raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Categorie

Elenco articoli con tag:

Teatro

(638 risultati)

Legge contro il dialetto

Malvoglio: Cosa serve al teatro italiano?   Civica: Non lo so. Però posso dirle cosa rischia di non servire al teatro: la riforma ministeriale.   Malvoglio: Cominciamo bene... Cosa non le va nella riforma ministeriale?   Civica: Innanzi tutto il nome: "riforma", un termine che è stato svuotato di significato fino a cambiarlo di segno. Dal dizionario: RIFORMA, "trasformazione che dà una forma diversa e migliore". Ora, per migliorare qualcosa, è necessario, oltre che individuare gli sprechi, investire risorse. Se lei volesse migliorare, "riformare" il suo guardaroba, cosa farebbe?   Malvoglio: Beh, comprerei degli abiti nuovi, spenderei, con discernimento, qualche soldo in più per avere vestiti di buona fattura, che durassero di più nel tempo...   Civica: Invece, secondo la logica dei nostri governanti, lei dovrebbe comprare il doppio degli abiti che ha, spendendo la metà. In Italia, ad esempio, riformare la sanità vuol dire chiudere ospedali, licenziare personale e costringere chi resta a turni infernali, il tutto a discapito della qualità del servizio....

Intervista a Virgilio Sieni

Camminare in una città, intercettarne le logiche e distrarle, stupirne l’abitudine percettiva, rifarla in un’altra forma, nella mente e negli occhi di chi la abita, coltivare la durata degli incontri. Bologna sembra essere fatta apposta per accogliere e moltiplicare la bellezza liberata dagli artisti che l’attraversano. Così, dopo il progetto speciale dedicato a Romeo Castellucci lo scorso anno, valso al Comune di Bologna e alla curatrice Piersandra Di Matteo un Premio Ubu, dopo il Festival Focus Jelinek, dopo essere stata abitata più di una settimana da Rafael Spregelburd e poi dalla Compagnia della Fortezza, è tempo di Virgilio Sieni. Nelle Pieghe del corpo_Bologna: per oltre un mese, dal 27 febbraio al 4 aprile, il danzatore e coreografo, direttore della Biennale Danza e della Compagnia Sieni Danza, tra i maestri della ricerca artistica attuale, attraverserà la città e i suoi teatri, dal Comunale, all’Arena del Sole, da Teatri di Vita, al Dom e a La Soffitta (ma non solo) con un intenso progetto, a cura di Emilia Romagna Teatro Fondazione, articolato in spettacoli – capolavori di repertorio come Solo...

Addio Luca Ronconi, maestro di utopia

Se ne è andato poco prima di compiere ottantadue anni Luca Ronconi, il maggiore regista italiano. I suoi ultimi spettacoli parlavano anche di morte. Di quella morte che probabilmente sentiva, con il suo stato di salute malfermo, con le numerose dialisi settimanali, le ore intere immobile, lui che era in ebollizione continua, forse a guardare i fantasmi della sua mente, quelli che poi avrebbero popolato il palcoscenico. Morti sospese, come in Celestina, che inizia sul cadavere di Melibea, e poi diventa uno sprofondamento ctonio, tra porte che aprono in sottomondi pullulanti di sesso e intrighi, cornici di porte che conducono al vuoto, prima di tornare, alla fine, di nuovo al corpo senza vita della giovane protagonista. Ma soprattutto in Panico di Spregelburd e in Lehman Trilogy di Stefano Massini, in scena al Piccolo Teatro di Milano fino al 14 maggio, suo ultimo lascito, il mondo dei vivi, grazie alla scena di altre porte, diverse, più eteree e minimaliste, sempre disegnate da Marco Rossi, si popolava di ritorni di personaggi trapassati, che non volevano lasciare la vita, i parenti, i discendenti nel caso della saga della trilogia Lehman che vedeva anche un funambolo...

