politico o professionale – e con tutte e tutti coloro che l’hanno...

Lynne Ramsay. ...E ora parliamo di Kevin

Non vi aspettate che si parli davvero di Kevin, perché potreste rimanere delusi. Rispetto al titolo e al best-seller di Lionel Shriver da cui è ripreso, il film di Lynne Ramsay rappresenta un atto mancato: si dovrebbe, si sarebbe dovuto, parlare di Kevin, prima che compisse un massacro scolastico in stile Columbine alla vigilia del suo sedicesimo compleanno, ma il film arriva troppo tardi, e questo bisogno di parlare insoddisfatto finisce per lasciarlo ammutolito, per non fargli dire ciò doveva. Nel modo in cui smembra il romanzo e lo riduce a un tormentato collage di frammenti temporali, Ramsay dimostra che questa reticenza è invece funzionale a concentrare lo sguardo su Eva, la madre e voce narrante nel romanzo epistolare. Ma qui Eva perde la parola, l’intenzione razionale di scandagliare e ricostruire il passato, cercando colpe e ragioni, e trova un corpo, quello incarnato con nervosa maestria da Tilda Swinton. Un corpo che vaga come uno spettro in un presente purgatoriale e, piuttosto che ricostruirlo, viene invaso del passato, assorbito nel vortice del trauma che scompiglia cause ed effetti e fa collassare il tempo su un presente...