Amleto di Scampia

Questo è un elogio della farsa. Della parodia che trasforma un classico in una scarica di elettricità, in un pezzo di vita mescolata al teatro che ci fa ridere di nient’altro che dello schifo che ci circonda (e di noi stessi). Ci vuole arte, molta arte, oggi, a non banalizzare la risata, a non scadere nella battuta sessista, bullista, pregiudiziosa, mirante ad abbattere l’altro, magari il diverso, cingendosi con i fili spinati dell’identità, di una normalità sempre più difensiva, sempre più facilmente, trivialmente televisiva. Occorre grande senso di osservazione, di autoanalisi, di autoironia. Ci vuole forse una grande tradizione alle spalle, non importa se direttamente attinta o solo respirata nell’aria. Deve essere soprattutto coltivata per strade eretiche, perché per uscire dal coro italiota troppo facilmente ridanciano è necessaria un’appartenenza distante.   Parlo della napoletana Punta Corsara e del suo Hamlet Travestie, spettacolo che sta mietendo risate sui palcoscenici di tutta Italia, dal Franco Parenti di Milano al teatro India di Roma, all’Itc di San Lazzaro presso...

Parole Jelinek. Miti d'oggi

Miti d’oggi. Più miti che oggi. Miti come un aggettivo che suona come una qualità e perde sempre più senso nella nostra furia contemporanea. Un aggettivo che, al singolare, è forse quello più appropriato per descrivere l’animo della scrittrice, quella sì d’oggi, che risponde al nome di Elfriede Jelinek. Una donna, mite. Giocando con le origini greche di “mito” e quelle latine di “mite” Elfriede potrebbe scrivere pagine e pagine. Divertendosi a scomporre e ricomporre il senso di una storia. E quindi dell’oggi. Amata e detestata, capace di scatenare le furie di una politica aggressiva come quella di Jörg Haider, il governatore della Carinzia che strapazzò l’Austria degli anni ’90 e 2000 guidandola verso un ritrovato spirito nazionalista di impianto liberale, Elfi è forse la più accorata “testimone guida” dell’Europa post pasoliniana. In un tempo che spinge l’essere miti all’esilio, ecco che la sua scelta non ha potuto che essere quella di stare “in disparte”. Come lei stessa ribadì in occasione del suo...

Carissimi padri della Grande Guerra

Carissimi Padri... almanacchi della “Grande Pace” (1900-1915): proprio come un almanacco, il nuovo progetto culturale avviato a Modena da Claudio Longhi, regista e studioso di teatro, si svilupperà lungo l'arco di un intero anno articolandosi in cene-spettacolo, incontri, proiezioni di film, letture, laboratori e atelier per culminare, come era stato per il precedente Ratto d'Europa (qui la recensione), in uno spettacolo vero e proprio che debutta al Teatro Storchi il prossimo dicembre. Insieme a un gruppo di lavoro ormai consolidato che assomiglia sempre di più a una compagnia stabile d’altri tempi, Longhi coinvolge ancora una volta l’intera città, questa volta nella esplorazione degli anni della belle époque, ovvero di quella stagione di apparente Grande Pace in cui storicamente si rintracciano le scaturigini della Grande Guerra; per sviluppare così una riflessione sui giorni presenti – tempo di una nuova Grande Pace – che ancora poggiano sulle macerie di quel conflitto, come resti spuri di quelli che Kraus ha definito Gli ultimi giorni dell'umanità.       Chi sono...

Mito e caduta dei Lehman Brothers

Trilogy. Trilogia: come la forma scelta da Eschilo per narrare della vicenda degli Atridi. Una vicenda che ha bisogno di dilatarsi in una struttura di monumentale grandiosità per raccontare il destino di una comunità intera. Anche quella dei Lehman, del resto, è la storia di un genos: una storia dai molteplici risvolti giuridici, etici, sociali in senso lato. Lo sa bene il drammaturgo Stefano Massini, laureato proprio in Lettere Classiche, e scelto da Luca Ronconi per la produzione di punta del Piccolo Teatro di questa stagione, Lehman Trilogy. È chiaro fin da subito che né a Massini né a Ronconi interessa uno sguardo documentaristico o da teatro civile: chi si aspettava una speculazione sulle ragioni del crack finanziario del 2008, corredata da nomi e numeri, non può che rimanere deluso.     I 160 anni della banca Lehman Brothers raccontano la trasformazione di un’epoca, non diversamente da come i Buddenbrook di Mann fotografano lo snodo tra Otto e Novecento; ma a differenza di quanto accade nel familienroman, in questa trilogia teatrale la dimensione simbolica, quasi trascendente, prevale sull’affresco...

La Ruina: la violenza, la polvere

Ci vuole un certo coraggio per affrontare di petto una delle questioni più commentate, citate, talvolta persino abusate nel dibattito giornalistico contemporaneo. Ci vuole audacia per recuperare e dare vita a parole – come ‘violenza’ o ‘femminicidio’ – ripetute così tante volte che paiono aver smarrito il loro significato. Ha rischiato molto, quindi, Saverio La Ruina con il suo Polvere, al debutto in prima nazionale all’Elfo Puccini dal 20 al 25 gennaio, all’interno di una personale a lui dedicata. Un’ottima occasione per conoscere una delle personalità più interessanti della nostra scena, o per approfondire un percorso attorale e autoriale di grande coerenza e spessore. In cartellone sono previsti Dissonorata e La Borto, due splendidi monologhi dedicati allo scandaglio di figure femminili del Sud, interpretati in un dialetto calabro denso, immaginifico, capace di improvvise vette poetiche.   Amato da pubblico e critica, efficace animatore culturale (il suo festival Primavera del Teatri ha reso la piccola Castrovillari una capitale del teatro italiano), La Ruina tenta qui uno scarto: abbandona...

Sei cartoline su Italia, Germania e Grecia

1.      Un mio amico e la Germania. Di fronte all’inflessibilità della Germania nel ridiscutere la politica di austerità nell’area dell’euro, un mio amico mi dice «Bah, la Germania sta cercando di fare con mezzi pacifici quello che non le è riuscito con le due guerre mondiali: conquistare l’Europa. I tedeschi hanno scatenato e perso le due guerre: ora vogliono prendersi la rivincita». Frankly speaking, penso che il mio amico abbia detto una stupidaggine (accade anche tra amici). Occorre dialogare con la Germania, non mettersi a rivangare il passato, con confronti che non hanno senso e che aggiungono tensioni a una situazione già difficile, con l’Europa in stagnazione.   2.      Rusconi sulla Germania. Gian Enrico Rusconi, uno dei massimi esperti italiani di Germania, è intervenuto a dicembre al Forum italo-tedesco tenutosi a Torino. In quell’occasione Giorgio Napolitano ha stretto la mano a Joachim Gauck, Presidente tedesco. A parte i gesti simbolici, ciò che conta è la discussione tra tedeschi e italiani. Per...

Lus, ovvero sul filo del dolore

È una storia appesa a un passato lontano quella che ci raccontano Ermanna Montanari e Marco Martinelli del Teatro delle Albe con Lus (Luce). Una di quelle storie che sappiamo essere nel dna della terra, in quel solco tra razionalità e irrazionalità a cui continuamente facciamo appello, nella luce del sole e nel buio delle tenebre.   Ripreso dopo molti anni, “Lus” è un concerto per voce, live electronics e contrabbasso che ha debuttato al Teatro delle Passioni di Modena lo scorso 16 gennaio. In scena, assieme a una vibrante Ermanna Montanari, troviamo Luigi Ceccarelli (quasi fosse seduto nell’agio del suo studio) e il musicista Daniele Roccato. Lus è una composizione eterea che tesse le tristezze di Bêlda, una donna vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento, conoscitrice delle erbe e dei rimedi naturali, curatrice quasi pagana dei mali che affliggono le genti e i lavoratori di un imprecisato villaggio ravennate. Su un palco spoglio di pochi oggetti, entra lentamente Bêlda e di lei si vedono solo le mani, investite da un fascio di luce giallo: le sue mani come lo specchio del suo fare, del suo potere che sa...

Petronio

Baudelaire nel suo saggio sul dandy (che è poi il nono capitolo di Le peintre de la vie moderne) elenca alcuni antenati di questa capitale figura del Moderno, e precisamente Alcibiade, Cesare e Catilina. Manca Petronio. Ma com’è possibile? Se si pensa poi che Baudelaire definisce il dandy come “uomo ricco, ozioso, scettico” e addirittura come individuo che “non professa altro mestiere che l’eleganza”, la lacuna risulta davvero inspiegabile, dato che la caratterizzazione di Petronio come “arbiter elegantiae”, da Tacito in poi, è passata in proverbio. Se si aggiunge che, sempre secondo Tacito, ciò che realmente distingueva Petronio da altri viveur come lui era una suprema ostentazione di noncuranza o sprezzatura o nonchalance che dir si voglia (quaedam sui neglegentia) e che la sua raffinatezza era talmente profonda da parere naturalezza (species semplicitatis), l’esclusione di Baudelaire si fa ancora più incomprensibile.   Petronio, almeno nel medaglione che gli dedica Tacito, è il Beau Brummel dell’epoca neroniana. La sua figura però è avvolta nel mistero,...

Castellucci: Go Down, Moses

Tutto sembra iniziare là, nel deserto. Il silenzio, il vento. Il vento, il silenzio, come un frastuono dal quale emerge la voce di dio, di un unico dio, del dio unico. Tra i boschi baluginano mille dèi, i ruscelli, le cascate, le foglie, la luce che irrompe e si cela, i rumori, gli animali, gli spaventi… Ma lì, di fronte a un roveto ardente, tra roccia e sabbia, nasce il monoteismo che si proietta, con fede con dubbi con sangue, sulle nostre città di fumo, di abituali ripetizioni.   Go Down, Moses di Romeo Castellucci, in scena al teatro Argentina di Roma, è un momento di un viaggio lungo dell’artefice cesenate, iniziato alle origini della Socìetas Raffaello Sanzio con la riflessione sull’iconoclastia di Santa Sofia. Teatro Khmer (1986), proseguito con la domanda su come i classici, e in particolare la tragedia attica, si possano riverberare sui nostri giorni, proiettato verso la regia di una delle opere più lacerate del Novecento, quel Moses und Aronne che Schönberg non riuscì a finire, diviso tra l’irrappresentabilità dello spirito, di dio, della profondità delle domande...

Il Cupiello di Latella: un altro Natale

È uno strano tempo, questo, per il nostro teatro. Proprio nel momento in cui si sospettava definitivamente conclusa la grande avventura novecentesca del teatro di regia (e si cominciava infatti a parlare di post-regia), sui palcoscenici italiani si affacciano negli ultimi mesi spettacoli radicali e dirompenti, belli e importanti, che proprio a quell'area – e alla sua tradizione, critica, tutta italiana – si possono in qualche modo far risalire. La misuratissima Alcesti di Massimiliano Civica (un'intervista di Massimo Marino e la recensione di Attilio Scarpellini), il Macbeth potente di Chiara Guidi (di nuovo in un bell'articolo di Scarpellini), il viaggio del Teatro delle Albe nella Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi (recensione di Rossella Menna).   Sono lavori – molti dei quali hanno trovato spazio su doppiozero – diversi e forti della propria specificità, che però nel complesso rilanciano la sfida di quella linea genealogica che rimanda piuttosto direttamente allo scarto prodotto in Italia, a inizio del secolo scorso, fra i tentativi (a volte forzati) di importare una logica di lavoro teatrale di respiro europeo...

Playfestival, una porta sul Piccolo Teatro

Oltre i Navigli, stazione della metro verde Piazzale Abbiategrasso. E poi ancora più in là, in direzione Rozzano, un paio di fermate del tram 3. Ecco: siete arrivati in via Boifava, quartiere Gratosoglio. Non vedete niente? Dovete salire le scale. Troverete un enorme piazzale di cemento dipinto di fiori, e finalmente le porte del teatro. È il Ringhiera, dal 2007 casa della compagnia Atir diretta da Serena Sinigaglia. Vi sentite persi nella periferia milanese? Vi sbagliate. Siete nel centro della città, a contatto con la Scala e con il Piccolo Teatro. Ed è proprio questo uno dei molti motivi per apprezzare l’instancabile lavoro di Atir: la capacità di tessere fili nel tessuto urbano, tracciare percorsi che attraversano le realtà cittadine, instaurare legami forti con il territorio.   ph. M. Bertacca   Un esempio? Lo scorso 8 dicembre veniva trasmesso in diretta, gratuitamente, il Fidelio della prima scaligera al Ringhiera; e poco prima, nella stessa sala, un inviato del Piccolo Teatro premiava una compagnia emergente. Collaborazioni, sinergie, valorizzazioni: le eterne parole passepartout, ripetute come un...

Un favoloso giovane, Jerzy Grotowski

L’immagine del teatro? Un uomo che dipinge un ritratto. “L’attore è il suo braccio – e il suo cuore. Il regista è la sua volontà creativa. Lo scenografo il suo respiro – la sua possibilità di respiro. L’autore della messinscena è il cervello: la consapevolezza”. È il 1958, l’epoca di queste icastiche Conversazioni a Elsinore, e Jerzy Grotowski è un giovane Amleto che, nella Polonia prudentemente riformista di Gomulka, va cercando il Graal. La giovinezza, del resto, non può chiedere di meno, vuole rivoltare di sotto in su le convenzioni che affliggono la scena, che a quel tempo (e oggi no?) assumono due maschere: la reviviscenza naturalistica (Attore I) e la finzione consapevole (Attore II). Due bigottismi si contendono il dominio della scena rivendicando ciascuno la sacralità di un metodo, ma dimenticando il Motto. E il motto è “ritrovare il Graal – andare oltre la limitatezza e la fragilità dell’egocentrismo – verso gli altri esseri umani, verso la natura, consapevoli di questa unità universale la cui espressione più...

Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi

Abdicare all'abitudine del pensiero e dei sensi, al canone dei sentimenti, sacrificare la rassicurante simmetria della dialettica, consumare ogni energia in questa tensione verso l'ignoto, spendersi completamente, e quotidianamente, nell'esercizio di una rivoluzione spirituale; tendere gioiosamente, disperatamente, estaticamente, a uno stato di bellezza estrema, di indefinibile perfezione, di luminosità, di bontà; scegliere ripetutamente questa strada e bruciare continuamente lungo il percorso: è questo lo scandalo della vita dei santi e degli artisti. Perché la “santità”, la scelta di perseverare nella pratica dell'umanità, è l'eresia eccellente in un tempo che rifiuta il concetto di irriducibilità, la densità perturbante del simbolo e dell'assoluto, in favore della chiarezza delle corrispondenze; che rifugge il buio e con esso la luminosità e la meravigliosa caducità del bagliore, per accogliere invece la luce permanente della logica trasparente.   Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi, nuovo bellissimo lavoro del Teatro delle Albe, con la drammaturgia e la...

Ritrovare Handke

Raccontare il teatro di Peter Handke: farlo dopo anni di polvere che si è andata accumulando sui testi custoditi oramai solo nelle biblioteche. È stato questo il proposito di La terra sonora. Il teatro di Peter Handke, una rassegna organizzata a Roma e durata oltre un anno. La tappa conclusiva di questo lungo percorso si è tenuta la scorsa settimana, fino 23 novembre, e ha coinvolto un bell’insieme di soggetti diversi.   Valentina Valentini e Francesco Fiorentino hanno curato la rassegna, mentre Daria Deflorian si è occupata di coordinare le diverse maestranze coinvolte. Tra i pregi del progetto c’è quello di avere abbracciato, oltre a luoghi storici della Capitale come Dominio Pubblico/Teatro Argot, anche spazi che non sono prettamente teatrali, come il Forum Austriaco di Cultura e il Goethe Institut. Una intensa settimana di mise en espace, letture, radiodrammi (in collaborazione con Tutto esaurito! di Rai Radio3) hanno regalato al pubblico un originale spaccato della produzione di Peter Handke.   Autodiffamazione, Foto Manuela Giusto   La terra sonora rincorre una volontà che il gruppo di artisti di...

Lehman Trilogy. Conversazione con Stefano Massini

Inizia nel 1844, con l’arrivo al porto di New York di un immigrato ebreo proveniente dalla Germania, figlio di un mercante di bestiame, e finisce con il rovinoso fallimento del 2008 della Lehman Brothers. Lehman Trilogy racconta in più di trecento pagine centossessanta anni di capitalismo americano, dalle coltivazioni di cotone alla costruzione delle ferrovie, dal petrolio all’automobile, all’industria cinematografica, a quella televisiva, in un periodo che dalla guerra di secessione, attraverso i due conflitti mondiali e il crollo di Wall Street del 1929, arriva ai giorni nostri. È un testo teatrale (pubblicato da Einaudi), ma l’andamento è quello di un racconto epico, di una grande saga familiare. È firmato da Stefano Massini, un autore che usa una bella scrittura per interpretare l’arte e la realtà. Suoi testi sono stati dedicati a Van Gogh, a Kafka ma anche a Anna Politkovskaja e al caso di Ilaria Alpi. Recente è 7 minuti, sulla discussione in un consiglio di fabbrica di operaie se accettare una proposta di ristrutturazione della nuova proprietà, solo apparentemente indolore. Lehman Trilogy, dopo...

Gianrico Tedeschi. Un omaggio

Non volendo, sorprende. Alla stretta di mano ferma, alla voce di timbro profondo. Una voce in fondo solida, seria, come si poteva esser seri prima: senza obbligarsi all’autoironia. Dentro quel corpo cosi magro, in parte trasparente, quel tono grave, ampio, è un fatto. Tra i camerini di un teatro Franco Parenti di andazzo domenicale e spopolato, accasciato silenziosamente su una panca dietro la Sala Grande, Gianrico Tedeschi aspetta. Aspetta che la moglie, Marinella Laszlo, che legge un romanzo in greco moderno – per mantenere il vocabolario, che le lingue se non le pratichi – si prenda un caffè. Sono le tre. In scena alle quattro meno un quarto. E voi? Chiede la moglie. Noi alle tre e mezza. Ah. È un peccato non vedersi mai… Già.     Ma io, lui, l’ho visto. Cioè, ho vista una filata. Che è un tipo di spettacolo al tempo maggiore e minore di quello col pubblico vero. È una prova che ambisce a spettacolo. E sono belle le filate perche hanno un movimento specifico, una tensione unica, verso la cosa che ancora non è. Agiscono in quel luogo assoluto del momento prima: una filata ha un doppio tempo interno, quello dello spettacolo e quello che lo precede.   La filata con...

Una sinfonia per una capitale

L’aria unica, favolosa di Roma negli anni cinquanta e sessanta, quando esplodevano il cinema, la vita dolce e quella intellettuale, secondo Franca Valeri. Perché Roma, l’eterna, non sarà mai un capitale, come sostiene Corrado Augias. Le periferie di Giancarlo De Cataldo e di altri, il dolore degli ospedali narrati da Valerio Magrelli e da Christian Raimo, storie di margini, storie di nuovi italiani, storie di morte o di sogni. Le memorie di San Lorenzo (Eleonora Danco), del ghetto (Anna Foa), di una gioventù a Borgo Pio (Giuseppe Manfridi), il ricordo di quel poeta del teatro che fu Victor Cavallo (Elena Stancanelli).   La generosità, il desiderio di cambiare le cose, nonostante tutto. Si svolgono in ventiquattro luoghi diversi di Roma, dal “Sacro Gra” al Trastevere di Lidia Ravera, da incroci anonimi dove è facile fare crash dopo uno sballo (come racconta Fausto Paravidino), alla lotta per la dignità, per il diritto alla vita e all’immaginazione di una donna immigrata tra la movida del Pigneto in uno squarcio poetico di Igiaba Scego, alle rive del Tevere di un espressionistico brano di Francesco...

Ritorno nel Regno. Un incontro con Marco Baliani

Incontro Marco Baliani in un pomeriggio infuocato d'estate, a Roma, dalle parti di Viale Regina Margherita. Quando lo vedo gli faccio un cenno e lo chiamo, senza scendere dalla macchina; lui mi saluta con un sorriso caloroso. Salta su e mi accorgo che ha tutta l'aria di un pischello in procinto di lanciarsi in qualche nuova avventura: la voce allegra, un che di spensierato nello sguardo, mi trasmette subito una buona dose di energia e di entusiasmo. A vederlo così, non si direbbe che proprio oggi compia 64 anni. - Mi piace questa cosa di ritornare sul luogo del delitto nel giorno del mio compleanno... Il "luogo del delitto", come lo chiama lui, è Acilia, una borgata romana situata lungo la Via del Mare dove Baliani ha trascorso l'infanzia e in cui ha deciso di ambientare il suo romanzo d'esordio, "Nel Regno di Acilia", pubblicato una decina d'anni fa e recentemente ristampato. Racconto di formazione duro e spietato, questo libro descrive l'epoca delle baracche, dei magnaccia e della lotta quotidiana per mettere insieme il pranzo con la cena dal punto di vista di un bambino cui è toccato di dover crescere in una realt...

Il Macbeth di Chiara Guidi

“Non si tratta di sopprimere la parola articolata, ma di dare alle parole all’incirca l’importanza che hanno nei sogni”. Forse questa indicazione di Artaud non è indispensabile per capire Macbeth su Macbeth su Macbeth, lo “studio per la mano sinistra” di Chiara Guidi, andato in scena a Vie (dopo essere stato presentato in anteprima al festival Orizzonti di Chiusi).   Non è indispensabile, ma aiuta molto, non appena si riesca a precisare che questa importanza sta nell’ordine, a un tempo vago e distinto, ma comunque sensibile, della fascinazione. Fin dall’inizio dello spettacolo, quando, le luci ormai abbassate, in quel brusio ancora sottostante, che per lo più serve a placare l’angoscia che qualcosa stia per accadere, si insinua il segnale di un gorgheggio, un gorgoglio, un liquido arabesco vocale che risucchia l’attenzione dello spettatore: da quel momento in poi, il vento ubiquo della voce (non si sa dove vengano, in effetti, le voci che parlano nei sogni) non smetterà di soffiare, di respirare, di tintinnare sui vetri invisibili di una scena che si forma e si riforma in continuazione,...

Parole Jelinek. Teatro

L’Emilia Romagna dedica una rassegna itinerante all’opera letteraria, teatrale e saggistica del premio Nobel 2004 Elfriede Jelinek. Si intitola Festival Focus Jelinek ed è a cura di Elena Di Gioia. Da ottobre a marzo attraverserà, da Piacenza a Rimini, teatri, biblioteche, aule scolastiche e universitarie con spettacoli, letture, performance, laboratori, convegni, in un tentativo di raccontare da più prospettive una scrittrice ruvida, corrosiva, a volte imprendibile, sempre capace di interrogare in modo radicale i nostri tempi. Doppiozero ha chiesto ad alcuni critici e studiosi di stilare durante il Focus un piccolo catalogo di Parole Jelinek, sei, una al mese. Questi lemmi vogliono essere chiavi per entrare nei paesaggi di decostruzione e di memoria, di scabra analisi e di disgusto, di scrittura e di evocazione di voci della scrittrice. Sono: teatro, parola, miti d’oggi, Lieder (ma forse anche leader), potere, patria.   Postdrammatica È un’inarrestabile trituratrice di realtà, Elfriede Jelinek. Lei, il mondo che ci circonda, le persone, gli affetti, le dinamiche storiche e sociali, i miti, il passato che agisce...

Rimini Protokoll a Milano

Perché accontentarsi della finzione quando la realtà ha così tante storie da raccontare? Sembrano pensarla così i tedeschi Rimini Protokoll, collettivo di registi fondato nel 2000 da Helgard Haug, Stefan Kaegi e Daniel Wetzel e premiato nel 2010 dal Leone d’Argento della nostra Biennale. Da Bangalore a San Pietroburgo, da Atene a San Paolo, nelle (molte) creazioni dei Rimini Protokoll i presupposti restano coerenti: l’idea è quella di scegliere alcuni segmenti di realtà e di offrirli allo sguardo del pubblico sotto una lente di ingrandimento. Una simile operazione ha, naturalmente, una vigorosa valenza politica e i segmenti selezionati sono spesso quelli più dolenti, problematici, contraddittori del nostro contemporaneo: in Sabenation: Go Home & Follow the News i protagonisti sono i controllori di volo licenziati della Sabena Airline; in Cargo va in scena la vita ripetitiva e alienante dei conducenti dei camion per il trasporto merci; in Call-Cutta il pubblico è chiamato a interagire con gli operatori dei call-center indiani.     All’eclissi - o alla trasformazione - del concetto stesso...